giovedì 19 marzo 2015

Grande Guerra - I

Il conflitto che nessuno voleva
di Renzo Montagnoli


Il 28 luglio 2014  è la data in cui l’impero austro-ungarico dichiara guerra al Regno di Serbia a seguito e con pretesto dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Aburgo-Este avvenuto a Sarajevo il 29 giugno 2014. A ruota, sulla base delle alleanze stipulate nella seconda metà del secolo precedente il conflitto si amplia con gli interventi della Germania, dell’Impero Ottomano, della Bulgaria, tutti e tre questi stati a fianco dell’Austria, e degli Alleati, avversi a questa coalizione, rappresentati dalla Francia, dal Regno Unito e dall’Impero Russo. L’Italia, dopo un penoso tentennamento e non senza aver tradito la sua alleanza con Austria e Germania, farà il suo ingresso nella guerra il 24 maggio dell’anno successivo.  Come se non bastasse a poco a poco intervennero altri stati, in un lasso di tempo dilazionato, quali la Grecia, la Romania, il Portogallo e soprattutto gli Stati Uniti, il cui apporto è stato decisivo. Può sembrare strano, nessuno voleva questo conflitto, ma tutti non fecero il benché minimo tentativo per evitarlo. Il problema è che, quando non si risolvono consensualmente questioni spinose, il fuoco continua a covare sotto la cenere; alla Francia scottava ancora l’ingloriosa sconfitta patita nel 1870 per opera dei tedeschi; Il Regno Unito, dopo un periodo di isolamento, voleva tornare a far sentire il suo peso nello scacchiere europeo; la Germania, ancora fresco stato, era convinta della sua invincibilità, dopo appunto le vittorie del 1870, e della necessità di ritagliarsi un ruolo egemone; l’Italia non considerava ancora ultimato il periodo introdotto dalle guerre di indipendenza e rivendicava Trento e Trieste, e magari anche qualcosa di più; poi c’erano tre stati, che erano dei veri e propri colossi, ma dai piedi d’argilla. Enormi macchine burocratiche che cercavano di fermare il tempo e, contestualmente, di garantire immutabili i privilegi della classe dominante.  L’Impero Russo, bastonato alcuni anni prima nella guerra con il Giappone, era percorso da fremiti rivoluzionari che si cercò invano di soffocare con l’occasione di una guerra, con uno scopo quindi comune, da consentire di rinsaldare la sua popolazione con quel monarca assoluto che era lo zar; l’impero ottomano, che continuava a perdere pezzi, e al cui interno c’erano spiriti ribelli che volevano porre fine alla lenta agonia di uno stato ormai in sfacelo, aderì per gli stessi motivi della Russia e la stessa cosa si può dire per l’Impero Austro-Ungarico, retto da troppo tempo da un longevo come Francesco Giuseppe, incline ad accentrare su di sé ogni potere e non disposto a concedere la benché minima autonomia alla tante nazionalità che costituivano i suoi sudditi.
Nessuno voleva questa guerra, ma per un motivo o per l’altro nessuno vi si oppose e così prese il via il più grande conflitto della storia prima della seconda guerra mondiale e che durò fino alla fine del 1918 con tante sofferenze e tanti morti (complessivamente oltre 24 milioni). E il bello fu che, a parte l’Italia, gli altri ottennero ben poco, anzi i vincitori, con il loro atteggiamento intransigente, profusero a piene mani le sementi per un nuovo scontro, che germogliarono rapidamente e che generarono la seconda guerra mondiale.
Fu la guerra delle trincee, degli insensati attacchi frontali, secondo una visione tattica e strategica che risaliva ai tempi di Napoleone, ma allora non c’erano le mitragliatrici, i gas asfissianti, gli aerei e i sommergibili. Fu la guerra dell’angoscia continua, da quel senso di impotenza che doveva provare il povero fante, divenuto ben presto consapevole di essere considerato niente di più che carne da macello. Tanto orrore quotidiano, tanti lutti, tante indicibili sofferenze, come si è visto, non portarono a una pace duratura. Né bastarono ad aborrire una volta per tutte quell’immensa tragedia che è la guerra, quello scontro in cui, a ben guardare, non ci sono vinti e vincitori assoluti.     






