sabato 18 ottobre 2014

La cartolina, di Renzo Montagnoli



La cartolina
di Renzo Montagnoli


E’ arrivata oggi.
Solo i saluti
e un ghiribizzo di firma
che decifro in Sara.
Chi mai sarà?
Illazioni, possibilità
lavora la fantasia
e chissà perché
penso a una vecchia amica
lontana di strada e di anni.
S’accende negli occhi un sorriso
a ripensare a una donna
che solo giovane si ricorda
e ancor più bella ora appare
capelli biondi sciolti sulle spalle
occhi chiari sbarazzini.
Ritorna un’antica emozione
non più un tuffo al cuore
ma una vena di gioiosa malinconia
nel pensare che s’è ricordata di me.
Amica mia
quanto vorrei dirti
ma il rivederci adesso
sul finire del percorso della vita
vecchi e certo cambiati
non è saggio.
Ricordiamoci di com’eravamo
un istante di luce
nell’ombra di due sere che s’avvicinano
e sarà come se un’alba radiosa
di colpo cacciasse le tenebre
si tornerà ogni tanto a sognare
e con in mano questa cartolina
ti sentirò comunque a me vicina.

Da Sensazioni ed emozioni

La colonna sonora è proprio in tema:











Il fascino indiscreto delle giocatrici di pallavolo, di massimolegnani



Il fascino indiscreto delle giocatrici di pallavolo
di massimolegnani


Alfredo Carolli era un depravato di piccolo cabotaggio, quasi innocuo, se non per quegli occhi guizzanti, capaci di fantasia e oscenità senza limiti.
Da un’ora era seduto su una panca, in un corridoio male illuminato e dall’odore stantio. Nell’attesa che qualcosa accadesse, aveva cercato di riordinare le idee, ricostruire gli avvenimenti del pomeriggio, comprenderne la concatenazione. Ma era tutto così confuso, come fosse stato svegliato di soprassalto nel bel mezzo di un sogno; hai voglia poi di riannodare le fila, ricordare i personaggi, risistemare la trama! Se ti va bene, ti resta in mente l’essenza, quella sensazione precisa e vaga che il sogno ti voleva trasmettere. E lui di quel pomeriggio ricordava ben poco, a parte l’incanto. Come avrebbe potuto spiegare?
Si spalancò una porta e qualcuno pronunciò il suo nome, ordinandogli di entrare. Rimase seduto, inebetito, come fosse bastato quello a sottrarsi alle proprie responsabilità. Ma quando la figura in divisa al suo fianco s’alzò di scatto, lui fu costretto a seguirla, perché condivideva con questa un paio di manette, un polso per ciascuno. A quel punto, almeno, ricordò dove fosse.
Così fece il suo ingresso incerto nello stanzone, dove, davanti alla scrivania del maresciallo, c’era una sedia vuota. Altre sedie, a semicerchio, erano occupate da un gruppetto compatto di persone, che lui non osò guardare in faccia.
- Ecco il porco!- disse uno del gruppo, che fu subito tacitato dall’autorità costituita.
- Signori, vi prego di non intervenire se non quando vi interpello specificatamente. Ora voglio ascoltare la versione di questo signore.
Alfredo fu costretto a declinare le proprie generalità e quando gli fu chiesta la professione, rispose con un filo di voce, come fosse già questa un’ammissione di colpevolezza:
- Poeta.
- Poeta, un cazzo! Quello è…- gridò uno, barbetta nera e occhi fiammeggianti, forse lo stesso che gli aveva dato del porco. Ma venne zittito prima che finisse la frase.
- Signor Carolli, contro di lei ci sono accuse pesanti; le testimonianze di questi signori sembrano concordi e anche il verbale della pattuglia intervenuta sul luogo parla di violazione di domicilio, atti osceni, zuffa. Che ha da dire a sua discolpa?
Alfredo che esibiva un occhio pesto e varie ammaccature, provò a iniziare da lì:
- Beh, se prenderle e non riuscire a darle, significa partecipare a una zuffa, allora quest’accusa è vera.
- Non faccia lo spiritoso.
- Non era una battuta di spirito, commissario.
- Non sono un commissario di polizia. Questa è una caserma dei Carabinieri e io sono maresciallo. Chiaro? Mi dica piuttosto, lei era stato invitato a casa dei signori Peretti?
- No.
- E allora che ci faceva nel loro giardino?
- Guardavo la pallavolo.
- Come sarebbe a dire? Lei s’è introdotto di soppiatto nel giardino all’unico scopo di assistere ad una partita? Ma via!
- Maresciallo, lasci che le racconti. Passeggiavo lungo l’argine, quando ho sentito come uno squittire scomposto di cinciallegre, ha presente il canto eccitato e dissonante che fanno le cince all’alba?
- Macchè cince e ciance! Signor Carolli venga al sodo. Io devo decidere se trarla in arresto o denunciarla a piede libero e lei mi parla delle cince?
