martedì 31 luglio 2012

giovedì 26 luglio 2012

Camera con vista, di Renzo Montagnoli

Amori d’altri tempi.




                                                                      Foto da web


Camera con vista



di Renzo Montagnoli







“Affittasi camera a persona referenziata in casa del settecento con splendida vista su Piazza Sordello”

Carlo trasalì: era quello che cercava da tanto tempo. Ripose il giornale, poi telefonò.

- Sì, è una camera ammobiliata con una vista splendida.

- Fa proprio al caso mio; sono un ingegnere ormai in pensione che è stato tanto tempo lontano dalla sua città e vorrebbe risentirne ogni giorno il profumo.

- Le do l’indirizzo; venga pure a fare una visita quando vuole.

- Se non le spiace, sarò da Lei fra una mezz’ora. Mi dica esattamente dov’è?

-  In via Tazzoli, 10.

Carlo strinse ancor più forte la pagina del locale quotidiano, perché meglio di così non poteva andare: la via era quella giusta ed il numero 10 era proprio davanti al 23.

Rivide mentalmente il vecchio portone, il cortiletto interno, le scale semibuie e l’appartamento al secondo piano; fu un flash, un ricordo nitido e improvviso di un’immagine a lui tanto familiare una trentina di anni prima.

Uscì dal bar e si soffermò un momento a scrollarsi l’odore di fumo che gli si era appiccicato, poi s’incamminò lentamente lungo via Trieste; giunto al ponte sul Rio, si fermò a guardare l’acqua che scorreva in basso fra le vecchie case.

E cominciò a pensare; era arrivato lì dopo un lungo viaggio, di diverse ore di aereo, dal Messico dove aveva costruito il suo ultimo ponte, il più bello, il suo canto del cigno e come un cigno si librava su una valle stretta, profonda; non sembrava neppure l’opera di un uomo, ma una creazione della natura, che si elevava talmente in alto da sembrare toccare il cielo.

Ora, che era arrivato quasi al termine del viaggio, gli sembrava che l’arrivo fosse infinitamente lontano, quella meta che nell’ultimo anno della sua attività lo aveva continuamente assillato. Eppure mancava poco: duecento, trecento metri, una distanza che ad ogni passo diventava insormontabile. Riprese il cammino, imboccò via Pomponazzo, passò rasente Palazzo Sordi ed infine arrivò a Piazza Arche. Un pezzo del lago Inferiore si lasciava intravedere alla sua destra, un piccolo diadema verde a cingere vestigia del passato.

Gli tremarono le gambe quando piegò per Via Tazzoli; la leggera salita del percorso che portava nella splendida Piazza Sordello  sembrò di una difficoltà estrema. Si guardava intorno: non cercava il numero 10, ma il 23 e quando lo vide le pulsazioni aumentarono a dismisura. Ecco là il vecchio portone, immutato, con la vernice forse un po’ più scrostata. Si accostò quasi tremante a osservare i nomi sui quattro campanelli e trasalì: c’era anche quello, sì nulla era cambiato. Era ancora viva, quindi; fu tentato di appoggiare il dito, ma all’ultimo momento si ritrasse.

Come uno squarcio di luce nella nebbia riprese prepotente il tormento del ricordo.



“” Era una domenica e lui era andato a prendere Claretta, per la prima uscita insieme.

Aveva suonato e gli era stato aperto; attraversato il cortiletto interno, aveva salito ansioso le scale e…

- Si può entrare?

Una voce maschile aveva risposto affermativamente ed eccolo nel piccolo salotto di fronte al Sig. Bartolomeo Damiani, a sua moglie ed alla figlia Claretta, bella, sempre più bella, permeata di una grazia leggiadra. I genitori stavano un po’ impettiti, ma gli occhi della fanciulla sprizzavano lampi di gioia.

- Sig. Damiani, sono Carlo Baldi e…e…, insomma mi piacerebbe uscire oggi con sua figlia.

- Giovanotto, spero che le sue intenzioni siano più che serie. Del resto Claretta ci ha detto qualche cosa di lei.

E Claretta , mentre arrossiva, gli sorrise. - Io e mia moglie abbiamo solo questa figlia, una gran brava ragazza, e viviamo solo per lei. Certo che può uscire, ma non le manchi di rispetto: è come un fiore che sboccia e non vorrei che dovesse subito appassire.

E così iniziò la storia, così bella nelle premesse e così triste nelle conclusioni.””





