domenica 25 aprile 2021

Poesie per il XXV aprile

 



25 aprile 1945

di Graziella Cappelli



Sono nata
nella casa
dalle tegole
rotte
e finestre
di vento.


Rifiorivano
i meli
sui campi
incrostati
di sangue.
La Liberazione
cantava
marciando
tra garrule
bandiere
e carri armati
a gremire
le piazze.


Ancora ...
piange
la terra.






La madre del partigiano 

di Gianni Rodari




Sulla neve bianca bianca
c'è una macchia color vermiglio;
è il sangue, il sangue di mio figlio,
morto per la libertà.
Quando il sole la neve scioglie
un fiore rosso vedi spuntare:
o tu che passi, non lo strappare,
è il fiore della libertà.
Quando scesero i partigiani
a liberare le nostre case,
sui monti azzurri mio figlio rimase
a far la guardia alla libertà.






Ai quindici di Piazzale Loreto 

di Salvatore Quasimodo

 


Ai quindici di Piazzale Loreto.
Esposito, Fiorani, Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?


Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
Gasparini? Foglie d'un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
nell'ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano:
troppo tempo passò. Ricade morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe:
la morte non dà ombra quando è vita.





Sant'Anna 12 Agosto 1944

di Renzo Montagnoli

  

C'era quell'alba un'aria di vetro

gente svegliata con grida di belva

ammassata nella piccola piazza

e poi il latrato feroce dei mitra tedeschi

i corpi segati da raffiche intense

e il fuoco a divorare ogni cosa

a incenerire quei poveri morti

donne vecchi e bambini

immolati nel comune destino

e le fiamme alle case

i bimbi arrostiti nel forno del pane

i fuggitivi rincorsi e massacrati di botte.

Dense nuvole di fumo salivano il monte

in un girone d'inferno i diavoli neri

l'elite della razza

a sporcarsi le mani

a bere quel sangue

a gioire nel portare le offese.

E infine fu notte

e un buio pietoso scese

a celare l'orrore del giorno.

 

Ero a Sant'Anna quel 12 agosto

e ancora vi sono e sempre resterò

uno dei nomi di un lunghissimo elenco

incisi su una lapide segnata dal tempo

affinché di orrore e di morte

di ogni ignominia che l'uomo può fare

non venga mai persa questa memoria.

 

Da La pietà

 

Alle 560 vittime dei carnefici nazi-fascisti.

 







Libri per il XXV aprile

 



Il sentiero dei nidi di ragno

di Italo Calvino

Presentazione dell'autore

Arnoldo Mondadori Editore Spa

Collana Oscar

Narrativa romanzo

Pagg. 160

ISBN: 9788804375913

Prezzo: € 8,50

 

Il sentiero dei nidi di ragno è il primo romanzo di Italo Calvino, scritto nel 1947, cioè quando l'autore aveva  24 anni e già collaborava con la casa editrice Einaudi occupandosi dell'ufficio stampa e della pubblicità.

Chi pensa di leggere una delle sue straordinarie storie fantastiche si sbaglia, anche se, a tratti, emergono risvolti fiabeschi che stemperano la cruda realtà della vicenda, una sorta di neorealismo improntato tuttavia, pur con una sua autonomia, al verismo di Verga de I malavoglia.

La guerra è finita da poco, con tutti i suoi lutti e la sola esperienza positiva della resistenza, ma siamo in un'Italia che risorge dalle ceneri alimentando speranze, già in parte deluse.

E' il periodo in cui finita la sbornia per la ritrovata libertà ci si interroga sul perché degli accadimenti passati, un percorso indispensabile per acquisire coscienza di ciò che è effettivamente accaduto e delle relative motivazioni.

In questo senso Il sentiero dei nidi di ragno è una splendida metafora dei reali motivi che stanno alla base della maggior parte di chi aderì alla resistenza, ma lo è anche per coloro che invece osteggiarono questo straordinario moto popolare.

Il personaggio principale è Pin, un bambino lasciato solo a se stesso, in condizioni di abbrutimento più morale che fisico e che cerca di essere prima del tempo adulto, non per una maturità raggiunta, ma per il desiderio di evadere dal suo squallido mondo.

Cattivo come può essere uno che non appartiene di fatto né all'infanzia, né alla pubertà, si atteggia a grande, rimanendo con l'esperienza di un bimbo.

In un'epoca di furore, di sangue e di rivolta giocherà alla resistenza, rimanendo sempre solo, senza veri amici, tranne uno, un adulto con la mentalità di un bambino, e con lui che assai probabilmente gli ha ucciso la sorella, meretrice collaborazionista dei tedeschi, si allontanerà nella notte, nel buio di una vita di cui nessuno dei due conosce ancora la strada.