- Mi scusi. Era per spiegarle che fui attratto da un vociare allegro, femminile. E dall’alto dell’argine vidi che in un giardino poco lontano giocavano a pallavolo. Mi accostai alla siepe e per un po’ guardai da lì.
- Fin qui niente di rilevante. Ma a me interessa sapere che cosa ha da dire a sua discolpa, riguardo alle accuse.
- Giocavano sull’erba!
- E allora?
- A piedi scalzi.- aggiunse Alfredo sporgendosi in avanti, come se questo dettaglio contenesse una tale dose d’erotismo da giustificare qualunque gesto da parte sua. Ma il maresciallo lo fissò ringhiando.
- Avanti, Carolli, avanti.
- Signor maresciallo, attraverso la siepe non vedevo bene, mi perdevo l’attimo dello stacco da terra, sa quando la caviglia si tende, il polpaccio s’ingrossa, i glutei s’assottigliano e il corpo si libra in aria. La leggerezza della pallavolo…sì, ho capito, vado avanti. Insomma, dietro la siepe vedevo poco e male, così quando notai che non c’era altra recinzione, scivolai dentro, mettendomi tranquillo in un angolo. Loro mi avevano visto, ma nessuno disse niente, forse avevano capito che non avevo cattive intenzioni.
- Ma figuriamoci! L’avrei cacciato a calci, io, ma non ero a casa mia.
- Lei stia zitto, è la terza volta che interviene. E non è nemmeno il padrone di casa.
- Ma guardava la mia donna con due occhi da maiale.
Alfredo agitò la mano ammanettata in un gesto di diniego.
- No, no, niente di scorretto, seguivo il gioco e i corpi che saltavano e poi ricadevano sull’erba come piume.
- Senta Carolli, lei deve rispondere ad accuse circostanziate, atti osceni, tentata violenza, altro che piume!
- Faceva caldo e loro giocavano sotto il sole, poverette. Volti sudati, le magliette appiccicate alla pelle come fossero nude, nell’aria una tensione febbrile…
- Tensione sua o loro?
- Loro, loro. Io già avevo l’incanto. Stavo lì, in un angolo, a bocca aperta, soprattutto quando lei si avvicinava a me per la battuta. Doveva vederla come sfruttava l’arco naturale della schiena a mo’ di fionda. Lanciava la palla in aria e saltava inarcandosi, che ogni volta temevo si spezzasse. Flann! scaricava sul polso tutta l’energia accumulata e lasciava partire un tiro teso che poi seguiva con lo sguardo.
- Ma di chi sta parlando? Si spieghi. Della sua vittima, forse?
- Vittima?- chiese Alfredo sinceramente stupito.
- Sì, la ragazza su cui è accusato di aver compiuto atti di libidine violenta.
- Mia figlia, bastardo. Dovevo strozzarti subito, altro che denuncia.
- Lurido porco.- voci maschili e femminili s’intrecciavano in un linciaggio verbale.
- Maresciallo, non ci caschi. Questo bastardo fa l’ingenuo per commuoverla, ma è un viscido fetente.
- Basta! Non siamo al mercato. Vada avanti, Carolli.
- È che non mi sono più bastati gli occhi. La pelle lucida di sudore e quelle gambe nervose da gazzella, dovevo toccare con mano, sfiorare i muscoli, la pelle...ri-conoscere.
- Insomma, non nega di aver assalito la signorina Marta Peretti, tentando con destrezza di spogliarla?
- Mah, non saprei. Per me era già nuda, volevo solo sincerarmene.

Alfredo si rese conto di essere spacciato. Non poteva negare nulla di quello che gli veniva addebitato, anche se nella sua testa gli sembrava che tutto fosse andato in altro modo. Avrebbe voluto parlare dell’innocenza della sensualità, del candore delle proprie mani e dell’omaggio che volevano rendere a quel corpo greco. Avete mai visto un’ortensia bianca?, avrebbe voluto chiedere, la forma splendida priva del richiamo troppo facile del colore, il bianco limpido che esso stesso si fa colore e non assenza? Avrebbe voluto trasfondere il suo sentire sul volto stupefatto dell’uomo in divisa e su quelli assatanati dei suoi accusatori, ma capì che era tutto inutile, nessuno avrebbe compreso il suo linguaggio. Il gruppetto ringhiava soddisfatto, cani che fiutavano l’odore del sangue. Il maresciallo faticava a mantenere l’ordine. Lui, spossato, era pronto alla resa.
Nel trambusto nessuno fece caso alla ragazza che, levatasi dal gruppo, si stava avvicinando alla scrivania. Nel breve incedere sembrava davvero una gazzella.
- Maresciallo, se ritirassi la denuncia, lo arrestate ugualmente?
- No. Non essendo coinvolti dei minori, si procede solo su querela di parte.
- Allora stracci la mia denuncia.
- Ma...perchè?- chiesero in coro le voci furibonde.
- Perchè in qualche modo io gli credo. È la pallavolo.- disse Marta sorridente, già sulla porta. 