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Foto da web 


Il bel Danubio blu
di Renzo Montagnoli


- Buona sera, caro colonnello. Gran bella festa, come sanno fare solo a corte.
- Caro Stephan, quanto tempo che non ci si vede; vediamo…l'ultima volta è stata l'estate dello scorso anno, al ballo in casa Hofmann? Sì, è stata in quell'occasione, quando lei era accompagnato da una gran bella signora, un bocconcino come ebbe a dirmi. Come va?
Il barone Schuss guardò negli occhi il suo interlocutore, un uomo di mezza età elegantemente addobbato con l'uniforme da cerimonia degli Honved.
- Ha un bel coraggio a chiedermi come vado, dopo avermi soffiato “il bocconcino” che Lei, e non io, ebbe a definire la signora che quella sera era con me. Comunque, acqua passata; la signora ora folleggia con un ricco banchiere e già si è dimenticata di noi, anche se in verità io l'ho ogni tanto in mente, visto quello che mi è costata in doni ed altro la piccola fuggevole relazione. E' stata un'esperienza, da cui ho ritratto un insegnamento ben preciso: mai andare con chi non si intende amare.
- Oh, barone, non dica così: la vita è anche frivolezza, anzi è solo questo; l'amore è un peso troppo grande che rende insopportabile l'esistenza; una donna si può, si deve sposare per ovvi motivi di convenienza, ma amarla…è un po' troppo. Ai comuni mortali, quali noi siamo, l'amore non è consentito; quello che ci è permesso, ed è un nostro preciso diritto, è il piacere, l'avventura senza impegni, una notte di follie, un breve periodo di incoscienza, ma senza il gravame dell'amore. E a proposito di questo sentimento corrono voci a corte di una sua relazione, caro barone, con una fanciulla di Vienna di non nobili origini, figlia di un mercante di granaglie e per di più ebreo, e, come se non bastasse, descritta non proprio come una Venere, ma di normale aspetto. Rispondono a verità queste chiacchiere?
- Sì, è così; l'ho conosciuta tramite i rapporti di affari che mi legano a suo padre ed è stata un'autentica rivelazione; di normale aspetto? A me sembra di gran lunga più bella di tutte le dame che affollano questa sera il salone delle feste; e lo sa perché?
A dire il vero non saprei spiegarlo, ma …ecco è come se sotto l'esterno ci fosse molto di più, insomma c'è qualche cosa che le tante nobili e piacenti signore non hanno: c'è un'anima, un cuore che pulsa, che trasmette sensazioni che vanno ben oltre l'apparenza…
- Ah, amico mio, crede di percepire, o è proprio così?
- Non saprei, so solo che con lei sto bene, mi sento sereno, appagato e, francamente, sono felice.
- Bene, bene; un altro pezzo di questo mondo statico che se ne va; l'Impero  va progressivamente sgretolandosi, giorno dopo giorno, e come il vecchio Francesco Giuseppe che soffre di artrosi questa, che sembrava un'eterna istituzione, duole ovunque fuori da queste mura. Eppure, anche se ce accorgiamo, facciamo finta di niente, ignoriamo volutamente la realtà e continuiamo a vivere in questo sogno da cui non vorremmo mai risvegliarci.
- E' vero che fra pochi mesi ci sarà la guerra?
- E' certo, e non sarà solo una guerra, ma sarà la fine di ogni cosa, di queste belle feste, di una corte pettegola e vociante, di passioni d'amore travolgenti ben presto sopite.
- Colonnello, mi meraviglio di questa sua analisi e, soprattutto, non riesco a comprendere quell'ineluttabilità allo sfacelo che trovo nel senso delle sue parole.
- Mi consenta una pausa per un ballo con la splendida duchessa Maybach e poi ne parleremo più diffusamente.
 Si allontanò per invitare la signora appena nominata e si apprestò con la stessa ad eseguire il ballo di turno. Sulle note del “Bel Danubio blu” di Strauss volteggiò a lungo nel salone, ora stringendo a sé la dama, ora allontanandola di poco,  ma sembra tenendola fermamente per mano in un'imitazione tersicorea dell'amplesso.
Accaldato, e solo dopo aver baciato la mano della duchessa, se ne tornò nell'angolo ove l'attendeva il barone Schuss.
- Gran bella donna; sposata a quel beccamorto del Ministro degli Esteri si concede svaghi frequenti con diversi giovani, e in particolare con uno, insomma un amante fisso. Il marito lo sa, tutti lo sanno, ma non c'è nulla di strano: alle cerimonie ufficiali è presente  con sempre accanto la moglie, una coppia rispettabile, all'apparenza affiatata, anche se non è così. Quello che conta non è quello che si è, ma quello che si vuol far credere che sia. E come loro siamo tutti noi. Da quando è salito al trono Francesco Giuseppe il nostro mondo si è fermato ed è come se ci fossimo chiusi in un bozzolo, vivendo una splendida irrealtà. Là fuori so che tutto cambia, ma da noi resta sempre eguale. La guerra, purtroppo, ci farà uscire da questo sogno, precipitandoci in un incubo, dove la realtà per noi sarà incomprensibile al punto tale che non potremo più rientrare nel sogno, e allora sarà la fine. Il nostro è un mondo senza ideali, solo con concetti vacui, con l'illusione che il tempo non passi mai, dove, in mancanza di vigore, assume valore solo ciò che appare. Le parlavo dell'amore: è un sentimento che lei non ha saputo descrivermi, ma è un qualche cosa di concreto, suppongo, una forza interiore che sprigiona e sovrasta chi lo prova, e a nulla valgono atteggiamenti per camuffarlo. C'è, si dimostra per quello che è; vede, leggo nei suoi occhi l'entusiasmo, la gioia di vivere; guardi gli occhi degli altri presenti: spenti, stanchi, e se brillano è solo per la voluttà di concedersi ad un amplesso frettoloso. Noi siamo come un'automobile senza benzina; fin quando  restiamo nella rimessa va tutto bene, ma quando ne usciamo a forza, a spinta, veniamo travolti da chi ha energia da consumare.
- Ma se il suo pensiero è frutto di una così accurata disamina, perché allora non cambiare?
- Perché chi vive in questo mondo non è in grado di affrontare la realtà. Per noi la vita è sogno a tal punto che appena ci accorgiamo di quanto sta cambiando all'intorno e la cosa ci spaventa talmente che preferiamo ignorare, chiudendoci sempre di più nella fiaba di cui siamo artefici e protagonisti. Forse, se io riuscissi a provare per un'altra donna lo stesso sentimento che lei prova per la sua piccola borghese, potrei cambiare, ma dubito a questo punto, dopo anni di questa vita irreale, di poter perfino ipotizzare una simile cosa. Sì, è vero, a noi manca l'amore, questa energia inesauribile. Ed adesso mi consenta un altro ballo con la duchessa Maybach, un altro autentico bocconcino.
- Si è fatto tardi; dovrei andare.
- Allora ci salutiamo, sperando di rivederci nuovamente in questo luogo alle prossime feste, ma ho tutti i motivi per dubitarne; la guerra ci spazzerà via ed io certamente non mi opporrò. Vada, corra caro amico dalla sua amata e viva per lei; dovrei invidiarla, ma non è così: semplicemente mi compiaccio di aver trovato in questo ambiente un uomo felice. Addio.
Il barone Schuss, mentre usciva dal salone, si voltò a guardare i ballerini; fra essi scorse il colonnello che volteggiava con la duchessa sulle note del bel Danubio blu.
Con una mano gli fece un cenno di saluto e questi gli rispose.
Non l'avrebbe più rivisto.

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La marcia di Radetzky
di Joseph Roth
Traduzione di Laura Terreni e Luciano Foà
Edizioni Adelphi
Narrativa romanzo
Collana Biblioteca Adelphi
Pagg. 424
ISBN 9788845902697
Prezzo  € 20,00


