martedì 22 luglio 2014

Liberare l'animale, di Ferdinando Camon

La poesia che segue fa parte dell’e-book intitolato Dal silenzio delle campagne, edito da Garzanti agli inizi del corrente mese di giugno e che ricomprende, oltre al volume Dal silenzio delle campagne, difficilmente reperibile, anche un altro volume, Liberare l’animale, ormai introvabile in forma cartacea.
Liberare l’animale dà il titolo all’omonima raccolta ed è un testo particolarmente drammatico, è il resoconto di un fatto, durante la seconda guerra mondiale, a cui Ferdinando Camon, allora bambino, dovette assistere.
I tedeschi catturarono un partigiano, suo parente, gli chiesero il nome dei suoi compagni e poiché non rispondeva, benché ferito gravemente, lo mostrarono nel cortile di casaCamon sperando che qualcuno, vedendolo, soprattutto un familiare, si tradisse. Ma ciò non avvenne, salvando così la vita ai parenti; da lì a poco, condotto al castello, fu torturato a morte.
In pratica, come dice la poesia, lasciò loro la vita, ma quest’atto non è meritevole di ringraziamento, perché la vita che allora si conduceva in campagna era miserabile, animalesca e la morte di quell’uomo non commuove il poeta, perché del pari lo commuoverebbe la sua vita, tanto questa era dura e bestiale.  





Liberare l’animale
di Ferdinando Camon


L’ultima volta che ti vidi
due soldati tedeschi ti portavano
appeso ad un bastone
con una corda passata
sotto le ascelle,
con le mani penzoloni
reggevi forate le budelle
pendule sui coglioni.

Ti sospesero davanti a noi
allineati al muro sui ginocchi
perché ci compromettessi,
per non cedere alla paura
ci guardasti fugacemente
ma non tanto che non ti vedessi
il bulbo degli occhi
tremare
impercettibilmente.
Poi ti portarono dentro il castello
sopra il tavolo della tortura.
Dopo due ore, fratello,
eri pronto per la sepoltura.

Non sono mai venuto sopra i sassi
della tua tomba indurita
da un tempo senza storia,
non parlo col tuo spirito
o con la tua memoria.
La tua morte non mi commuove
più di quanto potrebbe la tua vita:
questa e quella non hanno uno scopo
per te più che per un topo.
Moristi a vent’anni
famelico e casto.
Il sindaco che ti commemorava
retorico e loico
odorava di pasto
e di coito.

Della vita che ci hai lasciato
non ti ringrazio né ti perdono.
Noi dobbiamo contentarci di esistere.

La nostra miseria è folklore,
è proprio della bestia il nostro dolore.

Non possiamo ancora reagire al male:
occorrono interi millenni
per liberare da noi l’animale.




Dal silenzio delle campagne, di Ferdinando Camon





Dal silenzio delle campagne
di Ferdinando Camon
Prefazione di Fernando Bandini
Garzanti Libri
Poesia
Pagg. 118
ISBN 9788811620334
Prezzo € 7,75 (e-book € 4,90*)
·         L’ebook appena uscito ricomprende anche la silloge ormai introvabile Liberare l’animale



Prima e dopo



Venuto dalle campagne, poiché lì vi è nato da famiglia contadina, l’ormai inurbato Camon, affrancato dal percorso di studi effettuato e dall’attività di insegnante che nulla ha a che fare con il mondo rurale, in un’epoca in cui quella millenaria civiltà dei lavoratori dei campi si è conclusa, volge lo sguardo all’intorno sui nuovi comparsi (gli agricoltori), ma anche suscitando il ricordo di un tempo passato e che mai più ritornerà. 
Nasce così questa raccolta di poesie, mai cedevoli al lirismo, ma volte, come è scritto anche nel sottotitolo, a riportare in versi raccontini del mondo agreste, alla luce anche di nuovi eventi che si innestano in una realtà sorta forse confusamente, ma che é la civiltà del benessere, in cui non si soffre più la fame, si fatica meno, ma anche si vive alla giornata, depauperati dalle radici di un passato e perciò figli di nessuno. È così che l’opera presenta delle sottosillogi tematiche ( Dagli allevamenti di tori; Dalle fattorie; Dalle città e dalle periferie), realizzando in pratica un fine trattato sociologico in versi.
Il substrato, il palcoscenico è quello di un Nord-Est che anni fa faceva la fame, ma che ora imborghesito si pasce di ricchezza, continuamente perseguita, in una desertificazione del senso etico da cui nascono nuovi mostri (stupratori, assassini, serial killer). Se con i suoi primi romanzi, in cui così bene ha descritto la civiltà contadina e la sua scomparsa, Camon non si era fatto certo amici al suo paese, con questa raccolta di poesie, radicata in un territorio più ampio, deve avere accresciuto in modo sostanziale i suoi nemici e solo per il semplice fatto che raccontare la verità non è per niente facile e le conseguenze sono sempre di forti contrasti quando questa viene a toccare qualcuno.
Da quest’opera esce un quadro della grettezza propria dei nuovi agricoltori, travolti dall’idea di far sempre più soldi, orfani del senso della famiglia, della religione e anche della patria. E qui non vorrei che qualcuno pensasse che gli antichi richiami nazionalisti e fascisti di Dio, patria e famiglia fossero il nocciolo di tutta l’opera, perché si sbaglierebbe di grosso. Camon non ha un concetto retorico di questi tre stilemi, ma avverte tangibilmente che l’aver rinunciato a una famiglia patriarcale, dove ognuno dei componenti era in funzione degli altri, l’aver abdicato al senso pregnante di una religione rifugio per i propri problemi e maestra di vita, l’aver circoscritto la patria solo alla propria azienda, mezzo e fine del tutto, non può che portare a un inaridimento in cui possono albergare tutte le pulsioni possibili, e soprattutto quelle distruttive ( Da terre sante e assassine: …/ Di lui non sappiamo tutto. / Stuprava le vittime col pugno / e col calcagno, / faceva cose che i periti / coprono col segreto, / per paura che l’umanità / sentendole faccia un salto indietro. / …. E questa poesia, piuttosto lunga, non a caso rappresenta l’epilogo, un monito con il quale il poeta, in precedenza assai meno drammatico, anzi ironico, richiama la sua gente - ma che è tutta la gente facente parte della civiltà post-contadina - a un riesame della propria coscienza, se questa esiste ancora.
E’  forse una conclusione che non mi aspettavo, anche se logica, ma questo avviene alla luce delle precedenti poesie venate da un’ironia quasi ludica, in cui difetti e sfregi sono così ben descritti in versi tanto da ricavare l’impressione che l’autore sia lì davanti a te, e quindi con un tono conviviale, da moderno cantastorie. E se di ironia si tratta, credo proprio che comprenda anche una buona dose di autoironia, un’ancora di salvezza per prendere sul serio, ma non troppo, la vita, come il personaggio di Il lupo della steppa, di Hermann Hesse.
Divertono questi versi, ma pungono, piano piano scavano dentro al punto da chiedersi alla fine come mai abbiamo potuto ridurci così, immemori del passato, apatici nel presente, incapaci di programmare un futuro che non sia solo quello di far soldi a ogni costo. Van bene gli sghei, perché quando non ci sono e servono sono dolori, ma ridurre tutta una vita all’unico valore monetario è sprecarla inutilmente.
Aggiungo che è uscito in questi giorni, edito sempre da Garzanti, l’ebook  Dal Silenzio delle campagne (€ 4,90), comprendente anche la silloge Liberare l’animale di fatto totalmente irreperibile in forma cartacea. L’ambientazione di queste poesie è sempre il mondo contadino, ma si aggiunge un’ulteriore finalità, rappresentando una coscienza storica di quanto avvenuto in un ancor non lontano passato. Sono scampoli di ricordi di vita vissuta, con ritratti anche struggenti, come in Mia madre,  oppure versi che straziano, che segnano le carni, che incidono l’anima come quella che dà il nome all’intera silloge, dall’immensa profondità e con una chiusa che da sola vale l’intera opera: Non possiamo ancora reagire al male:/  occorrono interi millenni / per liberare da noi l’animale. Opera antecedente a Dal silenzio delle campagne, con un Camon più giovane, non è pervasa dall’ironia di cui ho accennato, anche se a tratti affiora, ma all’epoca il disincanto era probabilmente solo agli inizi
Da leggere entrambi, non ve ne pentirete.