L'occhio rapace, di Andrea Molesini



L'occhio rapace
Interventi critici
di Andrea Molesini
Libreria Editrice Cafoscarina
Saggistica letteraria
Pagg. 484
ISBN 9788875432294
Prezzo € 16,00


Fra recensioni e saggi


Andrea Molesini, scrittore, poeta, traduttore, saggista, nonché anche docente di Letterature comparate presso l’Università di Padova, noto per i suoi romanzi Non tutti i bastardi sono di Vienna, La primavera del lupo e Presagio, ha raccolto in questo corposo volume di 484 pagine numerose sue recensioni, che ne costituiscono la prima parte chiamata Letture, e alcuni dei suoi saggi, che occupano la seconda e ultima parte, denominata Interventi.  Considerata la corposità dell’opera, sarebbe arduo parlare di tutto e di conseguenza mi limiterò solo a un paio di articoli, che, a mio giudizio, appaiono particolarmente significativi.
Per quanto concerne le recensioni non poche, anzi tante, riguardano libri di poesia e la cosa appare più che giustificata essendo Molesini   anche poeta e autore di diverse raccolte pubblicate da varie case editrici. Peraltro, ma la circostanza non mi sorprende più di tanto, vi è da notare che la presenza di opere di poeti italiani è pressoché sporadica, mentre massiccia è di quelle di autori di lingua inglese.
Sono scritti abbastanza brevi, quasi dei flash che vanno a illuminare, giusto per il potenziale lettore, l’opera esaminata, in una capacità di sintesi non certo comune. Particolarmente riuscita quella di I racconti di Robert Louis Stevenson, narratore inglese che stimo in modo particolare e a cui molto deve la letteratura. Il mare, che sempre è presente nelle sue opere e che esercita un fascino dell’avventura, dell’elemento abitato da mostri orrendi e sconosciuti che altri non sono se non i timori del nostro inconscio, per quanto accennato da Molesini, è allocato  nel testo nel momento migliore, tanto che pare quasi di avvertire la presenza di Stevenson stesso. E tutto esemplarmente in poche pagine (solo quattro) per uno di quei narratori che assai raramente, e comunque pochi in un secolo, si affacciano, illuminandolo, sul palcoscenico della letteratura.
Ci sarebbe altro, ma fra gli Interventi, cioè i veri e propri saggi, ce n’è uno di cui non solo è opportuno, ma doveroso parlare. L’impersonalità del terrore, questa volta non di poche pagine, mira a una disamina attenta di quell’immane tragedia che è stata l’olocausto e viene fatta con razionalità, senza enfasi e retorica, come uno studio psicologico e sociologico  di quel che è stato – e spero non se ne debbano avere altri – il più grande terrore di tutti i tempi. Forse qualcuno potrà storcere il naso, perché tanti hanno scritto in proposito, ma il saggio di Molesini ha il pregio di un compendio approfondito e anche comprensibile di una materia difficile. Si parte dalle facile presa delle idee razziste di Adolf Hitler su un popolo, come quello tedesco, su cui invece non avrebbero dovuto avere effetto, stante i contenuti liberali, di pluralismo, di tolleranza della letteratura popolare germanica di prima e dopo la Grande Guerra, di cui si erano nutriti milioni di massaie e lavoratori. E al riguardo viene riportata un’illuminante interpretazione di G.L. Mosse “A mio avviso la risposta è che molta gente riteneva di star leggendo racconti di fate, e che per tradurre nella realtà la favola ci voleva un Hitler. In altre parole, c’è, io credo, in tutti i fascismi (e non già soltanto nel nazismo) il senso di una porta che introduce ad un’utopia di tolleranza, di felicità, di produttività e di ogni altra cosa cui la gente aspra. Per quanto ne so, nessun fascismo ( e certamente non il nazismo) menò vanto del suo carattere oppressivo; tutti sostennero invece che l’oppressione era una fase transitoria, necessaria per realizzare una sorta di utopia.”. C’è logica in questa opinione, anche se vi è da precisare che per concretizzare la fase di indottrinamento occorrevano, e occorsero, altre circostanze, fra le quali ricordo la crisi economica di cui i veri responsabili non vollero mai accollarsi la colpa e fu così più facile propinare alla folla il tradizionale capro espiatorio: l’ebreo. L’abilità di mettere in atto il terrore a piccoli passi, l’incredulità degli stessi ebrei, l’organizzazione burocratica con cui fu messa in atto la Shoah, ben diversa dagli improvvisati pogrom, concretizzarono questa immane tragedia. Le reazioni spirituali dei deportati si suddivisero in tre fasi. La prima fu lo choc dell’accettazione, comprensiva appunto della cattura, della deportazione e dell’avvicinamento al lager stipati come bestie in vagoni piombati; la seconda  è stata quella della relativa apatia verso il dolore, il proprio e quello degli altri; la terza e ultima  fu relativa alle reazioni psichiche successive alla liberazione. L’articolo poi affronta il tema della razionalità e morale, cioè la nota difesa dei persecutori una volta arrestati: “eseguivo solo degli ordini”, come se gassare migliaia di persone fosse del tutto naturale, come se quegli esseri umani fossero del bestiame portato al macello. La responsabilità però non è solo degli aguzzini, ma investe anche il disinteresse al riguardo di milioni di cittadini dei paesi conquistati dalla Germania. E i nazisti sapevano cosa stavano facendo? Se ne vergognavano? Nutrivano timori per le conseguenze dei loro atti? Forse delle tre domande, l’ultima è quella pertinente, perché altrimenti non si spiegherebbe come abbiano sempre cercato di nascondere il loro misfatto, così che se qualcuno si fosse salvato non sarebbe stato creduto. Fu un’epoca di orrore criminale, che però ha proiettato alcuni effetti anche sui nostri anni. I revisionisti, i negazionisti fanno leva sul fatto che non esista un registro del terrore, fornendo spiegazioni fantasiose sulla scomparsa di milioni di ebrei. E’ evidente che anche questa panzana fa parte dei sogni malati di questi neo-nazisti e neo-fascisti, indispensabile per poter riproporre l’originale utopia.
A questo bellissimo articolo sono di supporto opinioni e opere di due grandi pensatori, due ebrei, di cui il primo ha sperimentato sulla propria pelle l’Olocausto: Primo Levi e Zygmunt Bauman.
Questo libro è veramente bello e il saggio su L’impersonalità del terrore già da solo ne giustifica l’acquisto.
Da leggere, pertanto.