La fine di un impero e di un’epoca


La prima guerra mondiale fu un conflitto che segnò la fine di quattro imperi: quello tedesco, quello russo, quello ottomano e quello austro-ungarico. Perché si arrivasse a questa immane tragedia, che costò la vita a milioni di soldati, non è ancora del tutto chiaro, anche se, assai probabilmente, fu l’ultimo disperato tentativo per conservare troni fuori dal tempo. E tale era anche quello dell’impero austro-ungarico, sul quale sedeva da ormai troppi anni Francesco Giuseppe, una figura che poteva benissimo identificarsi con quel coacervo di nazionalità che costituiva  l’ultimo stato ormai quasi millenario che tanto aveva giocato un ruolo di riferimento dal tardo medioevo a quei primi anni del XX secolo.
L’impero austro-ungarico era in pratica  Francesco Giuseppe, una sorta di cariatide ingessata in una visione largamente superata del concetto di stato, incapace di adeguarsi alle nuove idee e ai nuovi equilibri, scaturiti soprattutto dopo l’ultima esperienza monarchica francese, caduta nella rotta di Sedan. E Cecco Beppe, come ironicamente lo chiamavano i nostri irredentisti, non poteva non interessare un acuto osservatore come Joseph Roth, che finisce con il fornirne una rappresentazione frontale, anche se la sua presenza in questo romanzo non è di certo frequente, ma tutto è permeato dalla figura dell’imperatore, da quella battaglia di Solferino in cui fu salvato da un ignoto Trotta, a cui per  gratitudine attribuì il titolo nobiliare, trasmissibile agli eredi. Della famiglia Trotta vengono seguite le vicende, con il figlio e il figlio del figlio sempre più irrealistici e assediati da un senso di incompiutezza, e contestualmente matura la disgregazione di una monarchia, con  Francesco Giuseppe che invecchia, incartapecorisce, mentre di pari passo il suo stato si sfalda.
L’ultimo sussulto, il disperato tentativo di fermare un declino ormai inarrestabile  è proprio la guerra, che nella sua tragica crudezza rivelerà la realtà di un mondo ormai anacronistico e che finirà, ancor prima di essere sconfitto sul campo di battaglia, con l’implodere.
Non credo che vi possa essere miglior libro per spiegare cosa accadde e perché, e soprattutto per comprendere come in fondo il padre padrone di questo impero fosse da tempo un morituro, un essere spento, gravato dal tragico destino dei figli, incapace di reagire, nascosto dietro il formalismo di un mondo fatto di esangui parate militari e da stanchi balli di corte.
Roth, cittadino asburgico, non nasconde la nostalgia per quel mondo, fatto di trine, merletti e da una staticità ben in contrasto con le realtà nascenti e volte all’affermazione di nuove identità, ma è talmente intelligente da non rimpiangerlo, se non come un’epoca che lui credeva felice ed eterna, e invece non era così.
Di questo spirito nostalgico sono non poche le pagine di autentica poesia, indubbiamente le migliori di un romanzo che ripropone però una caratteristica degli autori mitteleuropei da Mann a Musil, e cioè una ricorrente grevità, come se le parole e le frasi fossero macigni caduti sul foglio, Ma, credetemi, è l’unico appunto che si può fare a un’opera che, per struttura, capacità di analisi e anche raffinata e precisa ambientazione, può benissimo far passare in secondo piano una certa verbosità che a noi lettori di questo XXI secolo, abituati a prose assai più agili, potrà parere eccessiva.
Considerato però il romanzo nel suo complesso credo proprio che si possa tuttavia parlare di capolavoro, perché La marcia di Radetzky è uno di quei libri che più si leggono più si apprezzano.



Biobibliografia (da biografieonline.it)

Joseph Roth nasce il 2 settembre del 1894 a Schwabendorf, nei pressi di Brody, all'estremo confine dell'Impero Austro-Ungarico (nella zona corrispondente alla Polonia orientale di oggi), figlio di genitori ebrei. La madre, Maria, discende da una famiglia di commercianti di tessuti; il padre, Nachum, commercia cereali. Durante un viaggio di lavoro ad Amburgo, Nachum viene ricoverato in una casa di cura per malati mentali, e nel giro di pochi mesi diventa totalmente incapace di intendere e di volere. Il suo destino verrà taciuto al figlio Joseph, cui verrà fatto credere che il padre è morto impiccato.
Durante un'infanzia non eccessivamente misera, comunque, Joseph impara a suonare il violino e frequenta il ginnasio, dopo aver studiato nella scuola commerciale fondata dal barone Maurice de Hirsch, magnate ebreo. Il rapporto con la madre non è particolarmente felice, anche a causa della vita ritirata che ella decide di condurre, incentrata quasi esclusivamente sull'educazione del figlio. Dopo il ginnasio, Joseph Roth si trasferisce, e durante gli anni dell'Università, frequentata a Vienna, scrive le sue prime poesie. Trasferitosi presso uno zio materno a Leopoli, diventa amico delle cugine Paula e Resia. Dopo aver studiato con passione la letteratura tedesca, deve fare i conti, a poco più di vent'anni, con la guerra: dapprima pacifista, si arruola dopo aver cambiato idea, volontario nel 21° battaglione di fanteria, e fa parte del cordone di militari impiegati lungo il tragitto del corteo funebre dell'imperatore Francesco Giuseppe.
Abbandonato definitivamente lo studio universitario alla fine della Prima Guerra Mondiale, torna a Brody ma, a causa degli scontri tra soldati ucraini, cecoslovacchi e polacchi, decide di trasferirsi nuovamente a Vienna. Nel 1919 diventa redattore di "DerNeue Tag", giornale cui collabora anche Alfred Polgar. Le pubblicazioni, tuttavia, vengono interrotte l'anno successivo, e così Joseph Roth si sposta a Berlino, dove deve fare i conti con problemi relativi al permesso di soggiorno. Riesce a scrivere, comunque, per il "Neuen Berliner Zeitung" e per il "Berliner Boersen-Courier". A partire dal 1923 lavora per il "Frankfurter Zeitung", e per giornali di Praga e Vienna.
"La tela di ragno", il suo primo romanzo, viene pubblicato sull'"Arbeiter-Zeitung" a puntate, anche se resta incompiuto. Nel maggio del 1925 lo scrittore si trasferisce a Parigi. Ha modo, in seguito, di visitare l'Unione Sovietica, la Jugoslavia e la Polonia. Dà alle stampe il romanzo breve "Hotel Savoy" e i romanzi "La ribellione" (nel 1924), "Fuga senza fine" (nel 1927), "Zipper e suo padre" (nel 1928), "Destra e sinistra" e "Il profeta muto" (nel 1929). Intorno al 1925 cambia orientamento politico, passando da una visione socialista all'appoggio ai monarchici (laddove, nei primi suoi scritti, aveva rivelato una forte avversione verso la corona): idealizza la monarchia asburgica, pur non ignorandone gli errori. In questo periodo, però, deve affrontare i primi sintomi della malattia mentale che ha colpito la moglie Frieferike Reichler, sposata nel 1922 a Vienna. La donna, oltre a mostrare segni di gelosia  patologica, si comporta in maniera tale da rendere obbligatorio il ricovero in una casa di cura. Roth entra in crisi per la vicenda, arrivando a incolparsi della situazione e non riuscendo ad accettare la malattia: inizia, quindi, a bere alcolici in quantità spropositate, con conseguenze negative per il suo stato di salute e per la sua situazione economica.
Nella prima metà degli anni Trenta, vedono la luce i romanzi "Giobbe. Romanzo di un uomo semplice", "La marcia di Radetzky
", "Tarabas, un ospite sulla terra", "L'Anticristo" e "Il busto dell'imperatore". Con l'avanzata sempre più insistente del Nazionalsocialismo, intanto, Joseph Roth individua nella chiesa cattolica e nella monarchia le uniche forze in grado di opporsi alla prepotenza nazista. Appoggia, quindi, l'attività politica dei monarchici, cercando anche contatti con circoli legittimisti favorevoli al pretendente al trono Otto d'Asburgo. Le condizioni di Friederike, nel frattempo, non migliorano, e nel 1935 Roth chiede il divorzio (in seguito la donna sarà vittima del programma di eutanasia applicato dai nazisti, nel 1940). Joseph ha quindi l'opportunità di frequentare altre donne, tra cui Andrea Manga Bell, redattrice di origini cubane. L'estrema gelosia  dello scrittore porta alla rottura della relazione, ma egli si consola con Irmgard Keun, scrittrice incontrata in Olanda, con la quale va a vivere a Parigi alla fine degli anni Trenta.
In questi anni pubblica "Confessioni di un assassino, raccontata in una notte", "Il peso falso", "La cripta dei cappuccini", "La milleduesima notte" e "La leggenda del santo bevitore". La situazione economica di Roth, tuttavia, è pessima, al punto che il 23 maggio del 1939 viene trasferito in un ospizio per i poveri, dove muore pochi giorni dopo, il 27 maggio, a causa di una polmonite bilaterale che provoca una crisi di delirium tremens. Il suo cadavere viene sepolto a sud di Parigi, nel Cimitero di Thiais. Muore, così, il cantore della "finis Austriae", vale a dire colui che descrisse la scomparsa dell'impero austro-ungarico, impero che aveva cercato di unire lingue, tradizioni, culture e religioni tra loro diversissime.


