venerdì 2 ottobre 2020

Il flusso dei ricordi

 



Anni sessanta

di Graziella Cappelli





Partivano 

di buon mattino 

le ragazze 

di campagna

quando già

i buoi avanzavano

nei campi 

e il sole

visitava le mura

dei casolari.

Salivano

sulla corriera azzurra

sagomata 

tra passeggeri 

intorpiditi

e il tic tac

del controllore

ai biglietti.

Scorrevano 

dai finestrini

paesi e campanili

e nella calca

vampate di sudore

e sogni.

Poi le corse 

verso le fabbriche

con il pranzo

oscillante

nella borsa

mentre dai bar

sciamava

aroma di caffè.








Anno 2012

di Angela Caccia



Spiga senza grano



alle tue notti

mancò sempre una stella



e camminammo tutti nel

lato in ombra della strada



tutti affondammo malfermo il piede.



Non ti bestemmio

non ti rinnego

ogni autunno ha un

cimitero di farfalle



ma lasciami a una finestra

e dalla finestra il cielo



... le ho dato appuntamento

nei miei sogni



aveva un volto senza età

e il cuore sulle labbra

la mia speranza.



Da Nel fruscio feroce degli ulivi (Fara, 2013)






Beltà dei geli

di Donatella Nardin





Beltà dei geli e delle invernali figure:

a passi brinati, leggeri si muove

il pomeriggio invernale

verso tramonti sempre più corti

punteggiati da un’insanabile

inanità.

Pungenti torpori in un idillio di nevi:

ci si versa del vino in ruvidi

bicchieri da osteria per trovare

nell’evidenza del tremore

un po’ di calore.

Scivola sulle labbra screpolate

del vento un profumo intenso,

quasi ostinato di viole



in lode muta vi è rimasta incisa

la memoria assolata del fiore.



Da Terre d’acqua (Fara, 2017)






Borghi

di Franca Canapini


Nelle torride giornate della giovinezza
i fiori allegri dei gerani
addolcivano le scalette di pietra
e le soglie delle case dei poveri


- l’aria profumava di cibi appena cotti –


Da invisibili piazzette giungevano
rumori e voci di ragazzi


- chiacchiericci scalpiccii schiamazzi -


Si camminava veloci per quei borghi
spinti dall’ansia per un futuro
che non sapevamo immaginarci.




Domenica

di Maria Attanasio



c’era l’odore del caffè dalla cucina
c’era la luce appena appena dalle imposte
a proteggere il nostro lieve sonno del mattino
e prima che tutto cominciasse a camminare verso il giorno.
io andavo a Messa con la mia amica Teresa
l’odore dell’incenso mi inebriava  mi santificava senza nessuno sforzo da parte mia
la luce delle candele era dio in
terra
che potevo desiderare a 10 anni
se non che tutti i giorni fossero domenica.





Finagliosu

di Gavino Puggioni



Volevo rivedere quel pezzo di terra,

l’avevo sempre nel cuore,

anche se in un angolo ben nascosto..

Lo volevo..perché speravo che qualcuno

avesse messo in piedi quel degrado,

incivile e inumano.

Inumano anche per gli animali

e la natura, offesa.

Lo volevo.. perché li affondavo

i miei ricordi d’infanzia.

Mio padre, soprattutto e sopra tutti,

pieno di forza, di volontà, di amore

per tutto quello che lo circondava,

che avrebbe saputo far crescere,

ogni giorno;

mia madre che era la sua ombra;

noi figli, quasi protetti da quello

che la natura ci regalava;

il lavoro di tutti quelli che

collaboravano,più che sufficiente

a mantenere noi e ben altri.



Una speranza, la mia, vana.

Vana come quando un fulmine

si abbatte sull’albero più vecchio

della foresta e lo brucia e lo scortica

per sempre e il boscaiolo non ci crede.



Quella speranza, quel qualcuno

che non è mai esistito,

nemmeno nelle intenzioni,

oggi, mi han ferito di nuovo

ma l’ho voluto io, in fondo,

questo dolore.



Ci ho girato intorno,

ho fatto finta di fare il turista

ma ho guardato, ho visto,

ho toccato il Nulla, il Tutto..

Ho portato con me, quasi

testimoni di quest’amore, altri,

ma pochi, che non nomino,

ma che sanno.



Volevo fare anche una fotografia,

ma perché?

Quel posto è scolpito nella mia memoria,

da sempre.

Lo ricostruisco pietra su pietra,

pianta su pianta, se voglio;

non so staccarmene, seppure decenni

su decenni sono già  scivolati.

Coi personaggi che l’han popolato,

il servo pastore, il pastore marchese

di nobili origini, decaduto anche lui;

la serva, il mandriano, i cacciatori,

i notabili di Sassari e di Porto-Torres,

gli amici e i falsi amici,

gli sconosciuti e i nuovi arrivati.

E tutto questo non è fotografia?



E la casa, con un sole che ora

non meritava, un cumulo di pietre

disordinate e ancora buone, dove

ho trovato puntualmente

quel che pensavo, ombre, fatuità,

fantasmi, con alcune pareti in bilico,

in piedi non so per chi e per cosa.