Andrea Molesini ha pubblicato con Sellerio Non tutti i bastardi sono di Vienna, che nel 2011 ha vinto, tra gli altri, il Premio Campiello e il Premio  Comisso, tradotto in inglese, francese, tedesco, spagnolo e molte altre lingue, La primavera del lupo (2013) e Presagio (2014).
Inoltre ha curato libri di poesia di Pound, Brodskij, Hughes, Walcott e Simic. Nel 2008 ha ricevuto il Premio Monselice per la traduzione letteraria. Insegna Letterature comparate all’Università di Padova.
Sito internet: www.andreamolesini.it


Recensione di Renzo Montagnoli




MondoBlog del 18 ottobre 2014

MondoBlog
Le segnalazioni odierne:


domenica 5 ottobre 2014

Solo le labbra, di Renzo Montagnoli

                                                                Foto da web


Solo le labbra
di Renzo Montagnoli


Di una spiaggia deserta serbo il ricordo,
di dune grigiastre battute dal vento,
di un mare irrequieto che strappava la sabbia.

In un giorno d’autunno, d’un cielo corrucciato,
un incontro c’è stato e il ricordo sbiadito
ogni tanto riemerge dalle onde del tempo.

Due sconosciuti, soli nel mondo,
a calpestar la rena bagnata, senza una meta
e senza uno scopo in un arenile in disarmo.

Bastò una parola, quasi dispersa dal vento,
e in un attimo il cielo s’aprì nell’azzurro,
il mare riprese il suo sonno sornione.

Fu solo un istante, un bacio improvviso,
una fuga dal niente in un sogno dorato,
una vita vissuta in un solo momento.

Mai più la rividi, mai più la cercai,
nemmeno volli sapere chi era colei
dalle umide labbra intrise di sale.


Ed ecco una voce celebre, quella di Edith Piaf, in una canzone assai famosa, L’Hymne à l’amour:



Onorina, di Enzo Maria Lombardo

                                                                    Foto da web


               Onorina
              di Enzo Maria Lombardo


Il bianco accecante della facciata della Chiesa di San Cataldo si riverberava sul sagrato e sulla scalinata facendoli tremolare come fossero immersi nell’acqua bassa di uno stagno e neppure gli alberi che cingevano lo spiazzo con un abbraccio di verde riuscivano ad attenuare l’impressione che tutto trasparisse da un mondo d’acqua.
Gli occhi, strizzati fino a diventare due fessure, portavano lo sguardo a posarsi un poco sulle foglie, a cercare riparo nelle zona d’ombra fra i muri, oltre la piazza, ma il biancore della chiesa sembrava sovrastare tutto, ed era inutile anche chiuderli, gli occhi, inutile girarsi verso le case basse dall’altro lato della piazza: quel biancore restava impresso nella retina, si sovrapponeva alle case, macchiava le persiane verdi srotolate sulle ringhiere dei balconcini stretti che oscillavano, pigre, mosse dal vento caldo.
Come ogni pomeriggio, alle due e mezza, Don Saverio, cominciò a salire la scalinata tirandosi su la veste da un lato per non farla strisciare sui gradoni troppo alti. Quel pomeriggio a metà della salita si fermò, volse il capo di qua e di là nella piazza deserta, gli occhi socchiusi, accecati dal bianco, la bocca mezza aperta in un ghigno, succhiando l’aria calda e secca che gli bruciava la gola.
E restò così un pezzo, immobile tra un gradino ed un altro, guardando torno torno quelle case con  gli intonaci scoloriti, le persiane abbassate, immerso in un silenzio quasi irreale da cui emergevano, attutiti dalla coltre di caldo, solo i cigolii lontani di qualche imposta mal chiusa, di qualche insegna oscillante, accompagnate dal fruscio dei mulinelli di foglie sul selciato.
Poi, respirando a fatica, Don Saverio riprese a salire, guardando in alto la facciata della Chiesa, quasi fosse una vetta da conquistare e, quando fu sul sagrato, si rassettò un poco la veste, la scrollò, la lisciò e fece una smorfia guardandosi le scarpe impolverate.
Indi alzò di nuovo gli occhi verso la chiesa e, guardando meglio tra le fessure delle palpebre e le ciglia, gli sembrò che qualcosa si muovesse oltre il portone massiccio, confusa tra le locandine ed i calendari delle funzioni attaccate alla paratia. Intravide macchie di colore uscire a stento dall’ombra, muoversi e mischiarsi  alle pennellate di sole che si posavano sui volti emaciati di madonne, tra i grigi ed i neri dei manifesti.
E fra quelle macchie, anche se nascosta dall’ombra, gli sembrò di intravedere la figura di una ragazza con vestiti troppo colorati ed anche se lui non avrebbe dovuto neppure conoscerne il nome, sapeva bene che quella ragazza era l’Onorina, quella della frazione di Licodia, e sapeva anche che era venuta per lui.
Con una mano sugli occhi per proteggersi dal riverbero del bianco si diresse verso il portone ed il suo passo, involontariamente, diventò sempre più lento. D’un tratto quei dieci metri in leggera salita gli sembrarono troppo pochi. Aveva bisogno di spazio, pensò, più spazio tra lui e quella porta. Più spazio per pensare. 
Ed anche se laggiù avrebbe finalmente avuto l’abbraccio della frescura, anche se quella frescura l’aveva agognata sin da quando era uscito dalla trattoria in fondo al paese, quell’ombra, quei colori, quelle macchie che si muovevano nel grigio gli sembrarono d’un tratto ostili, malvage.
Da tempo, ormai, conosceva quella trappola fatta di panni e carne, di profumi, a volte anche di suoni inarticolati, gutturali, di parole mugolate.
Anche le macchie di umido della sua camera gli rimandavano i tratti dell’Onorina. La sera emergeva pian piano il suo sorriso infantile, si disegnavano sul muro i capelli, gli occhi dallo sguardo ora mobile e curioso, ora triste ed ottuso. Sempre più spesso, mentre, riverso sul letto, osservava ad occhi sbarrati il formarsi spontaneo di quelle immagini, le macchie si allungavano creando i seni, il ventre, le due bianche colonne setose delle gambe. Poi, pian piano, quelle macchie oscene si muovevano e si sovrapponevano mostruosamente al crocifisso appeso alla parete ed ai testi sacri appoggiati sugli scaffali.
Ed allora Don Saverio gridava.
E mentre il suo grido rimbombava cupo tra le pareti, dolore e piacere si mescolavano dentro, gli stritolavano le viscere, qualcosa si apriva nel suo ventre, come una mandibola feroce pronta a chiudersi implacabile, qualcosa lo accarezzava e lo azzannava insieme, qualcos’altro lo bruciava da dentro, come un’ulcera.
Cos’era questo? Un castigo di Dio? Una prova? Una manifestazione del Demonio? O forse l’Onorina era solo una dose di quel veleno che da un po’ di tempo gli somministrava il paese.
Una dose al giorno, pensò Don Saverio mentre, fermo sul sagrato, ansimava con la bocca aperta. Sì, dosi piccole, misurate, solo quel tanto da farlo morire a poco a poco.
Forse l’Onorina era tutto questo. Ma in compenso era anche l’unico essere su cui lui poteva ancora posare gli occhi senza sentirsi una cosa morta ed anche se l’Onorina era davvero una dose di veleno,  anche se era un’emanazione di Satana o un castigo di Dio, non poteva, non voleva, farne a meno.
Quel caldo poi, quel po’ di vino buono e quel sole... sì, oggi gli sembrava di essere ancora vivo con quel sole a picco sulla testa che gli coceva i pensieri e li mischiava, già fioccosi e molli, facendoli svaporare in sbuffi di vapore inconsistente.
E quel sole aveva ancora il magico potere di scaldargli le viscere, restituirgli la vita, come un tempo. Per questo avrebbe voluto restarsene lì, sulle pietre calde del sagrato, come una lucertola.
E come una lucertola, immobile ma vivo, sarebbe stato ancora attento a quei colori, a quelle ombre cangianti nell’atrio della Chiesa, con gli occhi pronti a guizzare sull’Onorina, per succhiare anche oggi il suo veleno.