Renzo Montagnoli

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Presagio
di Andrea Molesini
Sellerio Editore Palermo
Narrativa romanzo
Collana La memoria
Pagg. 168
ISBN 9788838931956
Prezzo € 12,00

I giorni prima dell’uragano

Questo romanzo storico esce proprio nell’anno in cui si celebra il primo centenario dello scoppio della Grande Guerra, un conflitto che, al di là di quello che costò in milioni di vite umane, segnò una svolta epocale, con la fine dell’Europa quale entità capace di dominare la scena planetaria, con la caduta di tante monarchie, con l’avvento di un regime comunista e negli anni immediatamente successivi alla sua fine con il sorgere in Italia del fascismo e in Germania del nazismo che portarono al secondo grande scontro mondiale.
Andrea Molesini ha colto questa occasione per imbastire un’opera strutturata come una tragedia greca (un prologo, tre atti e un epilogo), ambientando la trama nella sua Venezia, all’epoca meta di soggiorno della più facoltosa nobiltà e borghesia europea. Quella descritta non è una città da cartolina, anzi è limitata al Lido e all’isola di San Servolo, l’isola dei matti, sede appunto del manicomio. L’autore, tuttavia, non si limita solo a proporre una vicenda su quelli che  furono gli ultimi giorni di pace, ma va ben oltre, scende nei meandri dell’animo umano per evidenziare quanto ineluttabili appaiano le grandi e piccole scelte nel destino di ognuno e tanto qui a maggior ragione si comprende come siamo solo dei predestinati. Non è un caso quindi se l’opera è introdotta da una frase di Rainer Maria Rilke (Il futuro entra in noi, e si trasforma in noi, molto prima di accadere); questa epigrafe, scritta dal grande poeta di lingua tedesca proprio in quel periodo, significa in buona sostanza che ogni essere umano sa, sia pure inconsciamente, quel che è prima che lo diventi. E’ una premessa drammatica e ben calza allo svolgimento di questo bellissimo romanzo.
Se fino a ora ho esposto l’opera nelle sue linee generali, ritengo opportuno adesso dare qualche notizia in più, affinché il lettore si faccia un’idea più precisa. 
È il luglio del 1914, il 28 giugno Gavrilo Princip a colpi di pistola aveva spento a Sarajevo le vite dell’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono diAustria-Ungheria, e di sua moglie Sofia, lo stato febbrile volto a una guerra, già in atto da tempo, ha colto nell’attentato ai reali l’occasione propizia per concretizzarsi. Schermaglie diplomatiche, più che altro dimostrative, animano quel mese di luglio, ma ciò che già da tempo era stato deciso trova finalmente il suo sbocco in una guerra che è il disperato tentativo per monarchie ormai obsolete di contrastare la loro naturale fine, ed é così che queste (impero russo, impero austro-ungarico, impero turco-ottomano e l’ancor giovane, ma troppo tardi instaurato impero germanico) buttano sul tavolo da gioco della storia le loro consunte carte, così che il 28 di luglio scoppia la prima guerra mondiale. A Venezia, all’Hotel Excelsior, il gran mondo riempie di frivoli cicalecci i saloni, esponenti di un’epoca, chiamata Belle Epoque, in cui tutto sembra eternamente spensierato, in cui, dietro un paravento di eleganza e nobiltà, si cela un profondo malessere, una povertà di valori destinata, prima o poi, a esplodere.   
Molesini avrebbe potuto parlarci di questi sconosciuti per spiegarci quei giorni, ma anziché scrivere un romanzo corale, come i suoi due precedenti, preferisce imperniare la sua trama su due soli protagonisti, il commendator Spada, proprietario dell’Hotel e una sua avvenente cliente, la marchesa Margarete von Hayek. L’uomo non è insensibile al fascino della nobile dama, ma è un pragmatico e comprende che per lui ella può rappresentare solo un esaltazione dei sensi e non un vero e proprio amore, e di ciò ne trae profitto, accompagnandosi con lei senza patemi, ma con impeti carnali. Lei è una femmina fatale, pericolosa quindi, e depositaria di un segreto che, una volta svelato, ce la mostra in un’altra luce. In questo contesto intimo la mostruosa macchina volta all’inizio di una guerra acquista sempre più velocità, fino a quando il 28 luglio l’Austria dichiara guerra alla Serbia, che ha rifiutato un ultimatum impossibile da accettare secondo il buon senso.
Il discorso con cui il commendator Spada comunica ai suoi ospiti, seduti a tavola per la cena, l’inizio delle ostilità è per me la parte più bella del libro e già da sola giustifica la lettura dell’opera. Non c’è retorica nelle parole dell’albergatore veneziano, ma tanto giudizio e soprattutto umanità. Sono pagine che si leggono con vivo piacere, provando un’indicibile emozione. Quella dichiarazione di guerra risuona nel silenzio generale del salone come una condanna per gli appartenenti a un mondo che da lì a pochissimo sparirà e della Belle Epoque, in cui tutto sembrava possibile purché lo si volesse, non resterà che un vago ricordo e i dipinti del can can di Toulouse-Lautrec.
Nel romanzo di Molesini questo passaggio, questa fine di un’era è ben descritta, benché sembri toccare solo le anonime comparse del suo libro. Per i due protagonisti e soprattutto per la marchesa la convinzione che sia stato spazzato via un modo di vivere la vita in nuce  già esiste in loro, nella loro storia d’amore senza speranza, nella estrema sensualità di lei, secondo un copione già noto, ma con una sua peculiarità: lei tende ad autodistruggersi, magari coinvolgendo altri, come un presagio, lo stesso che sotto forma di incubo accompagna le notti del commendatore, con quella bestia che è in noi ed è pronta ad azzannarci. Guai a contrastarla, perché in fondo la guerra è l’emblema di quella bestialità che ci è propria e solo con la consapevolezza che è tipica dell’artista che si limita a osservarla e a descriverla è possibile non essere dalla stessa sopraffatti.
Romanzo che mette allo scoperto la più recondita natura dell’uomo, Presagio è scritto con signorilità, senza mai trascendere e anzi misurando le parole una per una (stupendi al riguardo i duelli verbali fra i due protagonisti), è volto a un messaggio universale, a una ricerca della verità, a quel Wahrheitcon cui inizia il libro, che si chiude con un finale enigmatico, ma segnato da una profonda pietà. 
Se l’impianto è teatrale, in un contesto di crescente tensione in cui par già di udire i tuoni delle cannonate, Molesini ha il pregio indiscutibile di accompagnare a una tragedia una vena poetica di cui sia i due protagonisti che l’intero libro beneficiano ampiamente, e questo ha effetto anche sul lettore che giunto all’ultima pagina ricava netta la sensazione di aver letto qualche cosa di molto diverso dal solito, di avere per le mani un’opera di grande valore letterario, una di quelle che, benché riferita a un’epoca, è senza tempo, stupenda oggi come lo sarà domani.
    