   
Ferdinando Camon è nato in provincia di Padova. In una dozzina di romanzi (tutti pubblicati con Garzanti) ha raccontato la morte della civiltà contadina (Il quinto statoLa vita eternaUn altare per la madre – Premio Strega 1978), il terrorismo (Occidente,Storia di Sirio), la psicoanalisi (La malattia chiamata uomoLa donna dei fili), e lo scontro di civiltà, con l'arrivo degli extracomunitari (La Terra è di tutti). È tradotto in 22 paesi. Il suo ultimo romanzo è La mia stirpe (2011).
 Il suo sito è www.ferdinandocamon.it


Intervista a Ferdinando Camon per Dal silenzio delle campagne, edito da Garzanti






Prima di iniziare con le domande ritengo opportuno informare che proprio in questi giorni è uscita una versione ebook (epub), sempre a opera di Garzanti, di tutte le poesie di Camon, raccolte in volume unico, intitolato “Dal silenzio delle campagne dove tornano le volpi”, che contiene anche la raccolta “Liberare l’animale”, da tempo introvabile. Quindi, per chi ama questo tipo di pubblicazione elettronica, è una ghiotta occasione, poiché si ha l’opportunità di leggere due libri riuniti in un unico formato editoriale.  



Ferdinando Camon scrive romanzi, libri di aforismi, editoriali, e anche poesie, le poesie tanto neglette dal mondo editoriale. Le scrive e ottiene anche dei premi, come il Città di Bologna per “Dal silenzio delle campagne” e il Viareggio per “Liberare l’animale”. E’ un fatto raro che un autore sia contemporaneamente di eccellenza nella narrativa e nella poesia, anche perché troppo diverse sono le strutture dei due generi; è un fatto raro, ripeto, ma Camon rientra in queste rarità. Tuttavia, mi viene da chiedere se nell’arco del suo trascorso letterario sia venuto prima il Camon poeta, oppure il Camon narratore, e con ciò intendo ricomprendere anche gli anni giovanili dell’immediato dopoguerra.  In particolare si è trattato di due percorsi temporali ben distinti, oppure la creatività per la prosa e per la poesia hanno proceduto di pari passo?

Anzitutto, non ci tengo che si citino per me i premi letterari. I premi letterari non sono giudizi, non sono traduzioni, e non hanno rilevanza critica. Servono soltanto a far circolare un po’ i libri, e quindi sono graditi agli editori. Come autore, li accettavo ma non li cercavo. Ho vinto lo Strega, ma non volevo neanche concorrere, è stata la patrona del premio a fare un viaggio da Roma a Milano, per parlare col mio editore e convincerlo a farmi partecipare. Ho scritto in “Tenebre su tenebre” che ogni premio, anche il Nobel, premiando, premia se stesso, cioè cerca un tornaconto. Lo Strega veniva vinto da dieci anni consecutivi sempre dallo stesso editore, la patrona era seccata, voleva rinverginare il premio, aveva bisogno di un editore diverso e separato dagli altri e di un autore isolato e senza potere. Lesse il mio libro e puntò su di me. Quindi ho vinto lo Strega perché così la patrona voleva. Se no, l’avrei certamente perso. La Natalia Ginzburg voleva che vincesse il  marito di sua figlia, e si presentò al Ninfeo con una cinquantina di schede raccolte da lei personalmente. Perse, ma noi garzantiani non siamo in grado di combattere con queste armi. Per il Viareggio di poesia ricordo che concorreva anche Franco Fortini, che io amavo come un padre. Perciò mandai una lettera a ciascun membro della giuria, Sapegno, Salinari, Repaci, Raimondi, eccetera, per comunicare che mi ritiravo, non volevo ostacolare Fortini. Ma qui saltò fuori un problema che non conoscevo. I membri della giuria erano pressoché tutti comunisti ortodossi, del Pci, mentre Fortini era un comunista eretico, venato di Cristianesimo e sensibile ai partiti a sinistra del Pci. In breve: votarono me per punire Fortini. Non ne vado fiero.
Ciò detto, io ho cominciato scrivendo versi, racconti e saggi, contemporaneamente. Ho pubblicato anzitutto un librino di versi, da Neri Pozza. Neri Pozza era un piccolo ma prestigioso editore, stava a Vicenza, e aveva collane di prosa e di poesia in cui ospitava Montale, Luzi, Zanzotto, eccetera. Erano libretti molto belli. I giornali li recensivano volentieri. Neri Pozza, naturalmente, non pagava diritti d’autore. Ma, prima di stampare il libro, mi portò sui colli vicentini, mi offrì un piatto di pasta e mi disse: “Questo è il compenso, non mi chieda nient’altro”. Lo trovai giusto.

Sapevo della questione dei premi letterari e immaginavo la reazione, di cui adesso i lettori verranno a conoscenza. Comunque, mi pare di capire che l’inizio sia stato plurimo (poesie, racconti e saggi), circostanza che assume maggior valore, perché all’epoca Internet, su cui veicolarli, non esisteva. Per il resto e proprio per la poesia c’è il solito problema, cioè non vende, o vende poco, un problema che si trascina da tempo in un paese di tanti aspiranti poeti che tuttavia disdegnano di leggere ciò che scrivono altri, magari assai più esperti e affermati.
Dal silenzio delle campagne mi sembra che venga dopo i romanzi del Ciclo degli ultimi, quelli che ti hanno portato, giustamente, la notorietà; là si parlava della fine della civiltà contadina, mentre in queste poesie siamo già in epoca ben successiva e mi pare di capire che si voglia rappresentare la nuova civiltà, che io, forse parossisticamente, preferisco definire inciviltà. I nuovi agricoltori, subentrati ai contadini, pensano solo a una cosa: al denaro. E per questo sono disposti a tutto, anche a sorvolare sui gravi torti subiti durante la guerra. Mi domando e ti domando: questa nuova società ha solo dei difetti, oppure ha anche qualche pregio, ovviamente se raffrontata alla civiltà contadina?