Perchè era lei, ne era sicuro, sì, era lei quella che se ne stava laggiù, rincantucciata dentro il portone, mezza nascosta nel piccolo atrio. Ancora non la poteva vedere bene, con quel riverbero negli occhi, ma Don Saverio era sicuro che se ne stava laggiù, accoccolata come una cagna in attesa del padrone, la gonna corta scivolata sul ventre, le gambe nude, stese apposta.
E lo sapeva che, appena entrato, gli si sarebbe srotolata davanti, con le sue mosse da gatta, magari urtandogli i seni sulla faccia, spremendogli addosso ilsuo odore.
Aspettava solo che lui avesse oltrepassato il portone. Come un agguato. Come una trappola di quel paese maledetto.
Sì, pensò Don Saverio, forse qualcuno la mandava apposta. Qualcuno che lo voleva male. Magari il sindaco, il sacrestano o il diavolo in persona. Mandava l’Onorina apposta, sì, per darglielo da vicino quel veleno.
Per questo lei gli appariva nelle ore più strane.
A volte di giorno quando il paese dormiva sotto la coltre di un sole rovente, come adesso. Oppure all’imbrunire, quando lui scendeva al paese sottano, lungo la scorciatoia che tagliava in più punti la provinciale.
Ed in quel viottolo deserto lui la vedeva correre. E correndo rideva. E l’urtava. L’urtava di proposito. Di proposito, certo. Non è che gli facesse un gran male; no, no, solo un piccolo urto in un piede, in una caviglia, in un ginocchio. A volte era solo uno smuoversi di sassi ed un po’ di terra sulle scarpe.
Poi l’Onorina si fermava, sgranava gli occhi nerissimi e si buttava a terra, accoccolandosi sulle pietre del selciato, una gamba stesa oltre la gonna, l’altra rannicchiata, mugolando qualcosa a modo suo, rassettandogli la tonaca con piccoli colpi che a Don Saverio risuonavano dentro amplificati, fin su, fin sul petto, fino alla gola, fino alla testa, come se quei colpetti nelle gambe gli facessero vibrare delle corde nascoste.
Oh, sì, in quei momenti, mentre le ombre degli alberi che cingevano il viottolo si allungavano e sembravano volerlo afferrare con i loro tentacoli neri, il prete che era in lui avrebbe voluto correre, mettere uno spazio infinito tra lui e quella ragazza. Scomparire fra le siepi.
E lo aveva fatto, all’inizio. Sì, che lo aveva fatto. L’aveva lasciata tante volte così, per terra, senza un saluto, senza una parola, correndo per il viottolo e facendosi sferzare le caviglie dall’erba alta. E più quelle verghe gli facevano male più lui correva, quasi trasformando il gioco perverso dell’Onorina in un castigo.
Ma da un po’ di tempo Don Saverio non scappava più dall’Onorina. Si limitava solo ad accarezzarle il capo, a guardarla negli occhi. Ed era in quell’attimo che agiva il veleno di quegli occhi. Lo bloccava a mezzo di una carezza mentre lei si rialzava con le sue movenze da gatta ed il suo mugolio inarticolato diventava sempre più languido, a bocca semi aperta, con la lingua sui denti, e, con le due mani, apriva di scatto la camicia, stirandola ai lati, quasi a volersi strappare una pelle posticcia, mostrando il collo e l’attacco dei seni. Poi gonfiava il petto e reclinava il capo in una parodia di abbandono e dalla camicia sempre più aperta spuntavano i piccoli seni, i turgidi capezzoli.
Certe volte Don Saverio aveva provato a serrare gli occhi, girando il capo all’indietro, a volte si era compresso il viso con le palme aperte, e, come un cieco, aveva disceso un poco il pendio seguendo l’erba alta dei bordi. Ma quello sguardo, lucido e nero come quello di un animale gli restava appiccicato dentro, disegnato sul nero degli occhi serrati, ed anche dopo qualche passo da cieco, quelle pupille nere gli foravano l’anima, lo richiamavano indietro rafforzati da mugolii imploranti, e lui tornava sui suoi passi, ubriaco e vinto, ancora una volta, da un demone sconosciuto e potente.