Andrea Molesini ha pubblicato con Sellerio Non tutti i bastardi sono di Vienna, che nel 2011 ha vinto, tra gli altri, il Premio Campiello e il Premio  Comisso, tradotto in inglese, francese, tedesco, spagnolo e molte altre lingue,  La primavera del lupo (2013) e Presagio (2014).

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Renzo Montagnoli






MondoBlog del 19 marzo 2015

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martedì 27 gennaio 2015

Il giorno della Memoria 2015


I morti non dimenticano
di Renzo Montagnoli



Soffocati
fucilati
inceneriti
dopo stenti inenarrabili
i morti non dimenticano.
C’è una memoria
che non finisce in nulla
aleggia lo spirito
di chi se n’è andato.
Gli altri
i vivi
vanno avanti
e ogni istante passato
il ricordo s’appanna
fino a che resta
una vaga notizia
-Chissà se è vera? -
si chiede più dì uno

Ma i morti non dimenticano.

Quei poveri corpi disfatti
ancora urlano
il loro silenzio
affinché
non diventi anche il nostro.

Da La pietà






Buchenwald (il bosco dei faggi)
di Tiziana Monari


Ci  fa male la vita qui a Buchenwald, umili figure cenciose accarezzate dal buio
vergognosi della fame, delle miserie dell’anima
il dolore del cuore  che si fonde con quello del corpo straziato
la mente  che si frantuma come pietra sbriciolata
erranti nel groviglio di un io che non è più

dormiamo ammucchiati nella neve qui a Buchenwald oltre il recinto di filo spinato
i calci dei fucili  che penetrano la pelle come vomeri d’aratro
e accanto al faggio,il camino, che vomita vampe rosse verso il cielo
il denso fumo della nera signora

le scarpe hanno i lacci di filo di ferro qui a Buchenwald , le suole di legno
la mitraglia sporge oltre il parapetto
ed i carnefici sono inclini alla pinguedine, le guance flosce
gli occhi sgranati di odio dentro le montature nere degli occhiali

e così stanchi, affamati, senza tregua,  l’orecchio teso da animali atterriti
le strisce rosse delle torture che si allargano, si gonfiamo
si spaccano nel sangue che scorre
aspettiamo l’appello della sera,poi la notte, tristi carovane senza stelle
in queste macerie di mondo sconvolto .

Non cantano gli usignoli qui a Buchenwald
ed i sogni  non hanno il colore dell’elicriso
la morte è un rullo di tamburo e la vita ha un lungo profilo nel suo lento passare
qui tra l’orrore e le ombre di Buchenwald.