Ha anche pregi, naturalmente, e io non li nego. Quando veniva avanti la nuova civiltà del benessere, Pasolini scrisse il famoso articolo sul “Corriere”, noto come “Discorso delle lucciole”. Poi lo incluse, se non ricordo male, nel libro “Scritti corsari”. Termina così: “Io darei tutta la Montedison per una lucciola”. A volte il mio cervello s’inganna, pensa che la parola sia “Montecatini”, e indichi la mega-azienda prima della fusione con la Edison. Ma no, Pasolini dice proprio “Montedison”, la fusione era già avvenuta. La civiltà dei consumi portò la morte delle lucciole, perché la nuova agricoltura faceva grande uso di anticrittogamici. E Pasolini vuol dire che il benessere, la ricchezza, il cibo per tutti, le auto, il riscaldamento, non valgono la Natura che han distrutto, lui tornerebbe volentieri alla Natura, tutta la Montedison non vale una sola lucciola. Io gli ho risposto, più volte e in più sedi, che nessuno la pensa come lui, neanche fra i contadini, neanche fra i suoi corregionali friulani. Nel treno in corsa verso la ricchezza anzi i friulani erano “la locomotiva”. Perché il benessere raggiunto con la distruzione della Natura aveva i suoi premi: case calde, fine dei geloni sulle dita dei bambini, cibo, fine dell’avitaminosi, televisioni nei bar, informazione per tutti, fine dell’ignoranza, pulizia, igiene, qualche vacanzetta, un’auto utilitaria non in ogni famiglia ma almeno in ogni clan di famiglie, vestiti da festa per le domeniche, viaggi di nozze e non solo pellegrinaggi. Io resto dello stesso parere. I consumi hanno portato anche del bene. Nei romanzi dedicati agli “ultimi” io denuncio non il progresso ma il prezzo del progresso, che ha ucciso una civiltà, e mi fa male che di quella civiltà non resti nulla. Molte cose bisognava ricordarle. Io le ricordo.
D’accordo, il progresso non si può fermare, ma si tratta anche di vedere a che prezzo si progredisce. Certo, nessuno ormai può rinunciare al cibo in quantità più che sufficiente, al riscaldamento d’inverno e al rinfrescamento in estate, all’auto, alla vacanza, ma tutto questo ha un prezzo che non è quello monetario che si deve saldare per fruire di questi benefici, ma è un male in verità assai subdolo che soffoca i sentimenti con gli interessi, la vita serena con una frenesia che è sempre presente, che uccide la natura che poi finisce sempre per vendicarsi con inondazioni, con mali da cui non c’è scampo.
All’epoca della civiltà contadina le cause più frequenti di morte erano per tubercolosi che mieteva vittime come oggi il cancro, ma la nevrosi era un malanno sporadico, mentre ora è imperante.  Non sono comunque uno di quei vecchi brontoloni che vanno blaterando che si stava meglio quando si stava peggio, ma io constato che ogni epoca, ogni civiltà ha il suo pro e il suo contro, e che quindi un effettivo progresso non esiste, perché luci e ombre sempre si ripresentano. Tu non sei uno di quelli che rimpiangono il passato, però soffri di un po’ di nostalgia per essere stato partecipe di questa civiltà contadina, complice anche il fatto che ti sei trovato a viverne la progressiva decadenza. Al riguardo, non credo siano stati il progresso con la crescente industrializzazione a farla tramontare, penso invece che siano state due guerre: la prima, che ha posto i prodromi per la seconda, e appunto questa. Se non ci fossero stati tanti morti, tante distruzione, è probabile che la civiltà contadina sarebbe durata ancora a lungo, o che comunque la sua scomparsa sarebbe stata assai più lenta. Che opinione hai in proposito?

Anzitutto, io credo che il prezzo più alto che paghiamo al progresso sia di ordine morale. Con la morte della civiltà contadina è morta una famiglia, un’idea di vita, di madre e di padre, di figli, la presenza dei nonni, un’economia, un’idea di peccato, di morte, di matrimonio, di sesso, di aldilà e di Dio. Muore un uomo, con tutto quello che ha dentro.  È questo il prezzo. Adesso il progresso batte alle porte di paesi governati dall’Islam, ma ci sono credenti nell’Islam che non sono disposti a perdere la loro civiltà (che contiene la religione) per il nostro progresso. Preferiscono uccidersi o ucciderci. O tutt’e due. Da noi le campagne sono morte, con tutto quello o tutti quelli che contenevano, e nelle nuove campagne nascono dolorosamente nuovi uomini. Io racconto, anche nelle poesie, quella morte e questo dolore. Le guerre hanno accelerato la morte della civiltà contadina, perché hanno accelerato la distruzione degli Stati com’erano, la dissoluzione dei confini, le emigrazioni, la fusione dei popoli. Adesso entrano in contatto, e si fondono tra loro, popoli che prima ignoravano uno l’esistenza dell’altro. Fa impressione, passando per le campagne, vedere a mezzogiorno sui campi file di braccianti islamici inginocchiati verso est, e accanto a loro file di contadini cattolici che li guardano stupefatti. Molte poesie sono dedicate a questo incontro-scontro, a questa fusione coatta. Noi vediamo morire un’epoca, non vediamo nascere l’altra. Possiamo soltanto patire quella morte, non godere questa nascita. Il senso dell’epoca che attraversiamo è la decadenza.

Noi vediamo morire un’epoca, non vediamo nascere l’altra. Questa frase sintetizza lo scoramento proprio di chi si sente orfano di qualche cosa a cui apparteneva. E’ vero, ciò che è venuto meno è un ordine morale, è finita una società basata sul sacro valore della famiglia e permeata di una religiosità quasi ancestrale. L’uomo attuale, con una famiglia disaggregata, non lotta più per vivere, per affermare, anche se inconsciamente, valori che si portava appresso da anni e anni, e lo stesso concetto di religione è più formale che sostanziale.  Non è bello dirlo, ma l’uomo moderno non vive bensì vegeta, incapace di dare un senso al suo presente e impossibilitato a disegnare una strada per il futuro. È che il cambiamento è stato troppo repentino e volto a soddisfare solo la sua materialità (cibo, sesso e successo, tutte effimere mete che segnano la sua sconfitta). Sì, sotto l’aspetto materiale ci sono grandi e positive differenze, sotto quello morale, che è indispensabile per un reale progresso, ci sono pure, ma in negativo. A volte mi chiedo se questa mia visione pessimistica dipenda dall’età, se il passato, di cui amplificato perviene il ricordo della giovinezza, sia veramente, appunto sotto l’aspetto morale, così migliore del presente. È un dubbio che mi rode e vorrei sapere se anche Camon, che pure ha più esperienza di me, si pone qualche volta la domanda se ciò non sia frutto di un’illusoria visione di un’epoca vissuta, ma che ora appare anche troppo lontana.