Si scosse, attraversò la strada e si trovò davanti all’ingresso del numero 10, che ricordava come una fatiscente casa del 700, ma che ora si presentava restaurata, pur conservando i tratti del fascino antico, come una vecchia nobile signora, dalle cui rughe  traspariva la bellezza di un’epoca passata.

Salì lungo le scale e bussò alla porta, che si aprì.

- Buon giorno, signora, sono l’Ing. Carlo Baldi; le ho telefonato mezz’ora fa.

- Si accomodi, ingegnere. Non sa quanto sia contenta che lei sia venuto; è un vero onore per me ospitare l’artista dei ponti, l’uomo che ha tenuto alto il nome dell’Italia in tutto il mondo.

- Non esageri, signora. Ho fatto solo il mio lavoro -  e osservò con attenzione la figura esile che gli stava davanti, concludendo che doveva avere più o meno la sua stessa età.

- La stanza in questione dà proprio su via Tazzoli; in verità, per vedere un pezzo di Piazza Sordello, bisogna sporgersi, ma ne vale la pena. Eccola, gliela mostro.

Arredata con vecchi mobili di prima della guerra, era una camera accogliente, linda, luminosa. Pochi gli arredamenti, limitati allo stretto necessario: il letto, un comodino, l’armadio e una graziosa poltroncina di tessuto decorato con fiori di mimosa.

- Va benissimo; la prendo, il prezzo non importa, faccia lei.

- Vanno bene 300 Euro al mese?

- Benissimo.

- Per quanto tempo?

- Fino a quando questa gentile signora padrona non mi caccerà.

Ci fu un risolino soffocato, quasi a schermirsi, e la donna salutò a voce bassa, uscendo dalla stanza.

Carlo non perse tempo; prese la poltroncina e si sistemò davanti alla finestra. Non gli importava della vista su Piazza Sordello, ma da lì, da quel davanzale poteva osservare perfettamente il portone del n. 23, parte del cortiletto interno, e, soprattutto, le due finestre di un certo appartamento del secondo piano.

La casa sembrava disabitata: nessun rumore e tanto meno movimenti. Le finestre in questione poi non lasciavano trasparire nulla dell’interno, coperte com’erano da pesanti tendaggi scuri.

Fissò nuovamente il portone.



“” E’ stata una bellissima giornata, Carlo; oggi Mantova mi è sembrata diversa, le case, i monumenti brillavano di una nuova luce. Ritornerai anche domenica?

- E me lo chiedi? Anche per me oggi è stato un giorno incredibilmente stupendo e questo grazie a te.

Claretta non disse nulla, ma quando le loro labbra s’incontrarono fu percorsa da un fremito che la fece sussurrare - Sei un sogno… Poi corse in casa.””





Sorrise, ripensando a quel giorno di tanti anni prima, all’atmosfera di sogno che da quel breve contatto era nata così all’improvviso. E anche adesso stava sognando, perché davanti a lui c’erano solo cose inanimate, veicoli di ricordi che emergevano prepotenti dal momentaneo oblio del tempo trascorso.

Immerso nei suoi pensieri non si accorse che si era fatto tardi e che già era abbondantemente passata l’ora della cena. Poco male, sarebbe andato a letto subito, stanco com’era per il lungo viaggio fra due continenti e fra il passato ed il presente.

Già all’alba, ai primi rumori della strada, era sveglio e si rimise al suo posto di osservazione.







“” - Ti voglio sposare, Claretta, non riesco a vivere senza di te.

- Sei un amore, Carlo, e Dio è stato buono con me permettendomi di conoscerti.

- Domenica ne parlerò a tuo padre e spero proprio che non sia contrario.

- Stai tranquillo; ne sarà più che felice. Dove andiamo oggi?

- Una bella passeggiata nelle viuzze dietro il Duomo, un gelatino giusto per rinfrescarci e poi.., e poi purtroppo verrà l’ora in cui dovrai tornare a casa.

Fu una passeggiata tranquilla, durante la quale Carlo parlava e Claretta ascoltava estasiata.

- Vedi, il lavoro che ho a Mantova è ben retribuito e ci consente di vivere dignitosamente, ma non è quello che desidero; ho sempre sognato di costruire ponti, uno più alto dell’altro, come cattedrali che svettano verso il cielo. Ho ricevuto un’offerta estremamente interessante da una grossa azienda, ma è evidente che in tal caso a Mantova non potremo più stare; saremo sempre in giro per il mondo: paesi nuovi, gente diversa, dalle steppe dell’Asia alle foreste del Brasile. Te la senti di fare una vita così?

- Per te e con te andrei perfino sulla luna; ti amo, Carlo, e sempre e in ogni caso ti amerò.””