I tedeschi nascondono ancora le colpe
di Ferdinando Camon


"L'Arena" 1 maggio 2014 
 



Berlusconi ha detto: “I tedeschi negano l’esistenza dei campi di sterminio”- Sbaglia. Ma dire: “I tedeschi hanno negato a lungo le loro colpe” non è sbagliato. Hanno avuto un problema, con lo Sterminio. Un problema storico (“Come possiamo ammetterlo?”), un problema didattico (“Come possiamo raccontarlo ai nostri figli?”), un problema giuridico (“Come possiamo fare giustizia?”). Quest’ultimo problema riguarda anche i veneti e i veronesi, l’area veronese che sta oltre Legnago, nel peasino di Bevilacqua, che ha uno stupendo castello medievale, quadrato, di color rosso. Lì c’era un comando tedesco. Un altro comando stava a Este, sui Colli Euganei. Cos’hanno fatto i tedeschi di Este e Bevilacqua non si è mai saputo con chiarezza, perché da parte nostra non s’indagava e da parte tedesca si nascondeva. Sul finire della guerra avevo 10 anni, vedevo e non dimenticavo. Più tardi ho messo quelle storie (incendi, impiccagioni, torture) nei miei primi romanzi, e quando questi han cominciato a girare nei paesi stranieri in traduzione, sono stato attento a come li accoglieva la Germania, quali reazioni suscitavano sui giornali, sui lettori, nelle scuole. È per questo che ne parlo qui.
A Bevilacqua, nel castello, hanno torturato con le scosse elettriche e con gli aghi sotto le unghie; sul ponte hanno impiccato un ragazzo di 20 anni, mio parente; c’è un cippo sul ponte, in suo onore, e poiché il guard rail nasconde la scritta e il nome della vittima, ho scritto al sindaco: “Tagli il guard rail per un metro o due, o alzi il cippo”, lui ha alzato il cippo: non so chi sia quel sindaco ma qui lo ringrazio; nei paesi dei Colli Euganei i tedeschi facevano una strage ogni settimana, noi credevamo che il totale dei morti fosse una trentina, poi lo storico Francesco Selmin ha indagato e ha scoperto che sono circa 150. Avevo messo le fucilazioni e le impiccagioni nei miei primi libri, e quando questi libri giravano tradotti in Germania, un gruppo di magistrati tedeschi (onore a loro) si chiese: “Ma cosa racconta questo scrittore italiano? Sono storie vere?”. Scendono a Bevilacqua ed Este per raccogliere testimonianze. A Legnago c’è la fabbrica Riello, m’invita a un incontro con i lavoratori, ci vado, rievoco questi ricordi, si alza una signora e dice: “Sono un’insegnante di tedesco, facevo da interprete a quei magistrati, ma gli abitanti dei paesi veneti non volevano rispondere”. Chi non capisce questo, non capisce i veneti, la Lega, la secessione. Non hanno nessuna fiducia nello Stato, in nessuno Stato. Pensano che non avranno mai giustizia. E infatti… In Germania preparano il processo contro il comandante tedesco di Este, che si chiamava Lembcke. Con mio orgoglio, i miei libri sono prove a carico. L’accusa da parte italiana era sostenuta da un avvocato veronese che era, se non ricordo male, Guariente Guarienti. Questo avvocato mi ha chiesto di specificargli che cosa nei miei libri fosse storico e che cosa fosse fantastico. La notte prima della prima udienza il comandante Lembcke è nel suo salottino, con sul tavolo i documenti a carico tra cui i miei libri, e ha un infarto. Lo portano in ospedale e dopo una settimana muore. Per megalomania, per sete non-cristiana di vendetta, ho spesso immaginato quel mio primo libro come un colpo di fucile sparato dall’Italia alla Germania, per colpire al cuore (l’infarto) un nemico della mia gente. Passano gli anni e quei libri vengono adottati per un corso di Letteratura Italiana da una docente dell’università di Potsdam, Isabella von Treskow. I suoi studenti restano sbalorditi nel leggere le stragi tedesche nel Veneto padovano-veronese, vogliono saperne di più, cercano negli archivi dell’esercito e della magistratura, ma non trovano niente, perché? Perché, mi spiega Isabella, la Germania ha varato una legge, in base alla quale se un cittadino tedesco viene accusato di crimini che possono infangare la sua memoria, ma muore prima che il processo sia giunto a sentenza, ha questo diritto: non che le prove siano archiviate, ma che siano distrutte. È la cancellazione della storia. Ecco come i tedeschi si liberano del proprio passato: annullandolo, come mai esistito. Sì, Berlusconi ha sbagliato, la sua frase non regge. Ma non ditemi che i tedeschi hanno una gran voglia di riconoscere le colpe, far giustizia, espiarle. Noi sappiamo che non è vero.







Lui passerà per il camino
di Renzo Montagnoli

                           
Fu un inverno freddo quello del 1944 e con tanta, troppa neve. Quando la guerra sembrava concludersi da un momento all’altro, il proclama di Alexander rivolto ai partigiani affinché sospendessero le ostilità raggelò tutti: gli italiani, inermi, privi di tutto, sfibrati dai bombardamenti alleati e che sopravvivevano solo nell’attesa della liberazione, nonché gli stessi coraggiosi che da un anno combattevano, con enormi sacrifici, sia in montagna che in pianura, contro i nazifascisti.
Questi ultimi, ormai consapevoli dell’esito della guerra, intensificarono invece le ostilità, con una brutalità senza precedenti di cui furono vittime sia gli uomini della resistenza che la popolazione civile. Fu intensificata, fra l’altro, la caccia agli ebrei, con esiti raccapriccianti e di uno di questi il paese serba ancor oggi, commosso, il ricordo.
Agli inizi di dicembre la città e tutta la provincia furono oggetto di una retata capillare, a cui parteciparono sia le famigerate SS che le non meno odiate Camicie Nere.
Ben pochi israeliti riuscirono a sfuggire, o perché avvisati in tempo da qualche doppiogiochista che già allora cercava di assicurarsi il futuro, oppure per pura casualità, come avvenne per Isaia Forni, un bimbo di appena sei anni.
Quando la marmaglia sfondò la porta di casa e catturò i suoi genitori, lui si trovava da una vicina, una signora anziana che voleva fargli vedere il suo gattino. La donna, nonostante il pericolo, lo tenne con sé qualche giorno fino a quando, a una parente che le fece visita, propose di portarlo con lei in campagna, in un posto ritenuto più sicuro.
Fu così, che una settimana prima del Natale, Isaia Forni arrivò in paese e, poiché le sfortune spesso si sommano, subito nel pomeriggio perse la sua accompagnatrice, mitragliata da un aereo alleato mentre in bicicletta percorreva l’argine diretta a una fattoria per vedere di poter avere un po’ di latte.
Della presenza del piccolo era già stato informato il parroco, Don Zeffirino. Appresa la tragica notizia della scomparsa della signora, se lo portò in canonica e decise di tenerlo lì, nonostante fosse un giudeo, ma come ebbe a dire una volta, finita la guerra, davanti a Dio non ci sono cristiani o mussulmani, o ebrei, ma solo uomini, e nel caso specifico un bambino innocente, già duramente provato per la perdita dei suoi genitori.
Se lo coccolava con gli occhi, si divertiva a guardare il suo stupore quando lo portava in chiesa, provava una gioia immensa nel sentirsi il suo protettore e già sognava di renderlo partecipe della messa di mezzanotte, non per farne un cristiano, ma perché vedeva in lui, con tutte le sue sofferenze, l’immagine di Cristo.
Per quanto questa ospitalità fosse mantenuta il più possibile segreta, arrivò alle orecchie di qualcuno e così, l’antivigilia, una squadraccia fascista bussò con i soliti modi alla porta della canonica.
Don Zeffirino, sempre sul chi vive, li aveva visti arrivare e aveva nascosto prudentemente il bimbo nel confessionale.
- Sappiamo che c’è un piccolo ebreo e in base alle leggi sovrane della Repubblica Sociale Italiana dovete consegnarcelo.
Don Zeffirino guardò il capo manipolo con occhi stupiti e rispose: - Non c’è nessun ebreo, in questa canonica.
- C’è, ne siamo sicuri e se non è in canonica, è nascosto in chiesa. O ce loconsegnate, o andiamo a prenderlo.
- Vi assicuro che vi sbagliate e se vi azzardate a fare un altro passo, o a mettere i piedi in chiesa con queste armi spianate, dovrete passare sul mio corpo.
- Va bene, prendiamo atto delle vostre dichiarazioni e non vogliamo inimicarci anche il Padreterno. Adesso usciamo, ma chi ritornerà non avrà così tanti riguardi.
Girarono i tacchi e se andarono.
Don Zeffirino si accorse solo allora di quanto sudasse, nonostante il freddo. Era riuscito a parare il primo colpo, ma sapeva bene che il secondo, qualora al posto delle camicie nere fossero arrivati gli uomini delle SS, sarebbe stato fatale.