*  *  *

Ora lei era laggiù, dietro il portone. In agguato.
Strizzando gli occhi per evitare il riverbero gli sembrò che lei si fosse già sollevata da terra e che stesse per entrare in Chiesa dalla la porticina laterale.
Don Saverio si accorse di correre e sentì il suo grido rimbombare nell’atrio, poi spinse la porticina laterale ed il suo urlo fu amplificato dalla vastità dello spazio: “Dio mio, no” - gridava correndo – “non in Chiesa, Onorina, non in Chiesa!” ed ansimando e facendosi lesti segni di croce sulla fronte, girò attorno all’aspersorio, alle colonne e la vide, di spalle, tra le due file di panche.
Ed anche se gli sfondi d’oro, i marmi e le statue confondevano la sua figura fino a farla apparire irreale e cangiante; anche se l’Onorina appariva come un’immagine translucida ed irreale, Don Saverio sapeva che era lei, sì, lei, oscena nella sua bellezza acerba, altera e a testa nuda, l’ultima offesa e l’ultima dose di veleno per lui, quella mortale.
Ma una cosa poteva ancora farla. Sì, una cosa doveva farla per impedire che quel veleno diventasse anche un’offesa per quel luogo sacro. E la doveva fare subito, finché ancora lo sorreggevano le ultime forze.
E così, ansimando, frugò nelle tasche della sottana e ne trasse un grande fazzoletto a quadri e con quello in mano si avvicinò a lei sussurrando: “Tieni Onorina... sul capo... il fazzoletto. Ti prego, copriti almeno il capo, Onorina... il fazzoletto...”. E mentre sussurrava socchiuse gli occhi per spegnere la luce colorata che entrava a fiotti dalle finestre ogivali ed il lucore della pelle di Onorina che traspariva dalla camicetta.
Sempre ad occhi semichiusi Don Saverio stese il grosso fazzoletto e lo posò sul capo dell’Onorina, rassettandolo bene e stando attento che le mani non gli scivolassero in una carezza.
Ma quella stoffa era troppo liscia o forse erano troppo lisci i capelli dell’Onorina. Il fazzoletto oscillò un poco in aria come un aquilone, poi scivolò di lato e si posò lieve su una panca.
Quando Don Saverio riprese il fazzoletto si accorse che l’Onorina non s’era mossa di un centimetro.
L’Onorina aspettava immobile. Come una sposa la vestizione. Come una Santa prima della processione. Gli ultimi tocchi del sacrestano.
E Don Saverio stese di nuovo il fazzoletto sul capo dell’Onorina, lo stese ancora con cura, lo tenne persino fermo e teso con le mani tremanti ma, quando lo lasciò, il fazzoletto oscillò di nuovo in aria, quasi incerto della direzione da prendere e, dopo un breve volo, si adagiò sul pavimento.

*  *  *

Quando, dopo un poco, il sacrestano trovò Don Saverio rantolante tra le panche, tornò indietro di corsa sul sagrato e gridando e sbracciando fece accorrere qualcuno dei passanti.
A poco a poco in Chiesa si formò una piccola folla e chi stava vicino al corpo di Don Saverio,  riverso tra le panche, non riuscì a capire perché mai lui continuasse a biascicare, tra un rantolo e l’altro, il nome dell’Onorina, quella ragazza scema di Licodia, quella mezza muta, sì, quella che s’era ammazzata mesi addietro gettandosi dal ponte dopo che qualcuno l’aveva ingravidata.
Ci vorrebbero impacchi freddi”- disse qualcuno cercando di porgli un cuscino sotto il capo – “sono una mano santa per i colpi di calore”.
Qualcun’altro scorse un fazzoletto sul pavimento, un grande fazzoletto a quadri, proprio vicino a dove era steso Don Saverio, e corse a bagnarlo alla fontana.




