venerdì 15 luglio 2022

Ferie 2022

 



C h i u s o


p e r


F e r i e



Si riapre a settembre





Estate in poesia

 



Di luglio

di Giuseppe Ungaretti



Quando su ci si butta lei,
si fa d'un triste colore di rosa
il bel fogliame.
Strugge forre, beve fiumi,
Macina scogli, splende,
E' furia che s'ostina, è l'implacabile,
Sparge spazio, acceca mete,
E' l'estate e nei secoli
con i suoi occhi calcinanti
va della terra spogliando lo scheletro.






Di lunga luce l’estate si colora

di Aurelio Zucchi





Di lunga luce l’estate si colora

quando gli azzurri fanno a gara

per dispiegare senza alcun compenso

la vera mappa che ci fa felici.

 

Non v’è bisogno di intestardirsi

nella ricerca degli amori nuovi.

Basta sdraiarsi sulla pietra a riva

ed aspettar dal cielo un cenno

che impartito gli verrà dal sole.

 

Si correrà ad abbracciare il mare

per farci raccontare antiche fiabe.

Lui ci dirà del come innamorarsi.








Estate che te ne vai

di Graziella Cappelli



All’improvviso

ti allontani

In riverberi

e labbra

imbronciate

di begonia.

A passo greve

trascini

la veste sfilacciata

sulle sterpaglie

in cimiteri

di girasoli

e poi scompari

oltre le colline

riarse.

Nel vento

la tua treccia

è una fiamma

che si contorce

e versa cenere.








Estiva

di Vincenzo Cardarelli

 


Distesa 
estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell'albe senza rumore
ci si risveglia come in un acquario
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d'oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell'ordine che procede
qualche cadenza dell'indugio eterno.





L’estate lenta

di Donatella Nardin





Strofina l’azzurro sulla pelle l’estate

lenta: dai piedi nudi della mia terra

escono rondini alle verdi radici

e due ombre con il mio stesso

volto – quello di ieri, quello di oggi –

nell’ombra il passato è presente

ma scivola via veloce il tempo

dalla sue ritrosie.



Presto non potremo più correre

nell’aureo lucore delle sue sponde,

dalla memoria dei luoghi presto

non potremo più suggere calda

la vita, dimorarci in essa se tutto

passa smarrendo i suoi mari

i suoi venti lasciando la triste dolenza



di chi nel fuoco dell’estate come

in un rogo di farfalle si smarrisce.


Da Terre d’acqua (Fara, 2017)








La nuova estate

di Vincenzo D’Alessio





L’estate ritorna

nel fresco mattino,

la nebbia che ovatta.

La gente, i passi,

riprende un lavoro.

Vita in campagna.

In città una noia.

In campagna la vita.

Ogni estate più bella.

Tetti, spicchi d’arancio,

aprono fiati di torri.

Lavoro per sopravvivere.

Ogni anno un’ estate.

Vivere una nuova estate.


Da Nuove anime (Fara, 2019)






Le voci del bosco d’estate

di Giovanna Giordani



Le voci del bosco d’estate

sussurrano liete fra l’ombre

degli alberi scuri

che donano al sole

allegri spiragli gentili



Han trilli improvvisi

fra  battiti d’ali

fruscianti  fra i pini

e guizzi improvvisi fra l’erba

dei saltamartini



Le voci del bosco d’estate

raccontan le fiabe

più antiche

nascoste

fra i muschi e i licheni

nel magico incanto

ancora una volta

risorte






L'ultima estate

di Piero Colonna Romano

  

Nell'aria quel frinire di cicale

s'allarga come cerchio che si spande,

 scuote e carezza pini un caldo vento.

 

Laggiù vedo la fine delle scale,

così la nostalgia nel cuor è grande,

scheggia di mar che solo dà tormento.

 

E'  vela antica e vola sopra l'onde,

a questa vita guardo e mi confonde.

 

Dolce è il ricordo e, ricordando il mare,

resta certezza del non più tornare.





Mattinata

di Franca Canapini





Ci si sveglia

nell’aria asciutta dell’estate

nel sentore di paglia secca

nel mare verde

delle chiome dei pini.

Rombi di aeroplani a tratti

tagliano la cavità del turchino

il silenzio degli oleandri

subito la ricuce.

Soffia nel cuore la voce

di tutte le estati passate

voce di vastità marine.








Ore d’estate

di Renzo Montagnoli




Luce accecante,

non un filo d’aria,

stille di sudore lungo la schiena,

è rovente la voce dell’estate.



Dall’alba al tramonto sono

solo ore di grande calore

che impietose stroncano

ogni volontà di fare.