No, non lamento che il passato fosse migliore del presente, e che ora occorra tornare al passato. Questa era l’operazione che faceva Pasolini. Io lamento un’altra cosa, e cioè che abbiamo perso la memoria, e che dunque il passato non esiste più. Non solo il passato come nostra vita, ma anche il passato come nostra storia. Le nuove generazioni non sanno niente di come vivevano i loro padri e non sanno niente di quel che successe ai loro nonni: guerre, invasioni, resistenza, lavoro, sacrifici, miserie, religiosità, valori, morti, patimenti, grandezze, cultura, dei padri e dei padri dei padri. Se la Storia scorre, e scorrendo supera e scavalca, questo va bene, è ineluttabile, che significa contro cui non si può lottare. Ma ora noi stiamo attraversando una Storia in cui tutto vien buttato via. E questo non va bene. Perché non tutto il passato era vergognoso. C’era una grandiosità anche nella miserabilità. Io ho scritto poesie sul “niente” (un toro, una catapecchia, un morto, un albero, un campo…), ma quel niente rappresentava un mondo, cioè tutto. Prova a rileggere “Amavo la campagna” o le poesie “Dagli allevamenti di tori”.
Non è che voglia farmi della pubblicità, ma ciò che lamenti, cioè la mancata conoscenza del passato, e in buona sostanza l’ignoranza delle proprie radici, elementi indispensabili per saper vivere il presente e fare almeno qualche progetto per il futuro, è il tema della mia silloge Canti celtici. E non dire che hai scritto poesie sul niente, perché l’estro creativo si vede soprattutto quando lo spunto di partenza è una piccola cosa, magari una banalità.
Certo, il mondo di allora, così diverso da ora, aveva tanti problemi, che la gente avvertiva senza essere tuttavia consapevole del perché ci fossero. Oggi non c’è nessuna consapevolezza, se non quella del mancato lavoro, delle tasse, delle difficoltà di andare avanti (che sono cose da niente rispetto al passato), ma la capacità di comprendere che cosa significhi veramente una famiglia, un concetto non retorico di patria e una visione salvifica della religione latitano.
Cosa salveresti del passato, che cosa vorresti che l’uomo d’oggi sapesse?

Vorrei che i figli ascoltassero i genitori come noi li ascoltavamo, che s’interessassero alla vita dei padri come facevamo noi, e alla storia dei padri, che avessero non dico accettazione ma attenzione per il sacro, che si rendessero conto dell’importanza e non-banalità del sesso, che rifiutassero le droghe perché anti-natura e dunque accettassero la naturalità come un bene, che si rendessero conto che un rapporto sessuale è un atto responsabile perché può mettere in moto un figlio, e che un figlio ha i diritti di una persona, che rispettassero i vecchi come facevamo noi, che i vecchi malandati e non-autosufficienti non vanno buttati via e anzi occuparsi di loro dà un senso alla tua vita, un  vecchio malato di Alzheimer ti dà l’occasione per diventare padre di tuo padre o madre di tua madre, che il matrimonio non si rompe dopo la prima litigata, che un figlio non si abortisce per andare in vacanza, che andare a scuola è una fortuna immensa, è il vero privilegio dei ragazzi d’Occidente sulle altre parti del mondo, leggere la Divina Commedia è la più alta esperienza della vita, comprare libri non è uno spreco ma il primo investimento della vita, la differenza tra vita e vita non sta nel tenore ma nella qualità, e la qualità è data dalla cultura, puoi non credere ma non devi bestemmiare, perché per il nome che tu bestemmi si son fatte bruciare vive persone che non erano peggiori di te, che una casa senza libri è inabitabile, che sapere cos’è successo ieri è la condizione per vivere domani, che tra le cose importanti che devi sapere ogni settimana c’è quali film e quali libri sono usciti, che tu puoi avere quattro-cinque ragioni per lamentarti della tua ragazza o di  tua moglie ma devi chiederti se lei non ne abbia quattro-cinquemila per lamentarsi di te, che non devi convertire ma dare informazioni, che i tempi in cui viviamo sono tremendi come lo sono sempre stati, che i film sono messaggi importanti perché su ognuno han lavorato 15-20 cervelli, che un libro che si ristampa una volta all’anno per trent’anni è più importante del libro che si ristampa trenta volte in un anno poi basta…

Non è poco, è tanto e i giovani, ma anche quelli un po’ più anziani, cioè nati dal 1960 in poi non possono sapere queste cose, perché non gliele hanno insegnate, e la colpa è solo nostra, di quelli della generazione immediatamente precedente e immediatamente successiva il secondo conflitto mondiale. Ogni tanto mi arrovello e mi chiedo il perché non ho saputo trasmettere ad altri questi immensi valori. Per pigrizia, per il fatto di essere stato abbindolato dall’economia del benessere? Forse è questo il motivo e se il gusto di sapere che tutto è possibile, che un po’ di agiatezza può essere alla portata di tutti mi hanno incantato, non sono giustificato. Io, per primo, ho tradito me stesso ed è questo che mi dispiace, è questo senso di colpa, tanto più marcato quanto il sapere che non c’è rimedio al mio errore. Al riguardo, qual è la tua opinione?

C’è uno psichiatra della mia città, che si chiama Giovanni Crepet, ed è diventato famoso per una teoria, che è anche il titolo di un suo libro di successo, che dice: “E non vogliamo ascoltarli”. Vedo che tu la segui. Non mi è mai piaciuto questo titolo e questo concetto. Sul quotidiano “La Stampa” mi sono occupato di cronaca giovanile per due decenni, ragazzi che uccidono, che si uccidono, si drogano, che scappano, e la teoria del “Non vogliamo ascoltarli” si è capovolta nel suo contrario: “E non vogliono dirci niente”. Non è che i ragazzi parlano e parlano, a pranzo, si confessano e si confessano, e noi non li ascoltiamo. È vero il contrario. Stan chiusi nel loro mondo. Noi viviamo e mangiamo con estranei e sconosciuti. Ogni volta che veniamo a sapere qualcosa dei nostri figli, cadiamo dalle nuvole. Per noi loro sono tutto. A loro, di noi, non gliene frega nulla. Quando gli davamo la prima ricchezza del mondo, non se la meritavano. Ora che gli diamo miseria e disoccupazione, non ci meritiamo questo dolore.

Beh, quando uno non parla, si deve cercare di farlo parlare, di destare interessi fin da quando sono piccoli. Se non parlano, se non gl’importa di noi, è perché c’è stato un nostro errore originario. Comunque stiamo andando in un campo che esula dall’intervista e credo che sia opportuno ora tornare a questo tuo libro, alle tue poesie. Ce n’è una, Liberare l’animale, che nella sua drammaticità mi affascina. Riporto solo alcuni versi: 
L’ultima volta che ti vidi / due soldati tedeschi ti portavano /  appeso ad un bastone / con una corda passata / sotto le ascelle, / con le mani penzoloni / reggevi forate le budelle / pendule sui coglioni. /…
È una scena che non mi è nuova, che ho incontrato probabilmente in qualche altro tuo libro.
Ci sono altri versi della stessa poesia che non mi sono del tutto chiari e allora credo che l’interpretazione dell’autore sia necessaria:
La tua morte non mi commuove / più di quanto potrebbe la tua vita: / questa e quella non hanno uno scopo / per te più che per un topo.