Osservò nuovamente il portone che, in quel momento, si aprì, lasciando uscire un giovane sulla trentina, alto, snello, che con passo deciso imboccò la via, probabilmente per andare al lavoro. Sorrise, dicendo fra sé - Ecco, qualcuno che ha ancora tutto il mondo davanti, che può creare o distruggere la propria vita.

Guardò l’orologio: segnava le otto in punto. Si sistemò meglio e lancinante gli sovvenne il ricordo di quanto accadde dopo quella promessa di matrimonio.





“”In una sola settimana la vita due esseri fu stravolta, il destino implacabilmente li destò dal romantico sogno in cui erano immersi.

Il martedì, improvvisamente, venne a mancare, per un colpo apoplettico, il Sig. Bartolomeo Damiani ed il venerdì, forse per il dolore, la vedova fu colpita da un ictus che la paralizzò completamente.

E cominciò anche la sua tragedia.

- Claretta, appena possibile, anche per te, è meglio che ci sposiamo.

- Carlo, io devo rimanere accanto alla mamma, lo sai che non può stare sola e non so se sei disposto ad un simile sacrificio.

- Pur di restare con te non andrò via da Mantova, non costruirò ponti…

- Ti amo e proprio per questo ti conosco; sono più che sicura che prima o poi finiresti con il dichiararti insoddisfatto; tu mi ami, lo so, ma a rinunciare alla tua passione  non ti vedo e non voglio sentirmi rinfacciare in seguito che ti ho condizionato la vita; pensaci bene prima di fare un passo sbagliato.

E pensò, tentato da un lato dal sentimento per Claretta, che gli pareva meno contraccambiato di prima per quella sua dedizione quasi ossessiva alla madre, e dall’altro da quel desiderio innato, a stento soffocato, di concretizzare quel talento che invadeva la sua mente.

Prese a incontrarsi meno con Claretta, anzi le occasioni d’incontro divennero sporadiche, e alla fine lui decise.

Le scrisse una lunga lettera di commiato, temporaneo così diceva, promettendole che non appena la situazione della madre avesse avuto una positiva evoluzione, un eufemismo che sottintendeva la morte della donna, sarebbe tornato a riprenderla per portarla via con sé.

Il distacco, già avvenuto gradualmente, non gli parve così doloroso e il nuovo lavoro, di estremo interesse e gratificante, fecero sì che l’idea della promessa restasse solo nelle righe dello scritto, anche se, a onor del vero, ogni tanto, dai più disparati posti, le inviava delle lettere, rimaste tutte senza risposta.””





- Posso?

Carlo si scosse nell’udire la voce della padrona

 - Prego.

- Ingegnere, non so se posso, ma ieri nel pomeriggio, tornando da un giro in centro, l’ho vista alla finestra e anche questa mattina è ancora lì; non sono affari miei, ma non è di una persona come lei stare ore ed ore solo a guardare. Per caso, conosce qualcuno che sta nella casa di fronte?

- Sì, una vecchia amica che desidererei tanto rivedere.  E la voce quasi gli si strozzò in gola.

- Era anche mia amica Claretta, perché la persona di cui parla è  Claretta Damiani, vero?

- Sì…

- Troppo tardi è tornato; è morta due anni fa. Ha atteso il suo arrivo tanto e anche prima di morire ha sperato; gli ultimi giorni ha voluto che il portone restasse sempre aperto, per lei.

Carlo non riusciva a trattenere le lacrime  - Le ho scritto diverse volte, ma non mi ha mai risposto; che cosa potevo fare? Come ho finito il mio lavoro, sono tornato subito e se non ho suonato al suo campanello era solo per la paura che lei si fosse sposata.

- No, non si è mai voluta sposare; mi diceva che non rispondeva alle sue lettere perché non voleva farle capire quanto l’amasse, inducendola così ad abbandonare quello che tanto aveva desiderato fare. Però, se lei è sincero, mi confermerà che queste sue lettere le ha spedite solo nel primo periodo, e non negli ultimi venti anni.

- Sì, è vero, ma poiché non mi rispondeva ho temuto di non interessarle più.

- Ed allora perché adesso è ritornato?

- E’ difficile ammetterlo, ma ho trascorso la mia vita solo per il mio egoismo e quando ho costruito l’ultimo ponte, il più alto del mondo, mi sono accorto di quanto fossi  in basso io, solo, senza affetti, senza amore; mi sono detto: chissà, forse lei c’è ancora, forse non è sposata, o lo è stata, o comunque adesso è libera; c’è ancora del tempo da vivere e il passato può diventare anche un lontano ricordo. E invece…

- Lei non immagina neppure quanto l’abbia amata; conservava tutti i ritagli dei giornali che parlavano dei ponti che ha costruito; l’ha cercata in prossimità della morte, ma, quando abbiamo saputo dov’era, Claretta già ci aveva lasciato.

