martedì 4 giugno 2013

Canto celtico, di Renzo Montagnoli


Se è vero che il primo amore non si scorda mai, la stessa cosa per me è avvenuta per Canti celtici, una silloge nata dall’analisi del mondo attuale, così povero di valori da far rimpiangere altre epoche, lontane e quasi dimenticate, in una immaginaria civiltà che però ricomprende caratteristiche, positive, ora  purtroppo assenti. E proprio per ricordare, più che altro a me stesso, queste poesie, a suo tempo (era il 2007) pubblicate in un volumetto dalla Casa Editrice Il Foglio,  che ho deciso di proporle, o anche riproporle, su L’armonia delle parole.

 


 

Canto celtico

di Renzo Montagnoli

 

S’alzano le brume del mattino

frustate dagli strali del primo sole

e al lontano suono di cornamuse

s’accompagna la lenta melodia di una cetra.

Della notte, popolata di folletti,

resta solo l’erba imperlata di sudore.

Il dormiveglia si anima di gesta antiche,

di rullar di tamburi, del suono cupo

di cavalli portati allo scontro dai guerrieri.

Gli dei di quel tempo si sono ormai assopiti,

ma alle note del citaredo che saluta l’alba

s’affacciano nella nebbia che si dirada

per un ultimo sguardo a un mondo

che non è più loro,

a una terra dal futuro senza memoria.

Sembra allora di indovinare nella caligine armati

che cantano le gesta al levar del sole.

Ma tutto sfuma, tutto cessa, nella luce

che ravviva il giorno e che spegne la notte.

Solo nel bosco la vecchia quercia conserva

negli scrigni preziosi delle foglie

le note malinconiche di cento cornamuse.

La realtà ritorna,

il sogno si nasconde,

                        fino alla prossima alba.

 

 

R. Wagner – Tannhäuser Overture

 


 

 

 

 

 

1912 + 1, di Leonardo Sciascia




1912 + 1

di Leonardo Sciascia

In copertina: Julio Romero de Torres. Viva el pelo, 1928 (Museo Julio Romero de Torres, Cordova)

Adelphi Edizioni


Narrativa

Collana Fabula

Pagg. 104

ISBN 9788845902147

Prezzo € 14,00

 

 

Innocente, anche se colpevole

 

 

 

 

Negli ultimi anni della sua vita, quasi pago dei successi ottenuti dai suoi romanzi, ma più probabilmente perché la vena creativa si era un po’ esaurita, Leonardo Sciascia prese spunto da fatti realmente accaduti per una loro rivisitazione, chiamando gli scritti infatti Cronachette. E tale è anche 1912 + 1, titolo alquanto strano, ma che, come vedremo in seguito, ha una sua precisa ragion d’essere. E’ del 1913 il fatto della cronachetta, sicché è logico pensare che lui fosse un po’ superstizioso, ma così non è, perché quella votata agli scongiuri è ben altra persona, un altro scrittore allora in grande spolvero; questi, benché meridionale – e di conseguenza per lui il 13 doveva essere considerato un numero fortunato – per una repentina infatuazione per il Nord dell’Italia, ove soggiornerà a lungo fino alla morte, iniziò a vedere il 13 come sinonimo di jella, di sfortuna nera e allora prese a non citarlo, tanto che in uno dei 50 esemplari dell’edizione su papier de Hollande del Martyre del Saint Sebastien, scritto direttamente in francese da Gabriele D’Annunzio durante il suo non breve soggiorno ad Arcachon, ove si era rifugiato incalzato dai creditori, figura una dedica autografa <<à Fernand Charles Ecot “Chaque flèche est pour le salut.” Gabriele d’Annunzio, 7 jiun 1912 + 1>>. Questo libro entrò nella biblioteca di Sciascia che non poté fare a meno di notare la stranezza della data e alla luce della sua scarsa stima dell’autore abruzzese mise bene il rilievo la circostanza agli inizi della cronachetta. A parte questo inciso, il fatto non riguarda direttamente il vate nazionale, se non per quella atmosfera di fulgide apparenze e di squallide realtà che sembravano caratterizzare l’inizio del XX secolo, con la conquista della Libia e la feroce repressione dei ribelli, con le classi sociali ben delineate e talmente chiuse da risultare impenetrabili. Ed è appunto da un incontro fra un ceto superiore e uno inferiore che nasce il fatto, con la contessa Maria Tiepolo, moglie del capitano di Stato Maggiore Carlo Ferruccio Oggioni, che l’8 novembre 1913 uccide con un colpo di pistola sparato quasi a bruciapelo l’attendente del marito, il bersagliere Quintilio Polimanti, nella vita civile falegname, ma ribattezzato dai giornali ebanista per cercare di rendere meno evidente la differenza di classe. Il processo che ne seguì è l’occasione per Leonardo Sciascia di mettere in risalto vizi privati e pubbliche virtù, spesso con un’ironia dirompente, da cui esce un quadro per nulla lusinghiero degli uomini in genere e di quel particolare contesto sociale.