Fu così che andò a prendere il bimbo e lo portò, quasi nascondendolo sotto la tonaca, dalla Tilde, la moglie di Annibale Chiocchetti che solo più tardi sarebbe stato conosciuto con il soprannome di Guercio e che all’epoca era da qualche parte, sugli Appennini, con i partigiani.
- Tilde cara, ti chiedo un gran piacere: puoi tenere questo bambino per un po’, non tanto, finché si calmano le acque.
- Come è bello, Don Zeffirino: ha gli occhi neri, vivi, ma velati di tristezza. E’ rimasto orfano?
- Forse sì.
- In che senso?
E allora il prete raccontò tutta la storia.
- Può restare quanto vuole, come se fosse un altro mio figlio, e anzi può giocare con Giacomo, tanto dovrebbero avere più o meno la stessa età. - E dicendo così, nell’accarezzare i capelli di Isaia, rivolse uno sguardo dolce a quel figlio, avuto immediatamente prima della guerra e che così poco aveva conosciuto il suo papà.
- Mi raccomando solo una cosa: nessuno deve sapere che c’è.
- Naturalmente.
Come preavvisato dai fascisti, il giorno dopo arrivarono, su una macchina nera due loschi figuri, lugubri e laidi nell’aspetto, che si qualificarono come membri della Gestapo e che senza chiedere tanti permessi cercarono in ogni dove, nella canonica e in chiesa, e che se andarono sbattendo la porta.
I due bimbi fecero subito amicizia e poiché Giacomo aveva acquisito dalla madre una fervente religiosità, il giorno della Vigilia si mise a fare il presepe.
Isaia lo guardava e presto cominciò a incuriosirsi e chiese di partecipare a quello che credeva un gioco.
Giacomo, con la naturalezza tipica dei bimbi, gli spiegò che era quasi un rito religioso e Isaia si mostrò ulteriormente interessato.
- Chi è quel bambino che metti nella mangiatoia?
- Gesù.
- E chi è Gesù.
- Era un bambino come noi, ma poi diventò grande, tanto grande, al punto che quando parlava tutta la gente l’ascoltava e lo seguiva nel suo girovagare.
- Che diceva?
- Diceva di essere il figlio di Dio e che era venuto sulla terra per redimere gli uomini, per farli diventare tutti buoni e bravi, e inoltre diceva che siamo tutti fratelli.
- Era grande sì, quasi come il mio papà.
- Anche quasi come il mio, ma di più, perché lui è il papà di tutti.
- E’ vissuto tanto tempo fa?
- Quasi duemila anni fa.
- Tanto, e lo si ricorda sempre così, come un bambino?
- No, anche come un uomo adulto inchiodato a una croce.
- Ah, sì, quando l’uomo con il vestito lungo nero mi ha nascosto in una specie di casetta c’era un uomo grande, mezzo nudo, appeso a due assi incrociate e con una corona di spine in testa.
- Quello è Gesù.
- Ma perché ricordarlo così?
- Perché lui si è fatto giustiziare per salvarci tutti.
- Che buono che doveva essere! E chi è stato così cattivo con lui?
Giacomo rimase assorto, non sapendo che rispondere, nel timore di offendere il suo piccolo amico e poi sbottò:
- Quelli che non erano cristiani come lui.
- Dovevano essere proprio cattivi per fare una cosa simile.
- Sì, ma l’hanno fatto per ignoranza.
- Povero Gesù, trattato male come noi ebrei.
Il Natale trascorse abbastanza tranquillo e perfino Pippo, l’aereo da bombardamento che assillava le notti della gente, se ne stette un po’ alla larga.
Poi venne Santo Stefano e la Tilde e Don Zeffirino cominciarono a pensare che Isaia era finalmente al sicuro, ma l’ultimo giorno dell’anno la Gestapo ritornò e andò a colpo sicuro.
Quando bussarono pesantemente alla porta, la Tilde sentì una fitta al cuore e capì che era finita.
Aprì tremando e i due corvacci in nero entrarono senza presentarsi.
- C’è un bambino ebreo e noi lo vogliamo.
- Non ci sono bambini ebrei.
- Noi vediamo due bambini e siamo sicuri che uno è ebreo e che si chiama Isaia Forni.
- No, c’è solo mio figlio Giacomo e suo cugino Ettore, che ha perso i genitori e la casa in un bombardamento.
- Siamo stati anche troppo pazienti, ma tutto ha un limite. Ripeto: vogliamo, e subito, l’ebreo!
- Quale ebreo?
Per tutta risposta, la Tilde si prese un ceffone che la fece cadere a terra mentre i due piccoli cominciavano a piangere.
- Non lo ripeto più: quale è l’ebreo?
Non ci furono risposte.
- Va bene! Facciamo così: li porto via tutti e due.
- No, vi prego no, se avete un cuore, se anche voi avete dei figli, non fate una cosa del genere.
- L’ebreo, o li porto via entrambi.
Fu allora che, con il capo chino, Isaia si fece avanti e disse, con voce tremante: - Sono io, Isaia Forni.
Lo presero e alla domanda della Tilde su dove l’avrebbero portato, risposero sogghignando:
- Lui passerà per il camino.
Ancora non si sapeva che volesse dire, ma la Tilde pensò al peggio e guardò per l’ultima volta, con animo angosciato, quell’esserino che veniva portato via come fosse un delinquente.
Non fu difficile scoprire chi fosse stato l’ignobile delatore, anche perchè AldoMarchetti, soprannominato Gerarchetto, lo stesso che aveva indotto con il suo comportamento Annibale Chiocchetti a darsi alla macchia, se ne vantò la sera stessa all’osteria.