- Saputo? Chi, oltre a lei signora, mi ha cercato?

- Carlo Damiani, suo figlio, vostro figlio.

- Ma come. Ho un figlio, un figlio, e non l’ho mai saputo!

- E’ nato poco dopo che lei ingegnere era partito per la sua avventura. Non ha voluto dirglielo, perché sapeva che sarebbe tornato per sempre, suo malgrado.

- Dov’è, dov’è quest’uomo?

- Abita lì, è alto come lei, snello, un bel ragazzo, sa chi è suo padre, anche se non l’ha mai visto. Strano che non l’abbia notato quando esce di casa ogni mattina alle 8.

E Carlo si sovvenne.

 - Non sono tornato per niente, ho un figlio, a cui attribuirò la paternità; sarò il suo mentore, sarò quel genitore che tanto tempo fa avrei dovuto essere.

E il giorno dopo scese di primo mattino in strada e si mise di fronte al portone. Alle 8 in punto questo si aprì e uscì il giovane.

- Mi scusi, solo un momento, due parole…

- Dica pure.

- Mi presento: sono Carlo Baldi.

Il giovane non disse nulla e nemmeno si mostrò sorpreso.

- Sono tuo papà e desidero esserlo a tutti gli effetti.

- Signor Baldi, la posso anche capire, ma non abbiamo niente da dirci. Io non ho più l’età per avere un padre ora e neppure lei ha l’età per avere un figlio adesso. Mi scusi, ma vado perché sono in ritardo.

- Aspetta, parliamone ancora…

Ma il giovane affrettò il passo e ben presto sparì alla sua vista.

Carlo si appoggiò al portone; l’angoscia crebbe in lui non appena cominciò ad accorgersi che il lungo viaggio era finito, anzi non era mai iniziato.

    

 



    


L'Italiano, di Sebastiano Vassalli



L’Italiano

di Sebastiano Vassalli

Giulio Einaudi editore

Narrativa racconti

Collana ET Scrittori

Pagg. 140

ISBN 9788806193256

Prezzo € 9,00








Come siamo









Eravamo un popolo di santi, di poeti e di navigatori. Oggi, purtroppo, i primi si sono rarefatti, i secondi restano, ma un po’ in ombra, i terzi impattano contro gli scogli, assai noti, dell’isola del Giglio.

Ma come siamo veramente, insomma quali sono le autentiche caratteristiche dell’italiano?

Ne parla Vassalli in questo suo libro attraverso dei racconti, alcuni dei quali già noti, perché parte di precedenti romanzi. Per esempio “Il commendatore” e “Il padre della patria” sono parte integrante de Il cigno, un libro riuscitissimo sullo scandalo del Banco di Sicilia e sull’assassinio del commendatore Emanuele Notarbatolo, due brani, peraltro, di grande letteratura, con una stupenda descrizione di un Crispi ormai decrepito. Di vizi ne abbiamo tanti e sarebbe lungo elencarli tutti e mi limito perciò solo a citare l’opportunismo, la furbizia, il narcisismo, anche se mitigati dalla simpatia. Ce n’è uno, però, in cui eccelliamo ed è costituito dalla eccezionalità. Siamo convinti di essere speciali e, in quanto tali, che i nostri vizi caratteristici diventino pregi. Al riguardo nel libro c’è una storiellina, che lo apre e lo chiude, con Dio che, nel giorno del Giudizio Universale, chiama a sé i vari popoli per giudicarli. Si presentano così il cinese, l’arabo, insomma tutti; quando con voce ferma e forte chiama l’italiano, nessuno risponde, nessuno si porta al suo cospetto, anzi, isolato in mezzi a tutti, con fare sorpreso l’italiano dice” Chi, io?”.  Indubbiamente si distingue con la sua individualità, la sua innata anarchia. E così mentre Dio è benevolo con gli altri, si trova in imbarazzo quando deve indicare la destinazione dell’italiano per la vita eterna e alla fine ha un colpo di genio  (e chi altro potrebbe averne, se non Lui?).  Ci considera così per quel che siamo, talmente immaturi da sembrare dei bimbi, e così il nostro posto non è né il Paradiso, né il Purgatorio, e nemmeno l’Inferno, bensì il Limbo.       