Le scene dell’occupazione tedesca che io ricordo sono dodici-quindici, le ho viste, non le ho dimenticate, ci giro sempre intorno. Sono un buon testimone. Quell’uomo catturato ed esibito era un mio parente, era un partigiano, lo avevano preso con l’arma in mano, volevano da lui i nomi dei compagni, cercavano i suoi parenti, lo mostravano sperando che la madre o il padre o qualche fratello corresse ad abbracciarlo e così si tradisse. Suo fratello era accanto a me, nella gran massa di uomini catturati per strada e radunati nel nostro cortile: i due fratelli si sbirciarono per un attimo, ma non si tradirono, non ebbero un tremito, un vomito, un grido, niente. Per questo dico che quel prigioniero, non rivelando che noi eravamo suoi parenti, ci ha “donato” la vita. Ma era una vita da schiavi, miserabile e animalesca, senza luce, non vale la pena ringraziarlo né maledirlo. Ci vogliono millenni per creare uomini dove sono i contadini. La morte di quell’uomo non mi commuove, perché mi commuoverebbe altrettanto la sua vita: la vita dei contadini non era molto diversa dalla vita degli animali. Questo voglio dire, nulla di più. È duro leggerlo, ma è duro anche scriverlo.       

Avevo capito più o meno così, ma desideravo una conferma. Certo che per un bambino di circa 9 anni deve essere stato un ricordo drammatico, come anche altri di quel periodo. Sono scene e, soprattutto, veri e propri traumi che uno si porta dentro per sempre e il cui impatto emotivo non si cancella, e forse neanche si attenua nel tempo. Ma vengo ad altre poesie, che sono tutte belle, comprensibili e personali, in stile colloquiale, come di uno che si racconta in versi. Per quanto concerne l’altra raccolta, cioè Dal silenzio delle campagne, mi hanno colpito di più La candelora (Nel battesimo la madre del neonato / era tenuta fuori della chiesa / perché aveva doppiamente peccato: / per restare incinta aveva fatto sesso,  /  e per nove mesi aveva avuto in pancia / un non-battezzato, cioè un ossesso. /…) e Il padre del fucilato (Conosco il genitore di un ragazzo / fucilato a Castelbaldo. / Sta in un bugigattolo / vicino al bosco. È un miracolo / che non sia diventato pazzo. / A chi gli chiede se gli hanno sparato / in piazza risponde di sì, / o se l’hanno annegato / nel fiume ancora di sì. / Lui vede il figliolo morire quando / ammazza il maiale, quando / tira il collo a una gallina, quando / una mosca gli casca nella minestra / e affonda zampettando).
Perché m’interessano queste due poesie? La prima, La candelora, perché riporta un rito in cui ancora una volta la donna è portatrice del peccato originale e inoltre c’è evidentemente un modo di vivere che era fermo da secoli, insensibile a ogni cambiamento, in una religione con un Dio cattivo e sempre pronto a punire. La seconda perché è un ritratto sconvolgente del dolore e credo che certi capi di stato dovrebbero leggere e rileggere poesie come questa, prima che gli passi per la testa l’idea di una guerra.
Posso immaginare che entrambe siano pure frutto di una diretta esperienza e allora mi chiedo, ma domando soprattutto a te, com’è ora il ricordo di quei battesimi e dello strazio di quel padre? Sul primo posso pensare che il vecchio Cattolicesimo sia qualche cosa di ormai definitivamente defunto, mentre sul secondo c’è forse il rimpianto per le vittime che non hanno avuto giustizia. È così?

Le vittime non hanno avuto giustizia, e la Nuova Europa nasce sulla mancata espiazione delle colpe. Per avere giustizia bisogna contare, essere uno che conta. I contadini non hanno avuto giustizia perché sono contadini. Il senso de “Il Quinto Stato”, “La vita eterna”, “Un altare per la madre”, “Mai visti sole e luna”, oltre alle poesie di “Fuori Storia”, “Liberare l’animale”, “Dal silenzio delle campagne”, è questo lamento: io parlo degli innocenti, buoni, deboli, addirittura santi, che perciò saranno disprezzati e colpiti, e per loro non ci sarà mai giustizia. I miei libri sono un “processo”. In quel processo, io accuso e condanno. Purtroppo, non posso fare di più. La letteratura, narrativa e poesia, è questo e non altro.

Comprendo e sono d’accordo: a questo mondo i poveri e gli umili non hanno mai avuto giustizia e temo che non l’avranno mai. È la legge del più forte, che regola anche il mondo animale, ma se dobbiamo parlare di bestialità non ce n’è una peggiore di quella dell’uomo. Purtroppo il messaggio cristiano è rimasto solo tale; per applicarlo bisogna essere “umani” e i potenti non lo sono mai; la loro forza e la loro ricchezza è frutto di sistematiche rapine, peraltro legalizzate.
Grazie per la bella conversazione, che non è la prima che abbiamo, tanto che spero ve ne possano essere altre.



Recensione e intervista a cura di Renzo Montagnoli

MondoBlog del 22 luglio 2014

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Le segnalazioni odierne:
Un altro omaggio a una madre che se ne è andata.

sabato 12 luglio 2014

Giovannino, di Enzo Maria Lombardo

                                                                     Foto da web



Giovannino
di Enzo Maria Lombardo




Anche se qualche volta lo potevate vedere con noi per le vie di Catania, Giovannino Fisichella non era un nostro vero amico. Ed era un bugiardo. Un grande bugiardo.
Quando, di tanto in tanto, faceva parte del nostro gruppo era solo perché lo volevamo noi.
Come dire che entrava su invito. E noi non lo invitavamo spesso. Lo cercavamo solo quelle volte che la nostra cattiveria voleva qualcosa su cui posarsi. In quelle sere lo trascinavamo per Via Etnea o per i viali del Giardino Bellini mettendolo al centro di una falsa attenzione per alcune ore, solo per estorcergli le sue enormi bugie sulle  donne e i suoi amori, facendo finta di crederci.
Ci chiedevamo spesso perché mentisse in un modo così esagerato e senza necessità. E qualche volta ci balenava l’idea che una necessità gliel’avesse Giovannino ma non riuscivamo a capire qual’era e la cosa ci infastidiva.