Un uragano, presto, dovrebbe

portarsela via, non lasciare segno

alcuno se non quello di una terra pulita,

ubertosa, curata e amata come una volta,

come in una favola.



Da Pensieri in volo (edito in proprio, 2019)






Il giardino dei Menghi

di Sergio Menghi


Non era un giardino come tanti altri,
aveva i grandi spazi di una casa rurale,
i grossi alberi da frutto e i pini
piantati dagli avi.


C'era anche l'orto
che un tempo serviva
ad alimentare la famiglia patriarcale.


Questa, via via, si è andata a disgregare,
ma sempre forte è rimasto il vincolo familiare.
Si riuniva, ormai, una volta all'anno, a ferragosto


E si provava piacere a vedere l'unione spontanea
delle nuovissime generazioni
con i loro giochi e schiamazzi


coinvolgere anche genitori ed amici,
nonni e parenti. Una breve parentesi
ristoratrice, da ricordare.




Io ricordo

di Renzo Montagnoli



Prima che l’oblio cali

sulla mia stanca mente

ricordo

di un bimbo che felice

correva nei prati

di una voglia di crescer

più in fretta

di un tempo che

non voleva passare mai.



Ricordo di una gioventù

che ora mi pare un sogno

di un’epoca ormai lontana

di cui mi giunge solo l’eco.



Ricordo l’attesa delle vacanze

ma anche il desiderio di imparare

in un continuo turbinio di speranze

la scuola e la casa, la casa e la scuola.



Una carezza di mia madre

che mai più potrò avere

la soddisfazione di mio padre

per quel figlio bravo negli studi.



Nel deserto di una vita

che nulla può più dare

m’aggrappo come un naufrago

a quella mitica età

a quel sogno che nel ricordo

si tinge di mille colori

al verde di quella giovinezza

che mai più potrà tornare.



Da La pietà




La ballata di Graziano

di Vincenzo D’Alessio



Graziano abitava in paese

case vecchie come la gente

prese il coraggio a sue spese

salì sul primo treno verso sera



un ragazzo che cosa ha in mente

disse a sé stesso: vado via

lontano andrò da casa mia

dove la gente non si perde



lasciò per sempre lei

non disse addio con le parole

lo scrisse per sempre nel cuore

all’amore vero disse addio



quanta gente vera vive qui

sono grandi le città al Nord

è duro trovare chi dice sì

ma oggi ha comprato la sua Ford



Graziano vive bene e già sorride

pensa alla sua gente dice: bene!

spesso dietro l’angolo chi vide

dice: le sue lacrime sono vere



Da Nuove anime (Fara, 2019)





La mia casa

di Gabriele Oselini




la mia casa

del vecchio cortile

verde edera

panni bianchi

luci raccolte

attorno al fuoco

della Germania

accesa di notte

ed io sicuro

avvolto nel mio gatto

in un brivido di febbre

sopito dal riflesso

delle braci

sotto la cenere



non aveva stanze

su più piani

la mia casa

ma porte spalancate

e grandi muri

con portoni verdi

assi di legno rosso

e cancelli aperti

su filari

di mele cotogne

pesche

e ciliege

per il rito

sacro a mia madre

della mostarda

di Natale



Da La mia casa (Fara, 2014)







L'inverno bianco

di Tiziana Monari




Nell'ultimo quarto del giorno il bianco copriva le rose

non c'erano serpi o gelsomini fioriti

sartie,bastimenti o quarti di luna calanti

o il papavero a guardia dei cigli



c'era solo un inverno con fiocchi di brina

in quella casa abbracciata al vecchio castano

che baciava la curvatura del cielo

il tempo lento di un inverno coperto di neve



nelle stanze aleggiava l'odore del bosco e delle mandorle dolci

i ricci seccavano tra il legno e la paglia

i necci friggevano sulla padella sbreccata

e c'era sapore di buono, di una vita colorata d'azzurro

di vino genuino e di sogni sulla tovaglia apparecchiata con le ombre e col pane.



Ed il nonno di sera suonava l'armonica a bocca

il fuoco ardeva di fiamme lucenti

le caldarroste si scioglievano in bocca

le mondine bollivano a lato

un frammento di luce ballava negli occhi

in uno stralcio di nuvole, in un alone di fiato sul vetro

sonnecchiava il ragno sulla tela del tempo.

Una castagna ed un girotondo di stelle era incantesimo, era sorso caldo di vita.





Magico mare

di Piero Colonna Romano


Per liete teorie d'epifanie

incanto divenisti.

Salso fragrante dall'acqua fluiva,
sabbia l'accarezzavi 
e fu il tuo andar su scogli a farti spuma.

Donasti suggestioni,
per quel color turchese che par d'occhi.

Svelò il prodigio della tua magia
il correr verso il cielo confondendo
i tuoi colori a quello.

Così ritorno a te con la memoria,
per ricordare tempi
di vele che vaganti all'orizzonte
portavan dolci sogni,
svaniti com'un volo di gabbiani.