Come se non bastasse c’è un racconto ulteriormente esplicativo, Il signor B., sì quel B. di Arcore, definito l’Arcitaliano, e in quelle righe si scopre così il segreto del suo successo, ma non è motivo di soddisfazione apprenderlo, anzi, nonostante una gradevole ironia dell’autore, resta un grande amaro in bocca, una sorta di disgusto anche per noi stessi.

Diverso dalla sua solita produzione, L’Italiano è tuttavia un libro che resta dentro, che porta a un’inevitabile autocritica, con l’avvertenza però di astenerci dal compiacimento nello sparlare di noi stessi, nel considerarci cioè anche in questo caso del tutto eccezionali.







Sebastiano Vassalli è nato a Genova e vive in provincia di Novara. Presso Einaudi, dopo le prime prove sperimentali, ha pubblicato La notte della cometa, Sangue e suolo, L'alcova elettrica, L'oro del mondo, La chimera, Marco e Mattio, Il Cigno, 3012, Cuore di pietra, Un infinito numero, Archeologia del presente, Dux, Stella avvelenata, Amore lontano, La morte di Marx e altri racconti, L'Italiano, Dio il Diavolo e la Mosca nel grande caldo dei prossimi mille anni e Le due chiese.



Recensione di Renzo Montagnoli

MondoBlog del 26 luglio 2012


I miei consigli di oggi:


























giovedì 19 luglio 2012

Lo stagno incantato, di Renzo Montagnoli

Nulla è più bello della realtà della natura.


                                                                   Foto da web

Lo stagno incantato

di Renzo Montagnoli





Garrule brezze

increspano l’acqua

piegan le canne

che fremono

suoni

d’un’arpa celeste.

In sottofondo

il frinire di assetate cicale

e in contrappunto

il roco gracidio

di rane salterine.

E’ un mondo diverso

in questo tramonto

che lame rossastre

protende sull’acqua.

Un tempo immobile

sospeso nel vento

racchiude in uno scrigno

lo stagno incantato.

Non c’è che natura

che umile si esalta

in questo quadretto

nel teatro di un giorno

che volge alla fine

in attesa del buio

che cali il sipario.



(Da Lungo il cammino)





Leggetela ascoltando questa splendida musica:









Ricordi d’egotismo, di Stendhal



Ricordi d’egotismo

di Stendhal

Prefazione di Raffaele La Capria

Traduzione di Silvia Croce

B.U.R. Biblioteca Univ. Rizzoli

Saggio autobiografico

Pagg. 122

ISBN 9788817029995

Prezzo € 4,90





La confessione





Corre l’anno 1832 allorché Stendhal si trova a Civitavecchia nella sua qualità di console. In quella che allora non era neppure una città, ma un paese scarsamente abitato (la maggior parte della popolazione era costituita da galeotti e guardie carcerarie), una landa quasi desolata, lontana mille miglia dai salotti parigini e milanesi, la vita era del tutto noiosa e priva di attrattive, tanto che il ripetersi monotono delle giornate induceva a richiudersi in se stessi, pensando al miglior tempo andato.

Stendhal non può tollerare un’esistenza così piatta e allora cerca uno sfogo nelle memorie, che provvedere a trascrivere in questo libretto stilato in soli quattordici giorni, anche perché dell’idea originaria di parlare dei ricordi di fatti, di eventi, di persone compresi nel periodo che va dal 1821 al 1832, in effetti finirà con il limitarsi a un solo anno, appunto il 1821, perché tanto ci sarebbe da scrivere, ma l’intento, privo di stimoli, finisce con lo spegnersi.

Eppure, per quanto ridotto a un periodo così breve, il lavoro che ne viene fuori è, a dir poco, stupefacente.

La sua è quasi una confessione, una specie di lettera inviata a un immaginario amico che è poi in fondo é lui se stesso.

Ci sono ritratti impareggiabili, come quello di La Fayette, ma molto del lavoro è dedicato ai personaggi femminili, con sempre presente la delusione amorosa per la milanese Matilde Viscontini, una passione non ricambiata che segnò assai la vita dello scrittore francese. C’è ovunque Parigi, ma in sottofondo un richiamo a Milano, città che gli ricorda i trionfi napoleonici, i salotti meno formali di quelli francesi, un altro amore, questa volta tradito, per Angela Pietragrua.

E’ sincero, è spontaneo Stendhal, si confessa senza remore, quasi infierendo su se stesso, ma senza acredine e così lascia spazio a una sottile ironia, che poi sfocia nel riso nel racconto di quando gli capitò di andare in bianco con una giovane prostituta, che non disprezza, verso la quale poi mostrerà tenerezza, sentimento che si tramuterà in pietà allorché l’età comincerà a incidere su di lei i segni inequivocabili dell’attività svolta.