Giovannino aveva compiuto da poco diciannove anni, il viso lungo e un po' triste e a guardarlo da lontano si sarebbe potuto definire anche bello quel viso, forse troppo bello e delicato, incorniciato da capelli biondicci e illuminato da grandi occhi chiari, sempre sgranati in un atteggiamento infantile di esagerata attenzione. Un viso che arrossiva  per un nonnulla, specialmente se si parlava di donne.
Le donne: Mario, Cesare e io sapevamo che quello era il suo punto debole, tanto da imporgli di usare tutte le sue difese. All’inizio non parlava neppure; ascoltava e arrossiva e sentivamo, allora, quasi palpabile, tutta la sua sofferenza, una sofferenza particolare che non riuscivamo a capire, ad inquadrare a catalogare. Poi il bisogno di parlare gli diveniva prepotente tanto da fargli esplodere un caleidoscopio di bugie.
Cominciava piano, quasi in sordina. Una voce incerta, tremante. Poi i suoi occhi smettevano di vederci e lui cadeva nel suo mondo irreale e parlava, parlava, parlava. Le sue avventure erano conturbanti discese in un inferno di dettagli pazzeschi, minuziosi e ossessivi; le carezze, i colori, i suoni dei suoi sogni Giovannino li descriveva con l’ansia pignolesca di scordarsi qualcosa. E così ripeteva i particolari, ci guardava con gli occhi spenti. Sembrava che si guardasse dentro.
In quelle avventure fantastiche l’ambientazione cambiava di continuo: alberghi di lusso, trascinato da turiste lascive o accoglienti macchine straniere o frettolose avventure sotto i ponti della ferrovia in una notte deserta.
Il luogo non era importante, costituiva solo uno sfondo secondario per le immagini di Giovannino. E in quello sfondo entrava “la donna”, si agitava, muoveva le sue cosce, mostrava i seni e i fianchi, apriva le labbra invitanti, faceva serpeggiare la lingua e, invariabilmente, cadeva avviluppata in un abbraccio erotico.
Ripensandoci non c’era alcun calore in quei racconti farneticanti. Nessuna eccitazione. Le immagini si susseguivano regolari e precise. La donna era quasi stereotipata. Cambiava solo l’ambiente. Quei racconti sembravano letti e recitati.
Noi ascoltavamo dandoci grandi occhiate d’intesa. Mario, dietro Giovanninno, faceva smorfie e si torceva in una risata muta.
Però, sotto sotto, quei vaneggiamenti quasi letterari ci piacevano. Le sue favole erotiche si mescolavano con i colori della notte, si univano agli stridii dei pneumatici sui selciati di lava e alle musiche lontane di qualche grammofono e ci cullavano per qualche tempo, come in un film.

Giovannino non era pazzo. Ridiventava normale, cioè triste e impacciato, quando il racconto finiva e stanco e sfibrato dai chili di bugie che aveva partorito nell’ultima mezz’ora, si accasciava su una panca dicendo: “Tanto, voi non ci credete. Lo so. Non sono mica scemo”. Poi zittiva di colpo. La sua fantasia moriva. Non bastavano i nostri richiami e il finto interesse a riportarla in vita. Diventava muto.

*  *  *

In una di quelle sere vuote d’inizio estate in cui il primo fresco della brezza porta i pensieri nebulosi e le incerte parole ad addensarsi pian piano in un’idea precisa, come piccole gocce d’acqua create dal vapore d’una pentola,  in noi cominciò a prendere forma l’idea di farlo innamorare.
L’idea partì da Mario. Mi parve un nuovo scherzo. Eccitante. Diverso. Ancora nebuloso e incerto ma divertente.
L’idea era di mettere sotto il naso di Giovannino la chimera d’una donna vera. Di una donna reale in una storia inventata: una storia pazzesca come quelle che s’inventava lui. O almeno una mezza storia, nei limiti delle nostre possibilità. E poi starne a vedere l’effetto.
“Che scherzo del cavolo è ?”- disse Cesare che era rimasto ad ascoltarci mentre tentavamo di schiarirci le idee - “ce la mettete voi la ragazza?”
“Non ci vuole proprio una ragazza vera per fare una storia finta – dissi io - cioè non una ragazza in carne e ossa, voglio dire. Ci basta una voce.”
- “La voce? La voce di chi?”
- “Di tua sorella” - dicemmo quasi in coro Mario e io e, dal tono, Cesare capì che quella non era una battuta di spirito.
- “Al telefono – proseguì Mario – è solo una voce. Non la conosce.... non può collegare...”
Cesare scrollò la testa, ripetutamente, con forza, ma più che un cenno di diniego era un modo per schiarirsi le idee.
“Due, tre telefonate, - continuai io con la voce più suadente che mi ritrovai - lo scuote, lo sbatacchia un po', lo fa cucinare nel suo brodo... gli racconta qualcosa, un po’ di fantasia, ecco... tutto lì.”
Cesare continuava a scuotere la testa, ma - ci sembrò - con meno vigore. “Che scherzo del cavolo!” –  ripeté sottovoce, quasi soprapensiero -  “ E dopo? Mettiamo... che so?... che Giannino si agiti davvero, che cerchi.... che trovi...che poi...”
- “Che poi ...cosa?”
- “Niente. Niente. E comunque Marisa non ci starà a fare una cosa del genere. Questo è uno scherzo da grandi.... lei non ha neppure sedici anni...”
La conoscevamo, Marisa: piccola e un po' tarchiata, con i capelli neri e corti, sempre arruffati e una vocina sottile sottile. Non era una bellezza ma neanche brutta, forse ancora troppo acerba e piena di lentiggini ma era una ragazzina sveglia e di spirito: la persona giusta, ne eravamo sicuri.
“E tu prova!” – dicemmo, quasi all’unisono, Mario e io.
E Cesare provò ma non dovette faticare poi tanto a convincere Marisa se l’indomani ci descrisse già la prima telefonata, parola per parola, come un registratore, imitando in falsetto le voci di sua sorella, con noi a ridere a crepapelle tra una frase e l’altra.
- “Ah, così ha detto? Proprio così?  E Giovannino? Che diceva Giovannino?”
Cesare ignorò la domanda e continuò a scimmiottare la vocina sottile di sua sorella: “Io ti conosco, sai, ma tu non saprai mai chi sono... o forse un giorno, chissà... forse un giorno...”
“ Continua” - dissi io, asciugandomi gli occhi che mi lacrimavano dal gran ridere, “E Giovannino? Che diceva quel fesso?”
-“Mica tanto fesso Giovannino. Non l’ha proprio bevuta. E’ rimasto freddo. Impassibile. Da non crederci. Comunque, Marisa ha recitato benissimo.– e quicontinuò in falsetto – “ Si mi piaci. mi sei sempre piaciuto…dal primo giorno che ti ho incontrato...dove?....non te lo dico... Vorrei rivederti ma non posso...perché ... perché non sono ancora sicura, sicura di me, sai...poi, un giorno...certo…...certo....no... no ... no... non tentare di conoscermi,.. deve bastarti la mia voce...” e così via, capite? un tira e molla in piena regola, insomma.”
Cesare riprese fiato. Parlare in falsetto gli aveva seccato la gola. Sembrava accaldato. Il viso sempre più rosso.
- “Non è che sei geloso?” gli soffiai sul muso.
“Geloso di chi? Di Giovannino? Questa è da ridere! Quello? Le donne non sa neanche cosa sono! E poi, per tua norma e regola, sappi che mia sorella è una ragazza di spirito e quello che vuole è solo prenderlo per i fondelli e farlo cuocere nel suo brodo. Tutto qui.”

Mario aveva un modo tutto suo di ridere: sghignazzava torcendosi, abbassandosi in avanti fino a terra,  tenendosi la pancia - “ Devi… devi dire a Marisa che …uh, uh, uh ... devi dire a Marisa,  sì,…che…vogliamo esserci anche noi quando… lo chiama …la prossima volta.”  riuscì a dire a singhiozzo.
Cesare s’incupì e scosse la testa
“Ah no, niente da fare. Marisa telefona da sola, era nei patti. Voi due rovinereste tutto e poi... poi mi ha detto che non potrebbe neppure parlare, immedesimarsi...capite? recitare, insomma. E nelle prossime telefonate  non vuole neppure me vicino al telefono. Dice che non le riesce bene se c’è qualcuno, capite? Prendere o lasciare.”
Mario e io eravamo delusi. Svaniva tutto il succo dello scherzo. Ci si leggeva in faccia la delusione.
 -  “E come saprai, allora ...anzi, come sapremo….”   balbettai.
- “ Oh Dio, mi racconterà tutto dopo, è logico! Ma in camera sua non mi vuole.Chiaro?”