Resto allora sdraiato

immerso in un velo di torpore

senza pensare senza dormire

in queste lunghe ore d’estate.



Da Lungo il cammino










San Giovanni del Sinis

di Piera Maria Chessa



E’ inquieto oggi il mare
a San Giovanni,
non ha più
i colori limpidi e avvolgenti
dell’estate,
una schiuma rabbiosa
colpisce la spiaggia
con alte e lunghe onde
bianche.

Sulla sinistra
la torre del Capo San Marco
fa la guardia con pazienza
controllando, come può,
le intemperanze del suo mare.





Torrida estate

di Michael Santhers


Il sudore brucia gli occhi
stropicciati a dorso di dita
e i sogni hanno bisogno
di palpebre adagiate a riposo

Sole e sabbia giocano
a ping pong con la calura
e a volte s'impiglia nei capelli
altre fa un vino bianco coi cervelli

Masticano a vuoto le bocche
le parole urtano sui denti
e ove laschi fischiano
allertano cani che rispondono
con un colpo di coda
mossa con pigrizia
cade a ramo secco
e i bambini l'additano ai nonni
intenti a fabbricare raucedini

A vuoto le notizie di qualche giornale
utile a ventaglio alleggerisce bugie
pagate a convincere che ogni colpa
è degli altri,del governo

Afflosciate dormono 
imitano pipistrelli le foglie
con il loro verde patinato argento
nel riflesso d'aria infuocata
mentre qualche tosse del mare
increspa pigre onde a retromarcia

Fazzoletti alla fronte
pezze a tamponare
la fuga di pensieri roventi
verso tane d'animali 



Da:Quando Gli Alberi Si Rifiutano Di Ospitare Le Foglie




















MondoBlog del 15 luglio 2022

 

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Sono l’ideale quando picchia il sole…



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L’Alaska non è solo uno stato americano



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Ricordo della Val di Fassa

sabato 25 giugno 2022

Recensioni libri di poesia del primo semestre 2022

 




La porpora delle api

di Anna Maria Ercilli

Postfazione di Alberto Mori

Foto in copertina di Anna Maria Ercilli

Fara Editore

Poesia

Pagg. 56

ISBN 978-88-9293-094-0

Prezzo Euro 10,00


La delicatezza con cui sono espressi i sentimenti


Non trovo nessun meridiano / per unire i passaggi, /…” “Ricordiamoci il rumore / dei passi / nelle strade silenziose /…” “Lente scorrono sul vetro / rispecchiano il mondo /…”.

Se leggiamo le poesie di questa raccolta in religioso silenzio ci è possibile sentire un battito, quello di un cuore caldo che freme nell’osservare, nel guardare intorno per poi fissare su carta sensazioni ed emozioni, è un cuore che trema e gioisce, che lento scandisce ricordi trascorsi, che fa risentire passi lontani; è un cuore quello dell’autore che accompagna la nostra emozione, che ci incanta con le sue sublimi parole ( Si allontana, le spalle / ricurve come da / un peso / invisibile il fardello ma pesante, / sono mancate le parole / quelle facili per le nostre labbra, / nessuno s’è girato a raccogliere / uno sguardo, / l’ultimo incompiuto ponte / sospeso / ignoravamo come e dove / finivano le nostre sorti.). Di Come sospesi ho riportato integralmente i versi, perché è raro trovare una delicatezza e una sensibilità con cui esprimere i sentimenti, sussurrati in punta di penna.

Però questa poesia non è la sola a presentare queste caratteristiche senz’altro innate nell’autore, visto che è un piacere ritrovare questa dolcezza anche quando si scrive di cose che fan male, perché in fondo constatare non vuol dire concordare (Le parole - Le parole non portano / rancore sono disarmate, / ma sanno ferire / le parole incontrano finestre chiuse, / aprono porte nei cortili / sfregiano muri di argilla / non entrano nell’arido tempo / non lasciano arrivare il sonno,/ rodono il dubbio nel rumore / indefinito, stridono / nella lingua della notte / travisano il senso / a te pensano. ).

Chi come me scrive anche poesie potrebbe sembrare facilitato nello stilare la recensione di una silloge, ma non è del tutto esatto, perché prima di tutto mi deve spossessare della mia personalità poetica per entrare in quella dell’autore e ciò a volte è difficile, ma in questo caso non lo è, perché mi sono trovato di fronte a una persona che è sempre presente, in ogni verso, anche quando si chiude il libro. I sentimenti e il modo di esprimerli senza imporli, anzi proponendoli, mi hanno appagato, mi hanno indotto a una serie di riflessioni sul senso della vita, sui miei rapporti con gli altri che mi hanno condotto a quella serenità che si può provare solo quando si legge qualcosa che ti tocca nel profondo, che ti fa aprire il cuore per poi rinchiudervi dentro quell’emozione da ripescare nei momenti grigi.