In un solo anno, di cui noi non avremmo molto da raccontare, lui invece ha un calendario fitto, con impegni, appuntamenti, serate nelle case dei parigini più in vista, dove incontra tantissime persone e per ognuna ha il piacere di tratteggiare un ritratto, non solo fisico, ma soprattutto del carattere, con uno stile quasi giornalistico, essenziale potrei dire, e che però consente di non stancarsi in questa girandola di personaggi, ma di far scorrere le pagine come l’acqua limpida di un torrente di montagna.

C’è tutto un mondo che è trascorso, ci sono protagonisti e non della storia, un autentico carosello in cui uomini e donne appaiono, a volte per poche righe, altre invece per più pagine.

Si potrebbe pensare a un libro di pettegolezzi, ma non è così; questi sono lasciati ai personaggi minori, ma li ignoriamo, pur se Stendhal lascia al nostro intuito immaginare conversazioni non solo letterarie, ma civettuole in salotti ottocenteschi.

E in ogni caso, di qualunque uomo o donna si parli, dietro c’è sempre lui, con la sua sottile ironia, la leggerezza del tratto di penna, il desiderio di essere uno dei protagonisti, mettendo in evidenza più difetti che pregi, insomma fornendo il contenuto di un’amabile confessione fra contrapposizioni, incisi e riflessioni.

In contraddizione con il titolo l’unico egotismo è dato dalla sua presenza e nulla trapela della vanità, di quel desiderio di essere al centro di ogni attenzione che invece è propria di alcuni dei personaggi incontrati.

Se voleva fare un esame di coscienza, Stendhal ci è riuscito benissimo, e in quelle poche pagine è possibile conoscere di lui più che in una esauriente biografia.

Con il cuore in mano lo scrittore francese si consegna ai suoi lettori per conoscere se stesso.

Ricordi d’egotismo è un libro assolutamente imperdibile.



  

Stendhal, pseudonimo di Marie-Henry Beyle nacque a Grenoble il 23 gennaio 1783 e morì a Parigi il 23 marzo 1842.

Ebbe una vita avventurosa e scrisse numerosi libri, molti dei quali di grande successo ancor oggi.

La sua produzione letteraria comprende, fra gli altri, La certosa di Parma, La Badessa di Castro, Il Rosso e il Nero, Vita di Napoleone, Armance, Lucien Leuwen, Ricordi d’egotismo,   Passeggiate romane, Vanina Vanini, Vita di Henry Brulard, L’amore.



Recensione di Renzo Montagnoli

MondoBlog del 19 luglio 2012


Spulciando fra i blog, questi articoli mi sembrano di particolare interesse:





























giovedì 12 luglio 2012

Albertina, di Lèon – Perry Bibalu Bisengambi


In un’atmosfera arcaica l’origine della vita ben rappresentata in questa suggestiva poesia di un autore di origini africane.




                                                                Foto da web




Albertina

di Lèon – Perry Bibalu Bisengambi


La pioggia risaliva densa
Dalla savana verso il cielo
Si poté accostare le stelle
L’ombra promise la luna

Lo spirito si diede al fango
Ed io sull’ondoso fiume in piroga
Senza confini di fitti fogliami
Vagai in cerca dell’essere…

Uno strano silenzio spirituale
Soffiava sulla pelle scura
Un suono muto e seducente…
Mi persi negli atomi acquosi

Poi mi ritrovai preso
Nella rete carnosa d’un grembo
E sentii gioire mia madre…
“Il bambino si muove”



La colonna sonora invero splendida:







Il Pellegrino Spagnolo, di Fiorella Borin



Il Pellegrino Spagnolo

di Fiorella Borin

Copertina di Vincenzo Bosica

Edizioni Solfanelli


Narrativa romanzo

Collana Pandora

Pagg. 184

ISBN 978-88-7497-749-9

Prezzo € 14,00



Un sogno di eternità





“E’ labile, il confine tra i sogni e i ricordi. L’immaginazione è come una grossa pianta di edera che si arrampica lungo i muri di una casa e giorno dopo giorno, in tenace, silenzioso lavorio, si propaga sino a trasformare l’edificio in qualcosa di completamente diverso. Quella casa è la nostra memoria, destinata a una modificazione perenne, così lenta da risultare impercettibile e così inarrestabile da risultare fatale. Ogni volta che rievochiamo il passato, involontariamente concimiamo l’edera vorace: anziché portare alla superficie i ricordi, rinvigoriamo il parassita che sbocconcella, insieme agli intonaci, la verità.”