*  *  *
   
Le telefonate continuarono per alcuni giorni, sullo stesso tono, ma stranamente più il tempo passava e meno sapevamo: dopo un paio di settimane sembrava che la cosa si fosse esaurita da sola. Per colpa di Marisa, forse, che ne aveva avuto abbastanza di uno stupido scherzo.
Così, almeno, ci aveva detto Cesare.
Passarono le settimane e non sentimmo più Giovannino fino ad una domenica pomeriggio di fine agosto, quando mi chiamò al telefono con una voce così strana che stentai a riconoscerlo. Una voce più decisa, direi più “vera” e non impastata e tremolante come il solito.
Si sentiva una fretta strana in quella voce, come se avesse preso una decisione improvvisa e forte e avesse timore di tornare sui suoi passi.
“Ho telefonato anche a Mario e a Cesare perchè vi devo parlare. A tutti e tre. Vi devo dire…ecco...vi devo dire una cosa.”
“Una cosa? Che cosa?” – chiesi, ricordandomi d’un tratto dello scherzo che credevo ormai esaurito da tempo.
 “Niente, niente…”- ripeté lui con forza -  “una cosa, …una cosa…mia.”
 “Una cosa tua?... Bella o brutta?” azzardai io, e intanto pensavo che Cesare non ci aveva detto tutto. Ecco, le telefonate dovevano essere certamente continuate e Giovannino ora non stava più nella pelle. Ecco perché aveva premura: voleva raccontarci tutto, tutte le balle che s’era bevuto da Marisa, magari infiocchettandoli come al solito con un lungo nastro di bugie.
“Una cosa, ti dico... importante.” – sussurrò Giovannino e in quel sussurro mi sembrò di vedere tutte le immagini romantiche e fantastiche che s’erano intrufolate nella sua testa, le dolci parole che s’era bevuto. Quelle poche parole erano il preludio del coronamento dei nostri sforzi.
Mentalmente applaudii a Marisa. Una recita perfetta. L’aveva continuata da sola, tranquilla e senza strombazzamenti. Forse neppure il fratello sapeva. Ma c’era riuscita.
“Bene, bene. E allora a stasera. Ci vediamo stasera alle nove alla Villa Bellini. Ti sta bene vicino al Palco della musica?” “Bene” -  “E stasera ne sentiremo delle belle” - continuai tra me e me -“e anche con l’accompagnamento musicale”.

*  *  *

La sera arrivò, ancora calda, con un refolo di vento che muoveva appena le foglie. Saliva dalla marina e sapeva di sale, mescolato all’odore del gelsomino e dell’albero del pepe.
Famiglie intere, con frotte di bambini e ragazzi al seguito, salivano veloci per i viali curati del Giardino Bellini e le scalinate che portano al Palco, affrettandosi per trovare ancora un posto nei sedili migliori.
Alcuni s’erano portati da casa le sedie e lasciavano che i bambini se le trascinassero dietro, come fossero cavallini o trenini di legno, torno torno al palco di ferro, mentre i grandi correvano per trovare l’angolo buono.
Già si sentivano gli ottoni della banda che provavano gli attacchi. Le lunghe note e i trilli con cui accordavano gli strumenti si mescolavano al brusio della gente e agli strilli dei bambini più piccoli, già stanchi di star seduti mentre i più grandicelli formavano spontaneamente gruppi per giocare un poco discosto dal Palco.
Noi tre non ci curavamo troppo della musica. Anzi, per la verità, ci infastidiva non poco quella folla che ci strusciava attorno, correndo per accaparrarsi una sedia, un sedile o la base di un lampione, ma stavamo là, lontani dal Palco, in un posto che era il nostro solito punto d’incontro.

Aspettavamo da cinque minuti e la nostra curiosità aumentava, così cominciammo a passare in rassegna le varie possibilità, tanto per passare il tempo.
Cesare, a disagio, fumava in silenzio. Ci aveva detto di non sapere niente. Proprio niente.
Marisa aveva fatto solo due o tre telefonate, ne era sicuro. Lo scherzo era finito. Non poteva essere continuato a sua insaputa.
Mario e io dicemmo “Bah” all’unisono e continuammo a guardare in fondo al viale.
Io – chissà perché – immaginavo una storia romantica tra Giovannino e Marisa. Telefonate, incontri furtivi dopo la scuola. Bugie in casa. Mi sembrò quasi di vederli salire dal Viale, mano nella mano. Lei piccola e minuta, con un sorriso accattivante, lui impacciato e felice.
Immaginavo anche la faccia di Cesare che in quella fantasia assumeva dei contorni sfocati. Che cosa avrebbe detto, cosa avrebbe fatto se...? Forse avrebbe assunto i toni offesi del fratello maggiore per essere rimasto all’oscuro di tutto? Avrebbe riportato a casa la sorella dopo essere saltato addosso a Giovannino picchiandolo a sangue? Oppure, dopo un attimo di smarrimento, li avrebbe abbracciati entrambi, con fare paterno, commosso da una storia d’amore nata da uno scherzo?

Vedemmo arrivare Giovannino proprio quando la banda attaccò il primo pezzo in programma.
Veniva su da solo e rimasi deluso. Certo non era il solito Giovannino, trascurato e un po’ sciatto. Portava un vestito molto chiaro, elegante e scarpe lustre. Veniva su a passo svelto, quasi aggressivo. La nostra curiosità aumentò in modo esponenziale. Cosa aveva cambiato Giovannino in queste ultime settimane?
Ti fai aspettare, eh, Giovanni ?” – disse Cesare a mò di saluto. Notammo subito che non aveva usato il diminutivo.
“Bella musica ma troppo casino.” – fece Giovannino guardandosi intorno.“Andiamo giù nel Viale. Vi devo parlare.”
Cosa sono tutti questi misteri?” – disse Mario. Dopo una pausa, con enfasi buffonesca declamò: “Hai forse ammazzato qualcuno? Hai svaligiato una banca? Hai messo incinta la serva? oppure ... oppure...ti sei finalmente i-n-n-a-m-o-r-a-t-o?” e giù a ridere a suo modo, curvo, stringendosi il ventre con le braccia incrociate.
Giovannino non rispose, non lo guardò neppure. Ci precedeva nel Viale con le mani in tasca, dando calci alle foglie cadute e ora che la musica si sentiva piano, in lontananza, potevamo udire anche il suo respiro affannoso venir su e giù dal petto come se si preparasse ad un’immersione od ad una lotta.
Lo seguimmo per un bel tratto, in silenzio. Mario aveva smesso di ridere e faceva finta di cercarsi qualcosa in tasca. Cesare aprì il pacchetto delle sigarette e poi lo richiuse perchè stava già fumando.
Giovannino continuò a camminare davanti a noi e senz’avvedersene ci distanziò d’un buon tratto, così che quando parlò la sua voce ci giunse attutita, quasi coperta dalla musica che si sentiva in sottofondo.
Gli sentimmo dire “Si è vero, Mario, sono innamorato.” Poi aggiunse, voltandosi:  “Ma questi sono cavoli miei  e non è per questo che sono qui.”
Mario smise di ridere e a noi la cosa non parve neppure strana: era un Giovannino diverso quello che ci trovavamo davanti. Un Giovannino che poteva anche far la voce grossa perché era davvero diventato improvvisamente grande.