Sono continue annotazioni, riflessioni che accompagnano gli atti del procedimento che, come non poteva che essere prevedibile, si concluderà con l’assoluzione dell’assassina. Il sostegno indispensabile alle forze armate, appena uscite vittoriose dalla campagna di Libia, e il patto Gentiloni che chiamava alle urne i cattolici, prima diffidati dal pontefice, a patto che il parlamento si attenesse rigorosamente ai principi cristiani, non cedesse alla tentazione di fare una legge sul divorzio e considerasse pertanto la famiglia una e indivisibile influenzarono i giurati e così accadde che un colpevole, peraltro reo confesso, anche se a suo dire per difendere la propria onorabilità, diventasse di colpo innocente, in un iter che di verità univoche non ne ebbe, ma tante, tantissime, in un contesto fatalmente pirandelliano, in cui apparenza e realtà si confondono, confondendo anche chi è chiamato a giudicare.

Non è certo un capolavoro di Sciascia, che tanti peraltro ne ha scritti, ma 1912 + 1 è uno di quei libri, di gradevolissima lettura, a cui ci si affida con fatalismo constatando che il nuovo secolo, il nostro, porta troppi segni del precedente, tanto che le somiglianze son più delle differenze, e credo che se fossero ancora in vita Pirandello e Sciascia si limiterebbero a sorridere, come per dire “che novità! Ve l’avevamo già detto, no?”.

 

 

Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989). E’ stato autore di saggi e romanzi, fra cui: Le parrocchie di Regalpietra (Laterza, 1956),  Il giorno della civetta (Einaudi, 1961), Il consiglio d’Egitto (Einaudi, 1963), A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Il contesto (Einaudi, 1971), Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (Esse Editrice, 1971), Todo modo (Einaudi, 1974), La scomparsa di Majorana (Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido, ovvero Un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), L’affaire Moro (Sellerio, 1978), Il teatro della memoria (Einaudi, 1981), La sentenza memorabile (Sellerio, 1982),  Il cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una storia semplice (Adelphi, 1989).

 

Recensione di Renzo Montagnoli

MondoBlog del 4 giugno 2013


MondoBlog

 

 

Oggi noto (ma ho avuto poco tempo per girare su e giù…):

 


 


 

mercoledì 22 maggio 2013

Castellaro Lagusello, di Renzo Montagnoli





Castellaro Lagusello

di Renzo Montagnoli

 

 

In Italia, il paese che vanta il più consistente patrimonio artistico del mondo, peraltro mai adeguatamente conservato, esistono anche tante piccole realtà, sovente meno interessanti per le opere d’arte che vi si trovano, ma che hanno caratteristiche tali da costituire dei veri e propri gioielli. Si tratta dei cosiddetti borghi, località che sono riuscite a mantenere pressoché intatte le loro caratteristiche nel corso dei secoli, un piccolo agglomerato di case antiche, spesso cinte da difese murarie, con torri merlate, camminamenti, chiese che hanno ancora il profumo di una religiosità semplice e popolare. Queste entità - spesso site in cima a un colle più che per dominare la pianura circostante a difesa invece dai pericoli che dalla stessa un tempo provenivano - sono sparse un po’ dappertutto sul suolo nazionale, con maggior presenza in alcune zone geografiche dell’Italia centrale, specialmente in Toscana, in Umbria e nelle Marche. Al riguardo, tanto per citare solo alcuni nomi fra i più famosi, rammento Gradara, Mondavio, Norcia, Spello, San Gimignano, Buonconvento. Al Nord ce ne sono soprattutto due di estremo interesse, Borghetto sul Mincio, al confine fra le province di Mantova e Verona, considerato il più bel borgo d’Italia e di cui ho già scritto qui, e Castellaro Lagusello, poco distante, in provincia di Mantova, sulle colline moreniche. E a proposito di questi rilievi, invero di modesta altezza (fra i 90 e i 110 metri sul livello del mare) mi corre l’obbligo di spiegare come si sono formati. Milioni di anni fa, ove adesso troviamo il lago di Garda, c’era un gigantesco ghiacciaio che, erodendo le montagne in cui era incassato, trasportava a valle, sul suo fronte, massi di varie dimensioni. Quando avvenne il disgelo e si formò appunto il lago di Garda, i detriti accumulati rimasero al loro posto e con l’azione dei vari eventi atmosferici si compattarono nelle attuali colline.