Montefalco è anche oggi un piccolo paese, famoso soprattutto per la sua splendida vista sulla pianura del Topino e del Clitunno, al punto che si è meritato l’appellativo di ringhiera dell’Umbria.

Come tutti i piccoli borghi italiani ha numerosi monumenti e chiese, fra le quali quella di Sant’Agostino, lungo il corso principale, in cui sono conservati i corpi delle Beate Chiarine e del Beato Pellegrino. Ed è di quest’ultimo che ci parla Fiorella Borin con questo affascinante romanzo, frutto di un miscuglio di diversi generi letterari, da quello storico a quello filosofico-religioso, dal fantasy alla commedia, non tralasciando il sentimentale e il comico. 

L’originalità, quindi, non manca di certo e mi sento di poter dire che l’autrice ha profuso a piene mani le sue doti artistiche fino a concretizzare una grandiosa opera sinfonica, in cui sono presenti spunti rossiniani, svolazzi mozartiani, ma anche richiami a note più tenui proprie di Tchaikosvsky. Così, partendo da una leggenda sorta intorno a un pellegrino morto durante la preghiera nella chiesa di Sant’Agostino, Fiorella Borin, pur non distaccandosi dal filo conduttore della stessa, imbastisce un racconto che al suo interno ne contiene altri, pur se non indipendenti, e relativi a personaggi, di assoluta fantasia, funzionali alla storia stessa. E al di là di queste vicende, più o meno interessanti, quel che conta è la caratterizzazione dei protagonisti, che, usciti dalla penna, sono tanto reali da sembrare veritieri, cioè esistiti veramente.

In particolare c’è la figura di frate Aurelio, il monaco lettore, che con la sua naturale simpatia muove anche al riso, stemperando così la tragica vicenda di un amore, casto e puro, troncato prima del tempo dalla cattiveria degli uomini. Al riguardo, se la storia del pellegrino spagnolo - a cui viene anche dato un nome, anzi il primo di una lunga serie (José) - e di Giulia, la sua ragazza e poi sposa, muove a una nota malinconica di fondo, che è sempre presente in tutti i lavori della Borin, è pronto il riscatto con eventi quasi esilaranti.

Di protagonisti ce ne sono tanti, ognuno ben caratterizzato, in un intreccio che li vede comparire sulla scena in una sorta di carosello che li alterna argutamente al fine anche di divertire:

la iettatrice Gesuina, il tonto Marcuccio (ma poi non lo è così tanto), la barbuta Tommasina, l’aitante Roccioso perseguitato dagli uccelli, e tanti altri, che appaiono, scompaiono e ancora riappaiono, un mosaico di personaggi che sarebbero certamente piaciuti a Italo Calvino.

Ma non si ride soltanto, perché filo conduttore resta la storia della relazione fra José e Giulia, un’unione fatta di pennellate sfumate, di un sentimento etereo che sembra volare in cielo e che tocca l’animo, commuove, ci fa riflettere sull’autentico significato della parola amore.

Sono pagine di grande pathos, ma non ostentato, costruito con pazienza per farlo assimilare con gradualità, nel pieno rispetto del lettore che, se vorrà essere partecipe attivo, ritrarrà poi un rimescolamento interno, una riemersione di quel naturale senso di pietà spesso soffocato e che, provato, conduce a trovare un’insperata serenità.

Il libro, quindi, è molto bello, si legge bene e con piacere ed è per questo che lo consiglio caldamente.





Fiorella Borin è nata a Venezia nel 1955. Laureata in psicologia, dopo un breve periodo dedicato all’insegnamento negli istituti superiori, ha iniziato a collaborare con riviste letterarie e periodici a diffusione nazionale, pubblicando più di trecento novelle e una dozzina di brevi romanzi storici ambientati nel XVI secolo. Con le Edizioni Tabula Fati ha pubblicato "Il bosco dell’unicorno" (2004), "Il pittore merdazzèr" (2007), "La strega e il robivecchi" (2010), "La firma del diavolo" (2010) e "Christe eleison" (2011).