Vivere significa ammazzare, di Ferdinando Camon

Vivere significa ammazzare
di Ferdinando Camon


"La Stampa- Tuttolibri" 12 luglio 2014



L'oscena bestemmia sta a pagina 57 e spande una luce lugubre sul resto del libro e sugli altri libri di questo grande autore. Suona così: "Vivere significa ammazzare". Se non ammazzi non vivi. La gioia dell'esistenza si ha nel corpo-a-corpo col nemico, quando lo infilzi con la baionetta o gli tagli la gola o lo sbricioli con una bomba a mano. La gioia del soldato sta nel "vedere" il nemico mentre muore, o nel contemplare il suo corpo appena morto. Non devi odiarlo per questo. L'odio è umano, ma il soldato che uccide è super-umano, è un dio. Quando il nemico esce di notte dalla sua trincea e protetto dal buio striscia fin sotto i tuoi reticolati, e con la pinza li taglia facendo quel rumore secco, clicclic, che pare un topo che rode, i tuoi soldati si stringono intorno a te e godono di sentire quegli scricchiolii come il gatto gode nel sentire i topi a portata di unghie. D'improvviso tutti sparano sul rumore, fucili mitragliatrici e bombe a mano, tu ami le bombe a mano perché sono un prolungamento del tuo pugno, e dopo la sparatoria è bello esaminare i morti sbrindellati, tu controlli i loro stivali, se qualcuno ha gli stivali eleganti e puliti quello è un ufficiale, e la tua gioia raddoppia. Fai delle scoperte. A volte un proiettile s'infila tra i sacchetti di sabbia e trapassa un cranio, dal cranio esce sangue all'infinito, come mai? Ci sono così tante vene nella testa? La guerra è l'habitat del vero uomo, e nella guerra il momento-clou è l'assalto. Se l'assalto è lungo 100 metri, in quei 100 metri succede questo: "Corriamo. I colpi si fondono l'uno con l'altro sempre più in fretta, sempre più furiosi, affondando in un ruggito crescente. Il terreno ondeggia, l'aria soffocante impregnata di gas e putrefazione ci arriva in faccia a ondate. Zolle di terra si schiantano contro gli elmi, le schegge risuonano contro le armi. Si ode forte e chiaro ogni volta che un pezzo di ferro stacca un trancio di carne umana. Ai nostri piedi, ai bordi del sentiero giacciono i morti, spettrali bambole di cera nella luce fioca, gli arti stranamente slogati. Una cassa toracica affonda, tenera come un mantice, sotto il mio stivale chiodato". Tu non uccidi perché eseguì un ordine, ma perché sei nato per uccidere. La pace camuffava il tuo istinto, la guerra lo rivela. La pace è menzogna, la guerra è verità. Dalla tua trincea, spii e ascolti la trincea nemica, è la tua ossessione, prenderla e sterminarla: "Nelle notti silenziose il vento ci portava voci, colpi di tosse, battiti, martellate e un lontano, sconnesso rumore di ruote. Al che ci coglieva un sentimento singolare, tristo e bramoso, come quello di un cacciatore che, in una radura della giungla, fa la posta a una bestia oscena ed enigmatica". Finalmente tradotto in italiano, da un piccolo meritevole editore, questo smilzo libretto di meditazioni rivela il lato profondo e oscuro di Jünger, ammirabile ma disamabile. Per lui non è importante "perché" si combatte, ma "come" si combatte. La guerra è nostra madre e nostra figlia. Ci forgia come vuole, e noi la forgiamo come vogliamo. Guardando i soldati che scavano fosse senza far rumore, sincronizzano gli orologi fosforescenti, individuano i punti cardinali dalla posizione degli astri, pensi: "È questo l'uomo nuovo, il pioniere della tempesta, il fior fiore della Mitteleuropa". Nato per vincere, anzi per trionfare. Per segnare un'epoca. Dominarla.
 A cominciare dalla Grande Vittoria in questa Grande Guerra.
Noi italiani leggiamo questo libro, grandioso e terribile, sentendoci prede. In quanto latini, come i gallici, stiamo per essere sbranati dall'autore germanico. Il libro si chiude con la preparazione di un assalto nel 1918: i tedeschi stanno per saltar fuori dalla trincea e piombarci addosso. È la fine. Non avranno pietà, sarebbe viltà. Non odiano nessuno di noi, vogliono soltanto ammazzarci tutti.
Domanda: come mai non è andata così? Come mai hanno perso? Di fronte avevano popoli che non godevano ad ammazzare, ma a non essere ammazzati. Forse conta qualcosa anche il perché si combatte?
Forse la battaglia non è soltanto un'esperienza interiore, ma ha a che fare anche col tuo paese, la tua casa, la tua famiglia, la tua libertà?
La battaglia come istinto (mangi il nemico perché hai fame) Jünger l'aveva appena raccontata in uno dei capolavori assoluti della letteratura di guerra: "Nelle tempeste d'acciaio", che ora Guanda ripropone. Noi abbiamo un nostro capolavoro da contrapporgli, "Un anno sull'Altipiano" di Emilio Lussu. In Lussu la guerra è il martirio dell'obbedienza, in Junger è la volontà di potenza. Lussu sta nelle trincee, Junger nei bunker. In Lussu ci piovono addosso ondate di assaltatori, in Jünger bordate d'artiglieria. C'è una pagina lirica-grottesca qui nell'"Esperienza interiore", racconta soldati tedeschi che irrompono in una casa francese sventrata e in quel momento scatta un carillon. Ascoltando inebetiti il dolcissimo e ridicolo suono, i soldati si domandano: ma dunque è esistito un tempo che si chiamava pace? Nelle "Tempeste d'acciaio" il protagonista cammina da solo in piena notte sul campo dove s'è combattuta una battaglia, e sente da ogni parte rumoreggiare i corpi dei morti da cui la putrefazione libera il gas. Ascolta la macabra sinfonia. Che lui perdesse, non era interesse degli altri, ma anche suo. Dell'umanità. Scrivendo l"Esperienza interiore" vien da pensare che Junger lanciasse all'umanità un avvertimento: abbiamo perso ma non ri-perderemo, preparatevi alla sottomissione. Han riperso. Grandioso, terribile e indimenticabile, ma sbagliato nella sua essenza il sistema di Jünger: vivere non significa ammazzare, perché ammazzare significa ammazzarsi.  

Ernst JüngerLa battaglia come esperienza interiore, trad. Simone Buttazzi, Piano B edizioni, 2014, pagg. 140, euro 13

Ernst JüngerNelle tempeste d'acciaio, introd. Giorgio Zampa, trad. Giorgio Zampaglione, Guanda, ristampa 2014