Statemi a sentire – disse – voi non avete capito niente. Forse non mi siete neppure tanto amici. Ma non importa. Però vi conosco e so che in fondo potete capire....”
Eravamo confusi e impacciati. Forse ci sentivamo tutti in colpa davanti a Giovanni. Ripensavo alle risate nascoste, ai cenni che ci davamo a sua insaputa, al finto interesse per le sue strane storie e a come alimentavamo le sue bugie. Ripensavo a quello scherzo telefonico.
Eravamo in attesa. Giovannino taceva e intanto smuoveva con la scarpa le foglie che invadevano il viale e ne aveva accatastato un mucchietto che poi schiacciò con il piede, ripetutamente, con forza, quasi con cattiveria.
Cesare era diventato impaziente: “Va bene, abbiamo capito: sei innamorato. E allora?” – disse.
“Allora niente” – rispose piano Giovannino. “Te lo ripeto: questo non è importante”.
”Come non è importante?!”- Cesare era sempre più rosso in viso – “Ci fai venire qua, di premura, che devi dirci non so cosa, una cosa speciale, poi ammetti che sei innamorato. Si, insomma, che hai trovato una ragazza. Sarà una delle tante, certo, tu non hai problemi con le donne, ma questa sarà proprio speciale per farti innamorare. E dici che non è importante? E cosa è importante allora? Sarà importante sapere chi è, forse? Forse la conosciamo?” – Il suo viso ora era diventato paonazzo, gli occhi sbarrati -  “Forse la conosco io? Dì,Giovannino, io... la conosco?”

Giovannino era arretrato d’un passo. Non sembrava impaurito ma perplesso e sul suo viso si disegnavano rughe di attenzione, come se tentasse di capire la tirata di Cesare che, intanto, stava accartocciando il pacchetto delle sigarette mezzo pieno e ansimava.
“Che importa sapere il suo nome, Cesare?” – fece Giovannino. “Ve ne ho dati tanti di nomi su cui ridere. Uno più, uno meno cosa importa? Il fatto è che sono stufo, stufo di tutto. Questo è importante.”
“Sei innamorato e sei già stufo?” – feci io. “Che novità è questa Giovanni? Stufo di cosa?”
“Stufo, stufo. Non posso continuare così!”
E allora?
E allora ho deciso di farla finita.”

Qualcosa si bloccò dentro di me: non ero preparato a questo.
Ohè, Giovannino, che sono cose da dire, queste?” fece Mario. “Sei impazzito, per caso?”
Giovannino sorrise. Sembrava quasi divertito di quel misto di paura e curiosità che leggeva nei nostri occhi.
“No, non voglio ammazzarmi, Mario. Voglio cominciare a vivere, anzi. Da ora, da subito. Per questo ho deciso di farla finita con le menzogne, le paure. Niente più paura. L’ho detto ai miei e lo dico anche a voi. Io sono così e così devo essere.”
 Così come?” chiese Mario piano, quasi in un sospiro.
Si era insinuata in noi una risposta, la leggevo negli occhi sempre più sbarrati di Cesare che aveva smesso di ansimare, lisciava con cura il suo pacchetto di sigarette stropicciato e il suo viso era scolorito.
Mario era anche più strano: la sua bocca, di solito sempre atteggiata ad un riso anche troppo facile, ora era semiaperta, quasi volesse aspirare, con l’aria, la comprensione di una nuova idea. Però la voleva chiara, quell’idea, limpida come l’aria che respirava.
“E se sono così è perché ci sono nato così. Mi capite?” continuò Giovanni ignorando la domanda di Mario.
“E per via delle donne?” – azzardò Mario – “E’ un fatto di donne, Giovannino?” 
“Le donne... le donne! Per voi tutto è un fatto di donne!  E io ve ne ho date di donne. Le avete avute. Me le cercavate e io ve le davo... A decine, le davo, costruite al momento. E non era per prendervi in giro. Le costruivo anche per me. Soprattutto per me, capite? E sapete che gusto c’era? Il gusto di essere come gli altri, come tutti. Come credevo di dovere essere. Ma era sbagliato.Tutto sbagliato.”

Silenzio. Quello che elaboravamo era più grande di noi. Una cosa da grandi..
Silenzio. Forse avevamo paura di sentire il resto oppure avevamo paura di ammettere che  sapevamo già da tempo, ad un livello remoto della coscienza, quale era l’angoscia di Giovannino e il perché delle sue bugie.
Chissà come interpretò Giovanni quel silenzio. Si vedeva che si sforzava di non piangere: strinse le labbra e ricominciò ad accumulare le foglie per terra e a schiacciarle con il piede.
Perché io le donne... l’ho capito tardi ma è così, ...io le donne non.... non ... . Non sono come voi, ecco... capite?” – continuò Giovanni – “Ci sono tanti modi per dirlo e voi li sapete tutti. Avanti, diteli adesso. Tutti. E’ meglio sentirmeli sputare  in faccia ad uno ad uno. Sempre meglio che averli sibilati dietro le spalle. Mi ci devo abituare. Ditelo, ditelo...Giovanni è un frocio, una checca,  un finocchio... una brutta verdura che si può schiacciare come queste foglie marce... ”
“Giovanni...” – cominciò Cesare con voce bassa – “ma Giovanni, che dici?...”. Penso che volesse anche aggiungere qualcosa ma non lo fece.
Anch’io volevo aggiungere qualcosa. Giovannino, volevo dire, abbiamo giocato con te come gatti con un gomitolo di lana, graffiando i fili della tua anima aggrovigliata. Abbiamo goduto nel vedere quei poveri fili strappati mentre tu cercavi di ricucirli e coprirli con le bugie più assurde. Ti abbiamo squarciato il cuore mille volte sbandierando la nostra grande mascolinità, come un vessillo necessario che noi avevamo ma che sentivamo ti mancasse... Ti abbiamo fatto del male, Giovannino. Ti  abbiamo fatto sentire un verme. Forse lo volevamo, forse no, ma l’abbiamo fatto. Come un gioco. Un gioco crudele. Perdonaci.
Dissi, invece, semplicemente: - “Lo conosciamo?”
Giovannino mi guardò e nella sua bocca si disegnò un mezzo sorriso. Poi il suo sguardo si posò su Mario che strusciava i piedi sull’erba, fingendo di togliersi qualcosa da sotto le scarpe e su Cesare che si dondolava impacciato appoggiato ad un albero.
“No – disse – non potete conoscerlo. E’un ragazzo di un altro pianeta. Come me, del resto. E poi ora parte. Va al Politecnico, a Milano.”

Dall’alto del Viale alberato gli ottoni fecero scivolare su pensieri sempre più confusi un “Andante maestoso” che accompagnò i nostri passi e i nostri silenzi fino al cancello del Giardino.
Quando uscimmo sulla strada l’Andante era già storpiato dai i rumori delle macchine e dallo stridio dei pneumatici sulle lastre ancora calde della pietra lavica.