Castellaro Lagusello sorge su uno di questi rilievi e ha origini antichissime, tanto che i primi insediamenti su palafitte intorno al laghetto risalgono all’età del bronzo. Fu abitato anche in età romana, ma è solo nell’XI secolo che diventa un borgo fortificato. Già di proprietà dei Visconti, passò varie volte di mano in mano, prima ai Gonzaga, poi ritornò ai Visconti, di nuovo ai Gonzaga, indi alla Repubblica Serenissima nel 1441, che lo tenne fino al 1637 quando, messo all’asta, diventò di proprietà dei conti Arrighi. Infine, nel 1815 entrò a far parte del Regno del Lombardo-Veneto.
E’ ammirevole come si sia riusciti a conservarlo nella sua struttura e forma originaria, con l’idilliaca visione del borgo che si specchia nelle acque del laghetto, che è a forma di cuore.
Pressoché intatte sono rimaste le mura, così come la pavimentazione delle vie in pietre di fiume e gli scenografici sassi a vista delle case; la villa patrizia, inoltre, è la stessa, senza modifiche architettoniche, da quanto fu eretta, cioè nel XIV secolo, salvo alcuni restauri nel XIX e XX secolo effettuati senza alterarne la struttura armonica e conservando le preesistenze.
Il paesino è invero minuscolo e la visita abbastanza breve, salvo soffermarsi con attenzione sulle sue caratteristiche. Vi si può accedere solo da Nord, attraverso una porta abbastanza larga, che fino al 1700 era dotata di ponte levatoio. A protezione dell’entrata c’è una torre piuttosto alta, chiamata dell’orologio.
Fatti pochi passi s’incontra una chiesa barocca dedicata a San Nicola, in cui è conservata una Madonna in legno del Quattrocento. Si prosegue, trascurando per il momento i vicoletti laterali, in cui il silenzio regna sovrano, benché le case siano abitate, e dopo un centinaio di metri ci si trova di fronte a Villa Arrighi, oggi di proprietà dei conti Tacoli e visitabile solo dietro richiesta. Dentro il perimetro della residenza nobiliare c’è un fortilizio con mura di cinta, dai cui merli guelfi e dalle cui bifore è possibile vedere il famoso laghetto, che peraltro si scorge anche da un piccolo cancello esterno alla proprietà.
Oggi villa Arrighi è diventata un luogo ove si organizzano eventi, cerimonie varie, fra cui matrimoni, e meeting.



L’edificio incorpora anche una chiesetta del XVIII secolo, dedicata a San Giuseppe.
Purtroppo il laghetto è accessibile solo ai proprietari ai quali tuttavia si può chiedere il permesso di scendere alle rive lungo una scalinata, rive che presentano ormeggiate alcune barche in legno di fattura artigianale.
 
 

Per quanto concerne le viuzze laterali, meritano di essere visitate per la straordinaria atmosfera che lì è possibile respirare: il silenzio, i muri con i sassi a vista, gli antichi lampioni fanno sognare, ad occhi aperti, di un’epoca passata, di antiche glorie e di nobildonne e popolane che un tempo posarono i loro piedi sullo stesso selciato che è ora sotto i nostri.
Ecco, Castellaro Lagusello, minuscolo, ma sostanzialmente intatto, è il testimone di un’epoca lontana che, nella sua ovattata atmosfera, ci piace far rivivere nella mente.
Il borgo è visitabile tutto l’anno, anche se a mio parere i periodi migliori sono la primavera, il mese di settembre e la prima metà dell’autunno, specialmente quest’ultimo, quando la natura si colora d’oro e di rosso scuro delle foglie degli alberi che, sebbene non fitti, punteggiano le colline a gruppi, quasi sentinelle lasciate dal ridondante rigoglio dei mesi precedenti ad attendere l’inverno e a vegliare su scorci panoramici che inteneriscono il cuore, in un ondeggiare di rilievi che dalla più alta sommità sembra un mare d’erba mosso da un refolo di vento.
Castellaro Lagusello è inserito in una Riserva Naturale di 139 ettari gestita dal Parco del Mincio. Numerose sono le specie animali presenti, fra le quali la folaga, il martin pescatore, il tarabusino, l’airone, il falco di palude; ma anche l’aspetto botanico è di tutto rilievo, con boschi di salici, ontani e roverelle, solo per citare le specie più diffuse.