Recensione di Renzo Montagnoli




MondoBlog del 12 luglio 2012


I miei consigli odierni (sempre di meno, perché tanti blogger sono in vacanza):













martedì 3 luglio 2012

Qualcosa in cui credere, di Ferdinando Camon


Qualcosa in cui credere


di Ferdinando Camon


Quotidiani locali del Gruppo "Espresso - Repubblica" 30 aprile 2012


«C’è troppa indisciplina nelle nostre famiglie, propongo che quando entrano i genitori, i figli si alzino in piedi»: parole del primo ministro inglese, David Cameron. Dice che manca il senso del dovere in Inghilterra. Manca anche in Italia. In tutta la società: c’è troppa sregolatezza dappertutto, casa, scuola, lavoro, Parlamento. In casa manca il rispetto per i genitori, a scuola manca il rispetto della cultura, in azienda e in ufficio manca il senso del lavoro, in politica manca il senso dello Stato. Non vogliamo essere al servizio di niente, vogliamo che tutto sia al nostro servizio. I figli non obbediscono ai genitori, gli studenti irridono i professori su YouTube, in Parlamento ogni partito cura le proprie casse e i propri voti. Che i figli si alzino quando entrano i genitori forse è troppo, ma che si alzino gli studenti quando entrano i professori è giusto. Una volta era un dovere in tutte le scuole, adesso c’è un certo lassismo. Alzandosi in piedi quando entra il professore, gli studenti mostrano rispetto verso ciò che il professore porta: oggi spiegherà un canto di Dante o la teoria di Copernico, tornando a casa tu, studente, passi in mezzo a migliaia di persone che quelle cose non le sanno, il tuo insegnante ti regala qualcosa di prezioso, che cambia la tua vita. Mostrare rispetto significa mostrare gratitudine. Anni fa il Centro-Destra proponeva che prima delle lezioni gli studenti assistessero in cortile all’alzabandiera, dritti sull’attenti. Non se ne fece nulla. E come si poteva farne qualcosa, se un partito di quell’alleanza proponeva di tuffare la bandiera nel cesso? E che, i nostri ragazzi si mettono sull’attenti davanti al cesso?
L’oltraggio alla bandiera e al 25 aprile sono segni di decadenza. Andrebbero puniti. Il parlamentare che dice: “La bandiera italiana mi fa schifo”, andrebbe espulso dal Parlamento.
C’è chi propone di abolire il valore legale della laurea: i laureati si presentano ai concorsi tutti alla pari, a prescindere dal punteggio con cui si sono laureati. E perché? Perché ci sono università che regalano i voti, e università che te li fan sudare. Ah, ma allora qui il problema non è nella laurea, è nelle università. Fatele funzionare tutte, ma se io ho la laurea con 110 e lode, pretendo che valga come tale. Il 110 e la lode sono un merito, questa dev’essere la regola.
Chi ha un ruolo pubblico, non può sgarrare neanche nelle piccole cose. Va al ristorante? Se lo paga. Va in vacanza? Se la paga. Ce la paghiamo noi, che guadagniamo un decimo di lui, perché non se la paga lui, che guadagna il decuplo? Se uno ti offre qualcosa, acquista il diritto di chiederti qualcosa, e tu governatore (in questo caso, della Lombardia) diventi ricattabile.
Chi ha rubato non deve soltanto smettere di rubare, deve anche restituire tutto quello che ha rubato. C’era una vecchietta a Venezia, che si fingeva cieca e tirava la pensione d’invalidità, lo Stato l’ha scoperta e adesso la costringe a restituire tutti i soldi. Non li ha? Deve pagare, o s’impicchi: le regole sono regole. Ma scusate, il figlio di Bossi rubacchiava lo stipendio di consigliere regionale, 12 mila euro al mese, non se lo meritava, lo ha riconosciuto e s’è dimesso. Ma dove sono i soldi che ha intascato finora? Se li tiene? Se lo Stato se li fa ridare, è uno Stato serio, se non se li fa dare, è uno Stato-burletta.
Burletta richiama burlesque: noi disperati per la crisi, con i più disperati che si suicidano, e il nostro ex-capo di governo rievoca le serate con fanciulle discinte, impegnate in gare di burlesque? Qualcuna era anche vestita da suora: lui chiede i voti ai cattolici, e poi profana ciò in cui credono?
Non si salva niente, studio lavoro governo finanza tasse religione bandiera… Se uno vuol salvarsi, vivere una vita che abbia una dignità, al servizio di valori che la superino, deve trovarli da sé, non nel pubblico ma nel privato, in famiglia. Per questo Cameron pensa che bisogna salvare la famiglia, imporle una disciplina. È che noi pensavamo la famiglia come regno dell’affetto, non dell’autorità. Se dovessimo imporre l’autorità in famiglia, perché fuori non ce n’è nessun’altra, sarebbe il danno più grave che patiamo dalla nostra decadenza.