Quando un’opera mi provoca questa sensazione non ho da chiedere altro, mi ha dato tutto ciò che cercavo e quindi inevitabile è il giudizio positivo della stessa, un giudizio che spero concordi con quello di altri che intendessero leggerla, ricordando che, a differenza di una prosa, la composizione poetica deve essere ponderata parola per parola, onde entrare in sintonia con l’autore.





Lungo il fiume della vita

di Giovanna Giordani

Youcanprint

Poesia

Pagg. 54

ISBN 9791220380416

Prezzo Euro 8,00



Serenità naif



Giovanna Giordani non mi è certo sconosciuta, essendo un ospite frequente di Arteinsieme, il magazine che conduco, e proprio per questo credo di poter scrivere a ragion veduta di un’artista che, animata dai migliori sentimenti, cerca di esprimerli in versi, non di rado con risultati lusinghieri. In cambio rare sono le pubblicazioni delle sue poesie, tanto che prima di questa rammento solo Sulla riva del fiume edita da Aletti nel 2009 e di cui scrissi una recensione positiva. In quel giudizio ormai datato rammento che la stessa Giovanna Giordani mi confermò quanto riportato nella quarta di copertina, che trascrivo fedelmente: “Il mio poetare non è ricercato, lo definirei naif, semplice, vero che ubbidisce ad una voce arcana che mi detta le parole per dar forma scritta alle emozioni, ai sentimenti.” Sono parole che ancor oggi mi sembrano appropriate, perché la poesia dell’autore trentino ha effettivamente le caratteristiche che sono proprie della pittura naif, cioè la semplicità e il candore con cui vengono espressi i sentimenti. Ne scaturisce una poetica che ha un suo pregio e che in genere incontra il favore di chi legge.

Quando il clamore del mondo / si spegne / riecheggia amico / il canto dei poeti . /….”(da Il canto dei poeti); “Il suo bussare fu lieve / e la terra comprese / e chiese al sole / un regalo speciale / per sconfiggere il gelo / che l’opprimeva. /...”(da il Bucaneve); “Le voci del bosco d’inverno / le senti frusciare / fra i rami svestiti / e le foglie rimaste / a vegliare /….” (da Le voci del bosco d’inverno); “Sguardi affacciati / dalle carrozzine / allineate / lungo il corridoio / come rondini in sosta / sui fili della luce / tenere / distanti” (da Casa di riposo).

Versi come questi, nella loro pacata armonia, ben esprimono sentimenti ed emozioni, sono inclini a penetrare senza sforzo nell’animo di chi legge, trasmettendogli un benefico senso di pace, con la dolcezza che li accompagna e una semplicità volta appunto all’immediatezza. L’impressione che mi sono fatta è che sgorghino senza freno dall’animo di Giovanna, pur con il pudore dei crochi che sbocciano nella neve nel tardo inverno e con l’ardore dei primi raggi di sole che annunciano l’arrivo dell’imminente primavera.

Dunque, una poesia semplice, ma per niente scontata, e che trova questo fiume ricorrente nei titolo delle raccolte di Giovanna Giordani, con l’agilità della corrente di parole che scandiscono i versi, saltellante fra le rocce con un suono cristallino e che non diventa mai rombo prima di adagiarsi, procedendo lentamente, nel suo cammino in pianura verso la foce.

Non c’è problema d’interpretazione perché si tratta di sentimenti puri e innati, che sgorgano come una polla di sorgente; si fiondano nel cuore di chi legge e ci restano, sono il sereno dopo una tempesta, sono la quiete in cui ogni tanto rifugiarsi.

Non credo di aver altro da dire, se non la raccomandazione di leggere Lungo il fiume della vita.