Come arrivare?

L’autostrada Bergamo – Brescia – Verona è piuttosto vicina e dall’uscita di Peschiera del Garda sono in tutto 11 Km..

L’occasione può essere buona per visitare anche altri luoghi limitrofi, come Borghetto sul Mincio (a 10 Km.), Custoza (a 18 Km.), Solferino (a 8 km.), San Martino della Battaglia (a 10 Km.), queste ultime tre località teatri di grandiose battaglie nella nostra storia risorgimentale, Verona (a 41 Km.), Mantova (a 33 Km.).

Dove alloggiare?

Prevalgono gli agriturismi, non mancando tuttavia altre sistemazioni:









Dove mangiare?

Premetto che in zona la cucina è ottima e che vi sono numerosi ristoranti e trattorie. Ripeto si mangia bene ovunque, con specialità prettamente locali, quali gli agnolini mantovani, i tortelli di zucca, il risotto con la salsiccia, le tagliatelle al sugo di piccione, il cappone farcito, il luccio in salsa, la sella di maiale con mele e noci, la torta di tagliatelle, la torta sbrisolona.

Chiedete dove alloggiate e, a meno che lì non sia prevista la ristorazione, i consigli che riceverete saranno sicuramente di vostra soddisfazione.

Sui colli morenici si beve anche bene; c’è una produzione locale, limitata, ma di grandissima qualità, con vini assai pregiati, come i DOC “Colli Morenici Mantovani del Garda” Bianco, Rubino e Chiaretto, quest’ultimo fra i migliori al mondo.

Come al solito, più sotto, a corredo, vi sono alcune fotografie di questa località e rappresentano, nell’ordine dall’alto in basso:

- veduta aerea di Castellaro Lagusello;

- l’accesso a Nord;

- Villa Arrighi;

- La scalinata che scende al laghetto.

Nota: La prima fotografia è stata reperita sul sito del Parco del Mincio, le altre sono state scattate da me.

 

Viaggio in V Classe, di Aurelio Zucchi




Viaggio in V Classe

di Aurelio Zucchi

Nota dell’autore

Prefazione di Pietro Zullino

In copertina foto di Aurelio e Luigi Zucchi

Gruppo Albatros Il Filo


Narrativa romanzo

Pagg. 264

ISBN 9788878425767

Prezzo € 14,00

 

 

 

Ritorno al passato

 

 

 

 

Non ci si lasci ingannare dal titolo, in quanto non si tratta di un viaggio in treno, le cui carrozze, come noto, prevedono solo due classi, bensì siamo di fronte a un romanzo autobiografico in cui l’autore racconta di una parte della sua gioventù, limitatamente a quella che lo vede allievo, prima della IV, poi della V classe, dell’Istituto Tecnico per Geometri.

Premetto che non ci troviamo di fronte a vicende rocambolesche o picaresche, ma a una banale esperienza scolastica inserita in un preciso contesto sociale (quello del Mezzogiorno) che più incide per le prospettive successive al diploma che per una condotta di vita nel corso degli studi.

Il tutto trae origine dalla decisione improvvisa del padre dell’autore di ottenere un trasferimento della propria attività (è un bigliettaio della locale Azienda Municipale Autobus)  a Roma, nell’ottica che nella capitale ai figli siano riservate quelle possibilità e opportunità di lavoro che la città di attuale residenza (Reggio Calabria) non è in grado di offrire. Così tutta la famiglia, piuttosto numerosa, si trasferisce nella capitale, tranne Aurelio, che per motivi scolastici, resta in loco, ospite di una zia, per completare gli studi con il conseguimento del diploma.