E le motivazioni allora quali sono? Le spiega Kim, un giovane commissario politico: i partigiani  combattono per un riscatto dal mondo di miseria e di abbrutimento, lo stesso in cui si trovano anche le camicie nere, ma mentre i primi lottano per spezzare le catene, i secondi si oppongono per mantenerle strette.

Sì, perché tutti i personaggi di questo bel romanzo, visti con affettuosa pietà dall'autore, sono dei vinti, tranne forse Kim che, a differenza degli altri, si pone tutti quei perché, le cui risposte daranno coscienza alla sua e alla loro partecipazione.

Scritto in modo scorrevole, dinamico, mai statico, ha già lo straordinario pregio di introdurre gradualmente alla riflessione, che diventa parte e scopo del testo, al punto che, se rimarranno indelebili nella memoria le figure di Pin, di Lupo Rosso, di Cugino e molti altri, finiremo con il porci anche noi le stesse domande e verremo condotti inconsapevolmente per mano a conoscere le risposte.

E' forse superfluo che aggiunga che ne raccomando vivamente la lettura.


Renzo Montagnoli





L’alba che aspettavamo.

Vita quotidiana a Milano nei giorni di piazzale Loreto 23 – 30 aprile 1945

di Edgarda Ferri

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Storia

Pagg. 249

ISBN 9788804539452

Prezzo Euro 17,00



La fine di una lunga notte



Siamo alla fine dell’anno 2019 e quindi da quel 25 aprile del 1945, giorno che viene commemorato come quello della liberazione dell’Italia dal dominio nazi-fascista, sono trascorsi oltre 74 anni e ormai sono pochi quelli che ricordano quelle giornate fatidiche, pochi che hanno avuto coscienza di quello che accadde, il che vuol dire che questi pochi all’epoca dovevano avere almeno una decina di anni. Furono ore di trepidazione, di gente che sperava nell’arrivo degli alleati, ma che temeva anche colpi di coda dei fascisti e dei tedeschi, così come invece erano attanagliati dall’angoscia tutti quelli compromessi con il regime, perfettamente consapevoli della sua imminente fine e proprio per questo timorosi per la loro sorte. Dico solo che furono giorni convulsi, con continui ammazzamenti, con sentenze di morte pronunciate e subito eseguite da improvvisati Tribunali del popolo, con vittime in diversi casi anche innocenti, colpite da vendette o addirittura scambiate per altre persone, in un caos in cui non raramente non si riusciva a capire se alcuni armati fossero fascisti travestiti da partigiani o viceversa. Per chi a quell’epoca era troppo piccolo per comprendere, per quelli nati successivamente L’alba che aspettavamo è il libro che riesce a spiegare quel che accadde, sia pure limitatamente a Milano, dove peraltro c’erano i centri nevralgici degli opposti poteri. Edgarda Ferri, l’autore, allora era una bambina essendo nata nel gennaio del 1934, ma è indubbio che visse quei giorni, che fu testimone di fatti spesso sanguinosi e che, soprattutto, potè memorizzare l’atmosfera di una guerra e di una dittatura che, alimentata con il sangue, finiva nel sangue. Io non c’ero e pertanto ho potuto apprezzare la cronaca di quegli otto giorni (dal 23 al 30 aprile), quasi scandita ora per ora, una serie di eventi incrociati, storie di personaggi famosi e altri senz’altro non noti, gli antifascisti che venivano ancora catturati e ammazzati, così come i membri delle varie soldataglie del Duce giustiziati lungo le strade, l’incontro in arcivescovado del cardinale Schuster con un Mussolini disperato, il contatto breve di questi con alcuni dei rappresentanti del Comitato di Liberazione per trattare la resa, una resa senza condizioni che il dittatore ormai detronizzato non accetta e che lo induce a fuggire verso la Svizzera, non sa nemmeno lui ancora se per tentare di rifugiarsi nel paese neutrale, oppure per andare a sparare le ultime cartucce nel fantomatico ridotto della Valtellina. Sappiamo come andò a finire, come sappiamo che Benito Mussolini, Claretta Petacci e gli altri gerarchi fucilati a Dongo furono appesi a un distributore in piazzale Loreto, lo stesso piazzale dove il 10 agosto 1944 erano stati fucilati 15 partigiani, i cui corpi furono tenuti ben in vista a lungo per un monito alla popolazione, che ora invece accorreva in massa a sincerarsi della morte di “mascellone”, esultando, infierendo sul cadavere, magari la stessa folla che il 10 giugno 1940 si era entusiasmata per il discorso del Duce con cui comunicava al paese l’avvenuto consegna delle dichiarazioni di guerra alle ambasciate inglesi e francesi. Edgarda Ferri si avvale di numerose testimonianze, di gente dell’una e dell’altra parte che le ha raccontato l’esperienza di quei giorni, ma contano anche le riflessioini dell’autore, molto equilibrate, e anche sincere, perché fa solo un cenno, ma questo basta e avanza per ricordare che già nei primi giorni di pace gli stessi profittatori di prima continuarono a operare indisturbati, che chi aveva potuto pagarsi la libertà era scampato al processo e che chi era il padrone del vapore prima lo era anche a guerra finita. Insomma, se c’era bisogno di un’ulteriore conferma, un cambiamento epocale di sostanza non c’è stato; certo, la guerra era finita, aveva vinto la democrazia, ma chi contava prima continuava a contare.