La guerra terminò e di Isaia Forni non si ebbero più notizie, se non dopo un paio d’anni, quando la comunità israelitica lo rintracciò fra i deceduti del lager di Buchenwald. Don Zeffirino non lo dimenticò mai e fu sempre presente nelle sue messe dei morti.
Quanto a Gerarchetto, scomparso dalla scena negli ultimi giorni del conflitto, ricomparve dopo la costituente fra le file democristiane e fu uno dei primi deputati del neoparlamento, e tutto questo come se nulla fosse accaduto, come tanti altri, del resto.


Da Storie di Paese 





I sommersi e i salvati
di Primo Levi
Prefazione di Tzvetan Todorov
Posftazione di Walter Barberis
In copertina: elaborazione grafica  particolare del ciclo di affreschi di LucaSignorelli, Cattedrale di Orvieto, Cappella della Madonna di San Brizio© SandroVannini / Corbis
Edizioni Einaudi
Saggistica storica e antropologica
Collana Super ET
Pagg. XII – 202
ISBN  9788806186524
Prezzo € 11,00



Affinché non si ripeta


«Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre».
Primo Levi

Quarant’anni dopo di Se questo è un uomo, Primo Levi torna a scrivere dei Lager, non con un romanzo, oppure con una puntualizzazione di quella che fu la sua tragica esperienza di recluso, bensì per effettuare un’attenta e approfondita analisi del sistema dei campi di concentramento come mezzo per affermare il potere assoluto, nonché, altro aspetto di rilevante interesse, per evidenziare i comportamenti degli esseri umani, sia a livello individuale che collettivo, così come determinato dalla vita non vita del Lager. Il suo approccio non è per niente enfatico, anzi Levi dimostra una straordinaria lucidità, come se il tempo trascorso dall’evento di cui è stato vittima avesse smussato quella carica interiore di rabbia e di dolore; anzi, ritiene opportuno premettere come la memoria sia sempre fallace e come l’aspetto temporale, cioè gli anni trascorsi, possano nuocere alla trattazione per involontarie omissioni, oppure trasgressioni dei fatti accaduti. L’autore è un uomo di scienza e come tale persegue quotidianamente la ricerca della verità, nel suo caso tanto più importante non per comprendere, ma per poter determinare come un orrore simile sia potuto accadere. Non si tratta solo di un’analisi storica, ma anche di un’indagine antropologica le cui risultanze non sono fini a se stesse, ma travalicano il fatto, di per sé un unicum fino ad ora, al fine di conoscere, affinché non si debba ripetere. In questo modo Levi trova delle risposte che sono basilari per una corretta interpretazione della storia del secolo scorso e per una definizione stratigrafica delle caratteristiche individuali e sociali dell’uomo contemporaneo. Fra l’altro, ho rilevato la straordinaria visione d’insieme che porta l’autore a proiettare la tragedia dell’olocausto ad analoghi avvenimenti successivi che hanno interessato popoli che noi europei ben poco conosciamo, come per esempio la follia omicida del regime di Pol Pot in Cambogia.
E’ questo il risultato delle risposte alle domande che consistono essenzialmente in una metodologica ricerca della verità. Levi si chiede, infatti, quali siano le strutture gerarchiche su cui basa un regime autoritario, quali sono i metodi per annichilire un individuo, per distruggere insomma la sua personalità, quali rapporti intercorrono fra i carnefici e le vittime, come può sussistere una forma di collaborazione, la cosiddetta zona grigia. Tutto questo costituisce questo splendido saggio, diviso schematicamente in capitoli che trattano di volta in volta un argomento, con le inevitabili domande accompagnate da risposte del tutto logiche, che costituiscono per l’autore non la verità assoluta, ma un’interpretazione, e in questo credo di poter dire che tuttavia si avvicina di molto alla realtà oggettiva. Devo pure riconoscere a Levi che già il titolo del libro ci offre uno spaccato esatto della divisione degli internati fra quelli inevitabilmente destinati alla morte (lo erano tutti, ma la maggior parte, annichilita, si lasciava andare, non reagiva), cioè cosiddetti sommersi, e i salvati, quelli che si arrangiavano, magari con un lavoro particolarmente richiesto (sarto, ciabattino, muratore, ecc.) e che nonostante tutto cercavano di porre ostacoli al loro crudele destino di morituri, vale a dire insomma chi lottava ancora per sopravvivere. A differenza del suo romanzo più famoso (Se questo è un uomo), anche qui da testimone l’autore va oltre la ristretta visione del suo essere per giungere a una visione, che potrei dire universale, dei comportamenti, sia degli internati, che degli aguzzini, in cui cerca di trovare le attenuanti (l’educazione ricevuta, l’indottrinamento). Ma c’è anche una terza categoria, fuori dai reticolati,  cioè il popolo tedesco, che è poi la più importante, perché l’aver creduto prima ciecamente a un populista come Hitler, subendone il fascino, e l’averlo poi assecondato sono pregiudiziali senza le quali non ci sarebbero state né la guerra, né la Shoah; e quel che è peggio è il silenzio indifferente dei tanti che  pur non essendo aguzzini, sapevano e tacevano, a loro modo in preda a una sottomissione della propria personalità a quella artefatta costruita dal nazismo. Per loro in effetti di scuse non ce ne sono ed è proprio per questo comportamento, per questa ardente o indifferente assuefazione a un regime, che  la tragedia potrebbe ripetersi, in altre zone, in altre forme, con vittime diverse.
Levi sembra volerci ammonire affinché mai e poi mai una collettività, un popolo, affidinoil loro destino a un potere assoluto, con un mandato irrevocabile con cui viene segnata la sorte non solo dei mandatari, ma soprattutto dei soggetti più deboli, di coloro che un regime, anche per nascondere le sue incapacità e scelleratezze, va ad indicare di volta come i responsabili di fallimenti, capri espiatori dati in pasto alle belve dell’odio e dell’indifferenza.
La lettura non è solo consigliata, ma è caldamente raccomandata. 

Primo Levi (Torino 1919-1987) ha pubblicato presso Einaudi Se questo è un uomoLa treguaStorie naturaliVizio di formaIl sistema periodicoLa chiave a stella; La ricerca delle radici. Antologia personaleLilìt e altri raccontiSe non ora, quando?; L'altrui mestiereI sommersi e i salvati. Sempre da Einaudi sono usciti postumi i due volumi delle OpereConversazioni e interviste (1963-1987);L'ultimo Natale di guerra;L'asimmetria e la vitaArticoli e saggi 1955-1987;Tutti i racconti, sempre a cura di MarcoBelpoliti.

Recensione di Renzo Montagnoli