sabato 23 gennaio 2016

Immigrazione: calcolo politico o incapacità?, di Lorenzo Russo


Immigrazione: calcolo politico o incapacità?
di Lorenzo Russo

Urrà, c'è qualcuno che ha trovato la formula per migliorare questo mondo!
Il senso profondo della fratellanza supera ogni tentennamento sulla probabilità di migliorarlo e apre già le porte a chiunque voglia venire.
Lavoro, quello che permetterebbe di assumerlo, ce n'è abbastanza, anzi in esubero, tanto i già disoccupati non contano nulla e i già poveri possono continuare a vivere come finora hanno fatto.
Il tutto ha di promessa ingenua, di gara a dimostrare di essere una persona di buon cuore, di quelle persone che non tengono conto della riuscita.
La realtà verrà fuori dopo, quando sarà giunto il momento della resa dei conti, perchè non si saprà come coprire i costi dell'accoglienza e del mantenimento senza aumentare le tasse e quando il confronto con i residenti non corrisponderà alle aspettative poste. .
Tanta incapacità può risiedere solo nella mente di una classe politica priva del coraggio di dire di no o che segue un progetto tenuto in riserva, come anche nelle menti dei sognatori.
La chiesa è tra di loro, anche perchè con questa politica si è arricchita sempre di più.
Che differenza con le altre istituzioni che, al contrario, devono infine fare i conti numerici sull'operato e presentarlo ai cittadini già tartassati oltre misura!
Lo scontro tra la realtà acerba e intransigente e le richieste d'amore verso l'Umanità intera esiste da quando c'è l'uomo.
Chi, io compreso, non vorrebbe un mondo unito nel senso della fratellanza? Ma come sia possibile realizzarlo finora non c'è riuscito nessuno.
La comunità umana vive in uno stato perpetuo di bisogno d'amore che poi s'infrange al confronto sul come realizzarlo, simile a una ferita che sempre si riapre nonostante i continui tentativi di guarirla.
L'uomo buono soffre e piange in  al cospetto di tante tragedie, ma non può fare altro che chiudersi, diventare acerbo, assente e affermare che infine non ha creato lui il mondo.
Di fatto, me lo deve chiarire chi crede che sia possibile creare lavoro per tutti, quando la disoccupazione aumenta costantemente, quando siamo già alla bella cifra di sette miliardi e più di abitanti e nessuno capisce che è tempo di stabilizzarla se non già diminuirla.
È meglio allora abituarsi al fatto che il mondo non è migliorabile e che quindi bisogna accontentarsi del poco di bene che si riesce a fare.
Affari, affari è lo slogan che domina anche oggi la vita terrena e gli affaristi sono poco propensi a migliorarlo, in quanto rimarrebbero senza mansioni e profitti.
Come era migliore il mondo quando si viveva del necessario, quando l'uomo viveva in piccoli gruppi e la convivenza era una necessità per sopravvivere!
Erano i tempi nei quali l'accoglienza era riconosciuta come fattore naturale e quindi dovuto.
Chi accoglieva veniva considerato migliore.
Di fatto, la povertà unisce mentre il benessere divide, per il timore di perderlo e con esso anche l'accettazione e il riconoscimento dei valori personali nella società, che assumono così un valore particolare, superbo.
Sotto questo aspetto l'accoglienza va, pur con dei limiti, tutelata.
Troppo pretenzioso è diventato l'uomo della società materialmente più sviluppata, secondo il motto che più si è ottenuto più si vuole ancora, ma per lo meno non di meno, sulla scia dei ricchi che sempre più si arricchiscono.
La pretenziosità ha strapazzato il sistema sociale, fino a renderlo non più finanziabile, e qui l'accoglienza dei nuovi arrivati potrebbe offrire alla classe politica una buona opportunità di rivedere verso il basso le prestazioni sociali, da tempo in discussione ma sempre rimandata per timore di rivolte popolari.
Già questo crea timori e antipatia, fino a sfociare in rabbia e violenza in chi potrebbe essere tra i primi a perdere lo stato sociale raggiunto, da rendere difficile se non impossibile la fusione delle culture.
Considerando l'intensità del flusso dei migranti verso la EU, mi chiedo se dietro la decisione di assumere chiunque voglia venire non si nasconda il calcolo di snazionalizzare i popoli dell'Unione e facilitare così la costituzione del progettato da anni stato federale.
La tendenziale avversità dei popoli europei contro la EU mi fa pensare a questa mossa strategica.
Di certo non solo verrà richiesto da ogni cittadino coraggio, pazienza e lungimiranza sui vantaggi dell'immigrazione, che le classi del potere fanno credere di poter realizzare nel prossimo futuro, bensì saranno necessari nuovi e ingenti finanziamenti pubblici e privati per sostenere un ulteriore e massiccio sviluppo dell'economia.
Inevitabilmente sorge un processo di cambiamento che richiede dal cittadino più di quanto sia solitamente pronto ad accettare, questo perchè ognuno ha qualcosa da imparare dall'altro.
Ritengo che sarà necessario evitare abusi di richieste da parte dei migranti, di quelle prestazioni sociali di cui nemmeno i cittadini usufruiscono, considerata l'elevata percentuale di povertà e di disoccupazione esistente.
Ai migranti consiglio d'essere umili, diligenti e ordinati, per non incrementare l'ostilità iniziale.
Questo almeno all'inizio del loro soggiorno.
Ho sempre sostenuto che le mutazioni storiche umane sono il riflesso di quelle che accadono nell'Universo.
Di fatto niente è stabile, immutabile. Ogni mutazione crea energie nuove e indispensabili per rigenerare le vecchie, logorate nella loro essenza.
È giusto quindi ritenere che le mutazioni in corso siano parte integrante del processo universale, evolutivo o no, per mantenere in vita gli elementi del processo stesso.
Inevitabilmente l'Europa cambierà nei prossimi decenni, per cui mi auguro che le forze progressiste abbiano il meglio su quelle tradizionali e conservatrici.
Sta ora alla classe politica creare condizioni di vita idonee a superare la difficile prova di convivenza, come al cittadino europeo di comprendere il senso del nuovo.
Nessuno può progredire senza impegno serio e costruttivo, senza apertura al nuovo, senza il coraggio di affrontare i rischi che ne derivano, perchè solo così è possibile cogliere i frutti migliori della vita.
Il fallimento dell'accoglienza creerebbe conflitti sociali gravissimi che potrebbero condurre al caos.
Di certo è necessario porre un limite ai flussi, adeguandolo al grado di accettazione, di possibilità si localizzazione e integrazione.
Il troppo ha sempre bloccato le migliori intenzioni svolte verso il bene.
Problemi senza fine, quindi, che richiedono sforzi non solo economici, bensì educativi e istruttivi, affinchè tutti ne traggano un profitto.
Questo l'ha capito anche mamma Angela, la quale all'inizio, aprendo le frontiere, non voleva dare l'impressione di ricadere nelle colpe del passato del suo paese, ma giorni dopo ha incominciato a correggersi davanti alla impressionante e infinita marea di migranti.
Le colpe del passato sembrano essersi rivolte verso il polo opposto con la stessa intensità e ripercussione sociale ed economica che mi fanno ricordare le leggi della fisica e mi convincono che tutto cambia per rimanere come prima.
Ma una cosa è certa: è necessario creare lavoro, se non si vuole il fallimento dell'Europa e della politica di sostenimento globale.
E qui devono essere gli studiosi e promotori dell'economia a sviluppare un sistema che si adegui a un mondo che cambia sempre più velocemente.
Al posto dell'attuale sistema, dell'incremento del consumo per mantenerlo in vita, si dovrebbe aver cura della ripartizione dei beni di prima necessità senza creare eccessi e vizi di consumo.
Ripeto ancora una volta: lavoro che tenga occupate le popolazioni e una condotta di vita idonea a sostenere la coesistenza tra i popoli e la salvaguardia dell'ambiente.
Lavoro collegiale, quindi, e non più per un profitto individuale senza limite, come è tuttora.
I benestanti non hanno nulla o poco da perdere, mentre il popolo rischia di venire ancor più tartassato dalle tasse e conseguentemente di impoverire e sentirsi abbandonato come fu nel passato. Questo perchè è chiaro che i costi verranno spslmati su di esso.
Sarebbe un guaio per la democrazia e si rischierebbe un ritorno della dittatura.



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