Il libro si legge veramente con grande piacere, grazie alla struttura snella e alla capacità dell’autore di non far mai calare il ritmo, sempre molto elevato.

L’interesse dell’argomento è notevole, sia per quelli che all’epoca non c’erano, o se c’erano erano troppo piccoli per capire, sia per gli altri, per quelli ormai pochi che vissero consapevolmente quelle giornate, il cui ricordo viene così a loro opportunamente rinfrescato, perche gli italiani devono sapere quanto mostruoso sia stato il fascismo e come sia finito ufficialmente nell’aprile del 1945, pur continuando a covare sotto la cenere.

Renzo Montagnoli





La Resistenza perfetta

di Giovanni De Luna

Feltrinelli Editore

Saggistica storica

Pagg. 254

ISBN 9788807888519

Prezzo Euro 9,50


Un sogno fatto insieme


Il rischio che prima o poi si presenta nel caso di un mito - e la Resistenza può essere considerata un mito - è che nel trascorrere nel tempo ci sia chi vuole sgretolarne le immagine, per non parlare di molti più altri che, senza arrivare a ciò, pur tuttavia nutrono dubbi su ciò che è accaduto e che viene tramandato. Senza tenere conto dell’atteggiamento negazionista dei seguaci dei vinti di quell’epoca il problema reale è che i più quasi sempre ignorano che cosa sia stata la resistenza, oppure ne hanno una visione ristretta di carattere politico. Credo che se uno vuole comprendere il significato di quel grande movimento che interessò l’Italia più o meno dal settembre del 1943 all’aprile del 1945 dovrebbe leggersi questo interessante saggio di Giovanni De Luna, noto storico salernitano. L’autore parte da un diario, quello di Leletta d’Isola (1926 – 1993), figlia del barone Vittorio Oreglia d’Isola e della contessa Caterina Malingri; la ragazza, con i genitori, altri, parenti, amici e domestici viveva nel Palas avito a Vilar, una frazione di Bagnolo Piemonte. Acuta osservatrice riportava su questo testimone giornaliero le impressioni e le riflessioni che nascevano in un periodo particolarmente travagliato per l’Italia, nato col l’armistizio dell’8 settembre 1943, periodo complesso e confuso tanto che la pagina del 30 settembre riporta questa dicitura: “Il nucleo del chaos è l’Italia”. Nelle valli piemontesi la resistenza sorse per prima per diversi motivi, ma soprattutto perché lì era confluita dalla Francia un’intera armata e anche perché meno difficile che in pianura si presentava una difesa dalle incursioni delle truppe nazifasciste. Al Palas arrivarono così gli embrioni di quello che diventerà la Resistenza e in particolare una figura che poco a poco diventerà leggendaria, il comandante delle Brigate Garibaldi Nicola Barbato, nome di battaglia, giacché in effetti si chiamava Pompeo Colajanni. In quella dimora vennero a trovarsi contemporaneamente monarchici, repubblicani del Partito d’Azione, comunisti, cattolici, correnti che, pur ovviamente con proprie idee, riuscirono a cementare un’unione volta al supremo sforzo non solo di liberare l’Italia dal giogo nazista e dalla dittatura fascista, ma vennero anche a gettare le basi ideali per un Italia nuova, un accordo che sarebbe parso in altri momenti impossibile. Come poté avvenire un tale miracolo? Accadde perché quei combattenti per la libertà riuscirono a mettere da parte in quei giorni gli anacronistici confini ideologici e di classe che li dividevano, e ciò per un comune scopo; avevano capito che il male era il passato, gli anni bui della dittatura e delle guerre, e il male veniva perpetuato dai nazisti e dai fascisti, mentre il bene si sarebbe trovato nel futuro da costruire insieme. Fu un sogno, quindi, perché già dopo il 25 aprile, senza più il male in contrapposizione venne a perdere evidenza e forza anche il bene.

La Resistenza quindi fu per la prima e forse unica volta un sogno fatto insieme, per cui si combatté e si morì anche, una magia oserei dire di cui nel tempo si è perso il significato, lasciando anzi spazio a pericolose e becere tendenze revisioniste. Certo, non furono tutte rose e fiori, ci furono anche atti esecrabili, ma nel suo insieme la Resistenza è quanto di meglio si sia fatto dopo l’Unità d’Italia. Lo stile di De Luna è gradevole, senza inutili appesantimenti, e la narrazione procede con linearità, poi però, verso la fine, l’autore si lascia prendere dall’entusiasmo e s’incrina un po’ l’obiettività ammirata in precedenza; niente di grave, anche se si avverte chiaramente che lo storico, pur basandosi su fatti e dati concreti, si lascia prendere volentieri la mano.


Renzo Montagnoli




Articoli per il XXV aprile

 





Cos’è il 25 aprile

di Ferdinando Camon


"Avvenire" 25 aprile 2015
 

Per chi c’era, in quella fine aprile e inizio maggio del 1945, la liberazione dai nazifascisti fu un evento enorme, e come tale allora non valutabile e non comprensibile. Sì, scappavano i fascisti e i nazisti, ma chi restava? E chi veniva? Per fare che cosa? S’intuiva che nella liberazione dai nazi-fascisti c’era il germe oscuro di un’Italia dai molti partiti, forse ancora monarchica (ma diversamente), forse addirittura repubblicana, comunque senza manganelli, senza olio di ricino, con manifestazioni pubbliche, giornali, giornali radio. Si sentiva che la Resistenza avrebbe contato moltissimo. Noi eravamo un popolo che “aveva la Resistenza”. Sì, eravamo il popolo che aveva inventato il fascismo e il fascismo era stato il maestro del nazismo. Che poi l’allievo avesse superato il maestro, questo era già nella storia. Però noi avevamo inventato il fascismo ma anche la lotta al fascismo, la resistenza del popolo. Ci sono popoli che ci sfottono con la famosa barzelletta coniata contro di noi: “Qual è il libro più breve del mondo? Risposta: l’elenco degli eroi di guerra italiani”. A questa barzelletta rispondeva Brecht (“Infelice quel popolo che ha bisogno di eroi”), ma rispondiamo anche noi, quando vediamo sul digitale o su Sky o al cinema, qualcuno dei tanti film costruiti sui cosiddetti eroi di guerra: la grandezza della guerra e la grandezza umana stanno su piani diversi, ambedue sono memorabili ma una sola è benefica. E la Resistenza ha avuto un suo eroismo, che nasceva proprio dall’essere la parte militarmente improvvisata e dunque più debole. Bande contro esercito. Oggi, 25 aprile, noi festeggiamo la vittoria delle bande. Abbiamo un lungo elenco di eroi partigiani, perché abbiamo avuto una lunga Resistenza. E possiamo dire: “Infelici quei popoli che, avendo una dittatura, non hanno anche una Resistenza”. Magari avranno diserzioni, tradimenti, congiure, attentati, ma le congiure dei comandi militari, gli attentati alla vita del dittatore, le bombe alle sue riunioni, sono atti eroici, molto eroici, però non sono azioni del popolo, sono sempre azioni del vertice.
Man mano che cresceva la Resistenza al fascismo e che cresceva la repressione fascista, si faceva chiaro un concetto: una parte avrebbe vinto e l’altra avrebbe perso. La parte perdente non combatteva più per la vittoria: combatteva per la vendetta. Il suo motto era: “Morire come lupi”. È questo che rende impossibile oggi onorare ambedue le parti. Aver pietà per i morti dell’altra parte è umano ed è cristiano, ma il tributo d’onore è un’altra cosa. Il capo dello Stato, il cattolico Mattarella, ci ricorda che una parte combatteva per la libertà, l’altra per la sopraffazione. Da una parte è venuta l’Italia in cui viviamo, che avrà mille difetti ma li possiamo denunciare e combattere, dall’altra sarebbe venuta un’Italia in prosecuzione di quella che moriva, che avrebbe continuato a far vivere i suoi cittadini in attuazione della volontà di un uomo o di una oligarchia o di una dottrina. Controllato da quella volontà, tu dovevi essere fascista, non potevi essere marxista, non potevi essere cristiano... È questa la differenza. Ed è una differenza che sta nella Costituzione. Il che significa che il risultato più grande e più duraturo della Resistenza è la Costituzione che abbiamo. Chi è morto da partigiano o da resistente, è morto perché fosse cambiata la Costituzione. La Costituzione si può perfezionare, tutto è perfettibile, ma non si può tradirla. Ricordare oggi la Resistenza vuol dire ricordarsi di questo.


www.ferdinandocamon.it




MondoBlog del 25 aprile 2021

 

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