Il tempo che trasforma

di Patrizia Fazzi

Edizioni Prometheus

Poesia

Pagg. 136

ISBN 9788882202798

Prezzo Euro 15,00



A passo di danza



Era da un bel po’ di tempo che all’inizio di un’opera poetica non mi capitava di leggere un preludio e del resto questo breve cenno informativo era più in uso in un remoto passato tanto che lo troviamo nell’Iliade (Cantami, o Diva del Pelide Achille…) e nell’Odissea (L'uomo ricco d'astuzie raccontami, o Musa ….); eppure, per quanto scarsamente utilizzata, questa forma di introduzione, questa anticipazione in termini ristretti del tema svolto, ha una sua funzione, perché tende a mettere a suo agio chi si appresta a leggere. E senza che io in queste righe lo riporti mi limito a dire che quello di Il tempo che trasforma ha una liricità non di maniera e un contenuto che sembra annunciare una visione di integrazione dell’essere umano con la natura, con un estro creativo che giunge da lontano e trasferisce su carta in modo tumultuoso, ma anche spumeggiante, ciò che da tempo era lì, nel proprio Io, e che attendeva solo il momento di essere colto. Non intendo andare oltre, perché il tempo e lo spazio sono tiranni, e passo pertanto alle sensazioni di lettura delle poesie di questa raccolta. Come d’uopo è il bon ton, giusta appare un’auto presentazione dell’autore, con quel Io sono Patrizia, persona che vuole gioire della bellezza della vita, ma che presenta un fondo di tristezza che caratterizza un po’ tutti i poeti. E dal fondo di se stessa, da quella porta spalancata da cui esce turbinosa la poesia, frutto dell’imperscrutabile rapporto intercorrente fra il proprio Io e il mondo circostante, un po’ per volta conosciamo Patrizia, apprendiamo del suo carattere, delle sue aspirazioni, in un fil rouge stabilmente fissato nonostante che i versi abbiano visto la luce in periodi sicuramente diversi, anche a distanza di anni. Mi ha colpito, e non poteva essere diversamente avendo scritto anch’io qualcosa al riguardo, E’ nel silenzio, con quel suo dialogo in poesia che si completa con la successiva Fino all’anima, con la parte più regale di noi, appunto l’anima.

Comunque, in questa raccolta sono presenti, riuniti in tanti corpi diversi, più temi e non poteva mancare quello dell’amore, inteso nella sua accezione più ampia, con il suo preludio, breve, ma esaustivo ( E solo allora capisco, / mentre angosciata sorrido, / che formula strana / è l’amore, / che stare non può / senza la sua rima, dolore. ). Ai versi di questo corpo è stato dato il nome Là dove il cuore, a cui seguono quelli chiamati, nel loro complesso, Il respiro del mondo, pure qui con il suo bel preludio ( Poesia / è guardare / dall’alto di una finestra / un blu fittissimo / immenso,/ pullulante di stelle / e vedere / pian piano / affiorare / case e paesi, / esseri e vite. / Poesia è / calarsi in quel blu, / meravigliosa vertigine. ), in pratica così è la vita.

Seguono poi quelli del terzo corpo, chiamato terza danza, e che si intitola Alla soglia del bello, dove il bello è quello dell’arte, che attira e stupisce; esempio lampante sono le sensazioni ed emozioni provocate dalla musica, come in Dolce è perdersi, oppure un’architettura di difesa che richiama gesta epiche, come proprio in Il castello di Poppi.

E infine, a completamento della raccolta, il cosiddetto balletto finale intitolato il Tempo che trasforma. E’ una realtà che il tempo scorre e ha effetti su tutto, ma nel caso specifico soprattutto su di noi; in questo senso riporto integralmente quella che ritengo la migliore fra le tante, cioè Dal davanzale del tempo: “Dal davanzale del tempo osservo / il mulino degli anni / che macina e gira / i giorni e i mesi / e noi tutti sospesi / nell’acqua fluente / che chiara ci appare / solo quando ritorna alla fonte. / E a volte una vita, / coltivata nel cuore / con fatica e sudore, / si sfarina così, / quasi senza rumore / e del mattino di sole non resta / che uno schianto leggero, / un lieve sfavillo / nel rosso teatro serale./ E poi tutto - pubblico o attore - / s’ingorga e s’involve / nella ruota dentata del tempo.”. A parte il contenuto mi preme evidenziare le felici scelte che donano un sapore di affresco, come “il mulino degli anni / che macina e gira /”, oppure “ il lieve sfavillo / nel rosso teatro serale.”.

Sono arrivato così a ultimare la lettura, gratificante, con poesie dalla struttura equilibrata, e pertanto armonica, non fini a se stesse, non esercizi di virtuosismo, che pure non manca, ma un dialogo instaurato prima fra l’autore e il proprio Io, e poi con il lettore, che non può che ringraziare.






Quell’onda che ti tiene lieve

di Felice Serino

Libreria Editrice Urso

Poesie

Pagg. 56

ISBN 978-88-6954-242-8

Prezzo Euro 10,00



Fra sogno e realtà



E tre, verrebbe da dire, perché con questa sono tre le raccolte di poesie di Felice Serino che ho avuto l’opportunità di leggere. La prima, che mi ha fatto incontrare l’autore, è stata Dalle stanze del cuore e della mente, una sublimazione della parola, la seconda è invece stata Sopra il senso delle cose, una silloge che, recensendola, ho ritenuto di definire frutto dell’esperienza e della creatività. Del resto il poeta, di origini napoletane, ma dimorante a Torino, è un artista di lungo corso che via via negli anni ha affinato il proprio modo di verseggiare, e ciò è facilmente riscontrabile leggendo le sue composizioni in ordine temporale. Questa che ora ci occupa si inserisce cronologicamente, almeno come epoca di pubblicazione, in posizione intermedia, senza segnare una marcata evoluzione e fermo restando quella ricerca introspettiva che è materia propria dell’autore uso ad approfondire con progressività. Nel contesto di ricerca di ciò che può rivelare il proprio Io si nota particolarmente, apprezzando, una visione evanescente che dona particolare fascino, ammantando il verbo di magia, all’intero corpo come in Angelo della luce: adagiati creatura del sogno / sulla curva del nostro abbandono / la lontananza è ferita insanabile / un cielo d'astri divelti / e tu balsamo sei / -tu orifiamma tu altezza / sognato stargate - /dove voce insanguinata c'inchioda / dalla caduta. Sono versi che tendono a volare, a superare confini naturali per congiungersi a un mondo di fantasia, la cui porta, lo stargate, è in attesa di essere valicata. In questo universo che si potrebbe definire poetico Serino s’invola, novello Ulisse verso un’Itaca che è la propria dimensione interiore, un’avventura senza fine in cui conta di più la conoscenza che si incontra nel percorso che il raggiungimento della meta (da Sull’acqua: sul grande mare del sogno / veleggiano i miei morti / gli occhi forti di luce / con un cenno m'invitano / al loro banchetto sull'acqua / d'argento striata / m'accorgo di non avere / l'abito adatto / cambiarmi rivoltarmi / devo / vestire l'altro da sé .). E tutto procede in una sorta di limbo, un sogno che porta ad altra dimensione, e in cui con maggior chiarezza è possibile leggere dentro di sé, in una visione che continua a essere evanescente, una sorte di ectoplasma che avvince e respinge (da L’elemento celeste: tornerò ad essere pensiero espanso / quando dalla scena / sarò sparito / dove si curva all'orizzonte il mare / sarò forse atomo / fiore o stella e / in estasi / mi unificherò all'elemento che da sempre / mi appartiene). Si resta attoniti, anche sgomenti spettatori di una metamorfosi, di una trasformazione che è un’implosione della persona stessa, e, comunque, il tutto si riassume, si comprende con chiarezza in questi versi, con cui vorrei chiudere la recensione di un’opera complessa, ma dall’indubbio fascino: da In vaghezza di sogno “ ti rigiri e vedi -in vaghezza di sogno / un te estraneo vagare / per strade buie e vuote / come un san sebastiano a trafiggerti / gli strali della notte – senti / recalcitrare / in te l'uomo vecchio - ah convivere / con gli umori di un corpo-zavorra / ti avvedi d'aver perso le chiavi / di casa mentre un gallo / canta / in lontananza ed è l'alba “.





Monologo dell’angelo caduto

di Giuseppe Carlo Airaghi

Fara Editore

Poesia

Pagg. 56

ISBN 978-88-9293-099-5

Prezzo Euro 7,50



Angeli e poeti



Sono sicuro che Giuseppe Carlo Airaghi abbia tratto l’ispirazione per questo suo Monologo dell’angelo caduto dal film di Win Wenders Il cielo sopra Berlino, in cui Damiel e Cassiel, due angeli invisibili a tutti, si aggirano per la capitale tedesca fino a quando il primo vede una trapezista e, poiché se ne innamora, si fa uomo e quindi mortale. Infatti non è un caso che l’io, più che narrante poetante, si chiami Damiel ed è pure lui un angelo che si innamora; troppe coincidenze che finiscono con dare credito alla mia ipotesi, peraltro avvalorata da quattro righe di introduzione e da successive illuminanti tracce. Tuttavia il richiamo al film non va oltre, perché l’opera in versi ha una sua autonomia che ne determina l’unicità. E’ poi particolarmente interessante il modo con cui l’autore si cala nei panni dell’angelo, per cui verrebbe da dire che per scrivere quest’opera da uomo si è fatto angelo (Ho barattato una immutata eternità // per la sete di un bacio ricambiato, / per un bicchiere di vino, per la curva / irripetibile di un collo di donna, // per pisciare sui cumuli di neve, / per imprimere la mia presenza, /Il mio segno tangibile nel mondo ). Se il modo interessa, il contenuto invece stupisce, perché questa creatura alata, caduta sulla terra e quindi fattasi mortale, mantiene ancora il privilegio di una visione celestiale di tutto ciò che incontra (Precipitato da una distanza di cielo / per accarezzare la curva che scende / tra il suo collo e la spalla. // Per capire cosa fosse la pelle / ho rinunciato al tempo eterno, / sono sceso a baciare la terra. // Da un bianco e nero manicheo / a una incredulità di colori / ancora tutti da nominare.// Ho risalito il fiume, raggiunto / la riva opposta per esprimere / finalmente un giudizio sul mondo. ). Fra l’altro questo straordinario protagonista rivela una simpatia del tutto particolare, vittima dei limiti dell’essere mortale, ma ancora capace di vedere oltre quelle nude immagini che si fissano nei suoi occhi (Non esiste solitudine senza eco. / Ovunque ci accompagna il rimorso / del passato oppure il rimpianto // che non dà meno dolore, il rombo / di un temporale lontano, un vento / che non sgombra il cielo in allarme. // Le sere d’inverno duravano anni, / troppo vaste per poterle varcare / senza pagarne il prezzo per intero. // Di molte sono stato spettatore. / Il tramonto era un sipario calato / sopra una recita senza finale. // Come spesso accade qualcuno balla / e qualcuno addossato alla parete / fissa un punto cieco nella stanza. // Con il bicchiere vuoto tra le mani. / La conversazione langue. Le cose / da dire hanno scarsa importanza. // Abbandonare la stanza è un’opzione / non contemplata dalle buone maniere. / A me parve non restasse altra scelta. ).

A un certo punto, e non credo di esagerare, mi si è accesa una lampada, ho avuto, quel che si usa dire, un’illuminazione, e cioè se Airaghi per scrivere si è fatto angelo, quell’angelo che per amore si è fatto uomo, sono diventati entrambi un’entità sola, e allora come è possibile questa tramutazione? A ogni domanda c’è quasi sempre risposta, come anche in questo caso, perché sono più che convinto che sia la creatività del poeta che conduce a quell’estasi che è propria di un essere fuori dalla materialità delle cose, tanto elevata da sembrare irraggiungibile, eppure a portata di mano, purché si riesca a entrare in sintonia. In fin dei conti, chi scrive versi va oltre la modesta realtà di ogni giorno, cerca di sublimarsi nella ricerca, spesso inconscia, dell’Assoluto.

Questo Monologo dell’angelo caduto è ben diverso dalla silloge precedente Quello che ancora restava da dire, ma non è una differenza di valore, perché entrambe le opere sono senz’altro di eccellente qualità; secondo il mio giudizio si tratta invece della ricerca di un nuovo percorso espressivo che possa andar oltre i limiti naturali di una esternazione del proprio “Io” (Pensavi il tempo fosse una retta / chiusa tra un inizio e una fine. / Il tempo non va da nessuna parte, // non si arresta. Il presente è un punto / in continuo movimento, effimero / e immenso. Porta con sé l’universo. // Tutte le vite precedenti trovano posto / nel susseguirsi infinito dei secoli, / perse nelle omissioni della Storia. ).

Da leggere, indubbiamente.





Vita di una donna

di Carla Malerba

La Vita Felice Edizioni

Poesia

Pagg. 71

ISBN 9788877997630

Prezzo Euro 10,00


Ricordando


Dite la verità, chi a una certa età non si è voltato per ripensare al tempo trascorso, a quella che è stata, fino a quel momento, la propria vita? Che si tratti di un poeta, oppure di un uomo che non ha velleità artistiche, tutti, dico tutti, sono passati per questa porta, spalancata sul passato a portare testimonianza della propria esistenza. E così è stato anche per Carla Malerba che, scrivendo poesie, ha voluto poi mettere in versi le sensazioni e le emozioni che ha provato nel volgersi indietro. E’ nata così Vita di una donna, una raccolta tematica che incuriosisce, poiché la vita di ognuno di noi è unica e irripetibile. Si va indietro nel tempo, si vanno a cogliere quegli eventi che più di altri sono rimasti indelebili, se non nella precisa memoria, almeno in quelle sono state le impressioni, o addirittura i turbamenti provati, come nel caso dell’amore giovanile (Ricordo quegli anni tumultuosi / dove tutto pareva avesse le ali, / correvano le mie gambe / come puledre al vento dell’estate. / I portici un po’ oscuri / aprivano varchi inaspettati / e i pensieri ad ogni angolo / incrociavano riverberi di sole. / Irragionevole amore che ti inganna / e ti fa compiere imprese straordinarie, / radere a volo d’angelo scarpate, / sfidare tempeste in mare aperto, / irragionevole amore dei vent’anni. ). Mi trovo in sintonia con questi versi, capaci di esprimere con una vena di pudore un sentimento che nasce all’improvviso, irragionevole appunto, salvo poi domandarsi il perché un essere umano possa attrarre così tanto. Tuttavia, nella vita c’è sempre un’alternanza di gioia e di dolore, quest’ultimo quando si patisce la perdita di un proprio caro, come in Tu, padre mio (Tu, padre mio, / eri un uomo di poche parole, / di una mitezza ferma / trattenuta nello sguardo. / Nominavi spesso il Padreterno:/ poi il silenzio dei giorni ultimi / precipitati nel dolore / e nella chiaroveggenza del rifiuto, / nella parola invocata, / l’ultima tua notte sulla terra.). Poi ci sono le nascite, i figli, di cui si cercano di serbare ricordi che evochino il loro percorso, come per esempio, il famoso dentino da latte, per non parlare di oggetti di uso comune, ma che hanno l’immediatezza di richiamare un periodo e alcune caratteristiche di questo (Che assurde cose / tiene una madre / in un cassetto:/ un fiocco azzurro / di prima elementare, / un mazzo di carte ingiallite / di partite col nonno /nei pomeriggi invernali, / un paio di guanti / lasciati in un’aula di università / e restituiti poi /ad un piccolo alunno / confuso tra i dottori, / buono e tutto preso / per un giorno / da un ruolo diverso, importante. ). Sono tanti i ricordi che emergono dall’oblio, che pretendono quasi di essere ascoltati, in questo giorno che è tutta una vita, amori, dolori, profumi, sensazioni, nulla è lasciato al caso, perché sono la testimonianza che abbiamo vissuto e non mancano i sogni, i desideri irrealizzati che fino a quando non sono rimpianti fanno bene all’anima (Mi piacerebbe abitare / in un porto di mare / con tre bambini che conosco / forse in altura / per vedere brillare le lampare / di notte, e di giorno / le isole sfumate di foschia. / E vivrei qui / soltanto / di pane e di poesia. ). Non è ancora rimpianto, ma è una lacrima pescata nel profondo del cuore per un desiderio che si sa irrealizzabile, ma che finisce con il rappresentare un preciso punto di riferimento nell’arco degli anni, tanto che è rammentato in versi, e non potrebbe essere diversamente per una donna che vorrebbe vivere lì solo di pane e di poesia.

Anche questa, come le due precedenti raccolte (Di terre straniere e Poesie future), mi è piaciuta per la capacità di esporre sentimenti ed emozioni con immediatezza, per la ricerca di argomenti che sappiano toccare il cuore senza squarciarlo, e infine per la serenità che riviene dalla lettura.





Ipotetico approdo

di Claudia Piccinno

Mediagraf Edizioni

Poesie

Pagg. 111

ISBN 9788888484334



Ciò che si può cogliere



La poesia è lo specchio dell’anima, riflette quelli che sono i nostri sentimenti, è una cartina di tornasole di quel che dentro di noi definiamo l’IO, ciò che veramente siamo. E allora può capitare di leggersi, di scoprire nei versi che escono dalla nostra penna una figura che nemmeno supponevamo, ma che altri, attenti a osservare il fluire delle parole, gli accostamenti sillabici, il filo predominante del discorso, già ci avevano classificato. Nel leggere queste poesie della raccolta Ipotetico approdo si può solo pensare che l’autore possa essere, anzi sia, un attento osservatore di situazioni e di eventi, ma anche come il suo sguardo si posi soprattutto sugli ultimi, sui più deboli, sui più sfortunati, senza compassione, ma eventualmente con pietà verso un mondo che permette che esistano certe situazioni, che consenta prevaricazioni e inutili crudeltà (Li ho portati i miei / studenti al cippo di Sabbiuno di Piano / a leggere quei 34 nomi tenendoci per mano. / Arno e Vanes erano con noi a dir più volte / non eravamo eroi, / non c’erano né buoni né cattivi, / c’era la guerra / e urgeva difendere la nostra terra. . /….). Che si tratti dell’eroico sacrificio di partigiani o del mondo chiuso di un bimbo autistico per arrivare al tormento dei profughi bambini Claudia sa cogliere di ognuno la dignitosa interpretazione del ruolo di emarginati, di sconfitti dagli uomini, ma non dall’umanità. Sono versi dolenti, ma non enfatici, sono uno stato emozionale che si trasmette al lettore in un flusso continuo, quasi un pianto da tragedia greca, che lo scuote, gli induce una ribellione che non è ricorso alla forza, ma condivisione, un bel passo avanti rispetto al grande male di quest’epoca: l’indifferenza. Ma c’è posto anche per altro, per i grandi misteri come l’amore, per i contrasti assoluti fra fede e ragione, e non poteva mancare, a maggior ragione con i fatti di questi giorni, anche se la raccolta è ben antecedente, il richiamo alla pace, un termine che esiste perché è usato anche quello della guerra, perché senza guerra l’uomo non desidera la pace.

Potrei scrivere ancora e forse finirei l’inchiostro, tanto avrei da dire, ma ricordo che la poesia parla da sola, non ha bisogno di intermediari, sta lì in attesa che qualcuno la legga e, soprattutto, che sia disposto ad accoglierla; versi dopo versi, parole che si susseguono, immagini che si materializzano nella mente, sensazioni che prendono corpo, un piccolo sorriso di soddisfazione che si disegna sul viso, questa è la poesia, un’ostrica che poco a poco si schiude per rivelare il suo tesoro, una libertà che nessuno potrà mai togliere (Io nuvola, lei rondine - Libera come nuvola / nel cielo di marzo,/ cosciente della / piccolezza della rondine, / pretesi di guidarla / verso la luce / ….)





Equilibrio

di Gabriele Oselini

Fara Editore

Poesia

Pagg. 80

ISBN 978-88-9293-055-1

Prezzo Euro 10,00



La serenità della natura



Di questo poeta mantovano avevo già letto le sillogi Piove (Fara, 2011), La mia casa (Fara, 2014) e Fiori rossi (Fara, 2018), ritraendone una positiva impressione; in particolare ho potuto apprezzare le tematiche, connesse alla natura, una natura di certo reale e non idilliaca, per quanto non manchino note che richiamano una osmosi fra il mondo circostante e l’intima natura dell’autore, note che senza giungere a far assumere ai versi un alone mistico pur tuttavia li nobilitano con una rappresentazione intensa e di chiara efficacia. Anche in Equilibrio ritroviamo argomenti già affrontati, ma esposti in modo diverso, frutto di più attente osservazioni e di intuizioni più felici ( Memoria - lenti passi cadenzati / e brezza odorosa / sui campi coltivati / rosso tramonto / sulla spianata / d’argento / un morbido / grigio nebbia / sfuma anche la memoria ); è appena il caso di far rilevare che a questa atmosfera quasi rarefatta molto contribuiscono aspetti della natura tipici della zona di residenza dell’autore, con i campi coltivati e la felice chiusa finale che accompagna il grigio della nebbia alla memoria che si impigrisce e viene lentamente meno. Questa immersione nella natura è sempre presente e in alcuni casi diventa prevalente, tanto da fornire con poche e sapienti pennellate un quadro d’insieme che non è solo visione, ma è anche atmosfera, come in Primavera ( Incanto / sonoro / nell’aria / musicata / dagli uccelli / brillano / i campanili / nascosti a tratti / da brutti edifici / ma rami / in fiore / di ogni colore / profumano / tenaci / l’aria / della primavera). E ogni osservazione del mondo circostante determina sensazioni ed emozioni che Oselini puntualmente riporta ed esterna con i suoi versi. E’ tanto più apprezzabile questa sua capacità di comunicare quanto prova perché lo fa con semplicità e pertanto il risultato è di particolare efficacia. Del resto la vita di paese, il Po, fiume imponente e silenzioso che scorre vicino, i campi coltivati, i filari di pioppi, i colori dell’alba e del tramonto si riflettono puntualmente nell’autore, determinano gli slanci di creatività, fanno sì che tutta la sua produzione presenti un filo conduttore che non viene mai meno. Oselini vede con gli occhi, ma soprattutto con il cuore e riesce a cogliere quella magia della natura che l’uomo del XXI secolo sembra aver dimenticato per rincorrere un fatuo benessere (sulla riva del fiume fra salici e fruscii nembi d’uccelli neri si specchiano nell’acqua grigia l’onda leggera risucchia nella sabbia avvolgente e sinuosa orme di piedi nudi una frascnasconde i pudici sguardi di due giovani amanti ). E’ una scena incantata che compone un quadro d’insieme in cui, in un mondo quasi primigenio, l’uomo sembra ritrovare le passioni, gli affetti, con quei pudici sguardi di due innamorati nascosti da una frasca. Non credo che debba aggiungere altro, se non l’invito a leggere questa raccolta che, come le altre dello stesso autore, è capace di infondere un grande senso di serenità.


Renzo Montagnoli