Ripeto che la vicenda è del tutto banale, ma la capacità dell’autore riesce a trarne elementi utili per una narrazione che è in grado di interessare e coinvolgere il lettore, soprattutto quello di una certa età, simile a quella dello scrittore, in quanto ritrova certi spunti e momenti di un vissuto che li accomuna, come i primi benefici effetti del miracolo economico italiano e un certo desiderio di autonomia e di libertà che all’epoca andava sempre più affermandosi.

L’abilità di Zucchi sta nel raccontare cose normalissime con una grazia che gli deriva dalla sua naturale tendenza alla poesia, con un occhio di riguardo a tutti i personaggi, che sono tanti ( basti pensare ai compagni di classe).

Si constata così che esistevano legami assai forti, cementati in anni di comuni studi, tanti compagni di viaggio, di un viaggio ovviamente metaforico, poiché si tratta del percorso in un itinerario affrancante dagli obblighi della minore età e proiettato 

all’ingresso completo nella vita e nel mondo degli adulti.

Si è trattato indubbiamente del periodo più bello per Aurelio, ma anche per tutti, lettori compresi, poiché la gioventù è un

irripetibile sogno di libertà che non avrà più uguali successivamente.

Le passeggiate lungo il mare, le prime uscite in auto, che erano per lo più catorci, la fidanzatina, le feste, gli scambi d’opinione, gli entusiasmi improvvisi, ma anche le cocenti delusioni, che pur tuttavia non lasciavano segni, sono la riscoperta di un passato che tanto prometteva di quello che poi non si sarebbe ottenuto, e giunti a una certa età il solo ripensarvi muove a una malinconica commozione, alla mestizia di un paradiso perduto.

Ecco, Zucchi, nel ricordare quel suo periodo, ha fatto di più di una testimonianza storica, anche se personale; ha infatti fatto riemergere un comune sogno a cui, nei giorni non più verdi, anzi sempre più grigi, è piacevole abbandonarsi.

Da leggere, senza dubbio.    

 

Aurelio Zucchi è nato il 7 febbraio del 1951 a Reggio Calabria, città in cui ha vissuto fino al 1970, quando con la famiglia si è trasferito a Roma, dove tuttora risiede e svolge la professione di agente di commercio nel settore industriale. Poeta per indole naturale, ha pubblicato nel 2010 la silloge Appena finirà di piovere (Global Press Italia), mentre Viaggio in V classe ha segnato il suo esordio come narratore.

 

 

Recensione di Renzo Montagnoli

MondoBlog del 22 Maggio 2013


MondoBlog

 

 

Vediamo che c’è oggi:

 


 


 


 


 

giovedì 9 maggio 2013

L'amore, di Renzo Montagnoli


Tutti, chi più chi meno, l’hanno provato, ma che cos’è veramente?

 


 

 

 

L’amore

di Renzo Montagnoli

 

 

Lenta veniva lungo il sentiero

e i fiori di campo chinavano il capo

al suo passaggio di ninfa terrena.

Più s’appressava meno vedevo

i colori del cielo e dell’erba

solo notavo l’incedere flessuoso

del suo corpo ancora acerbo.

Andava con gli occhi bassi

ma nel passarmi accanto

sollevò lo sguardo

incontrando il mio

e fu come se all’improvviso

la primavera piombasse

sul nostro lungo inverno

a cacciare dal corpo

il freddo di giorni di solitudine

ad avvamparmi dentro

un fuoco che non brucia

ad accelerare i battiti del cuore.

Già era passata e i miei occhi

scintillanti la seguivano

incerti fra l’ondeggiare

armonico delle anche

e il candido collo

che adornava una testa

dai lunghi crini dorati.

La guardai fino alla curva del sentiero,

là dove piega a destra

ed entra nel bosco del villaggio.

Or la vedevo con la mente

immaginavo il suo passaggio

fra le foglie garrule al vento

e poi il guado del torrente

e infine la casa sua che l’attendeva.

Fu solo quasi un momento

pochi istanti di tempo

per aprire uno squarcio dentro di me

per gioire e soffrire

per sperare e patire.

Fu allora che seppi

che cos’era l’amore:

un lampo di luce

imprigionato nel cuore.

 

Da Canti celtici II

 

 

La voce di Massimo Ranieri risalta nella colonna sonora: