sabato 21 luglio 2018

La Val Rendena, di Renzo Montagnoli





La Val Rendena
di Renzo Montagnoli




C’è una valle del Trentino- Alto Adige che mi è particolarmente cara, perché lì ho trascorso molti mesi estivi da bambino e da ragazzo, insomma era il luogo della mia villeggiatura. Parlo della Val Rendena, sita in provincia di Trento e che, a differenza di altre di quella regione orientate da Est a Ovest, è orientata da Nord a Sud e poiché è delimitata dall’Adamello a Occidente e dal Gruppo Dolomitico del Brenta a oriente, montagne tutte di notevole altezza, beneficia di un numero di ore di sole più limitato, e se poi si considera che è percorsa da tre torrenti, che poi lì si riuniscono, cioè il Sarca di Val Genova, il Sarca di Nambrone e il Sarca di Campiglio, si può ben comprendere quanto possa essere ricca di vegetazione. Grosso modo la valle inizia a sud con l’abitato di Verdesina e finisce a nord con quello di Carisolo, il paese delle mie vacanze estive, da cui se si prosegue al bivio e si prende la strada a sinistra si entra nella selvaggia Val di Genova, mentre se si tira dritto ci si arrampica verso il valico di Campo Carlo Magno, incontrando il ridente villaggio di Sant’Antonio di Mavignola e successivamente la rinomata località di turismo estivo e invernale che risponde al nome di Madonna di Campiglio.
La valle, benché non certo lunga (circa 20 Km.), è suddivisa amministrativamente in 11 comuni, pressoché attaccati l’uno all’altro e poiché giustamente vige sulla strada il limite orario di 50 km. orari occorre procedere con attenzione e nel pieno rispetto di tale limite perché gli autovelox sono assai numerosi e tutti funzionanti.


Si incontrano, appunto, partendo da Verdesina gli abitati di Porte di Rendena, di Javrè, di Darè, di Vigo Rendena, di Pelugo, di Spiazzo, di Strembo, di Bocenago, di Caderzone, di Massimeno, di Giustino, di Pinzolo e infine di Carisolo, in parte frazioni e in parte sedi comunali. Rispetto all’epoca in cui frequentavo questi posti è cambiato molto: ricordo che già ad andarci era un’avventura, su vecchi autobus stracarichi di passeggeri che arrancavano sulla ripida e stretta strada delle Sarche, con strapiombi che mozzavano il fiato, senza protezioni che impedissero un eventuale volo del torpedone e con non poche vecchine che pregavano per tutto il percorso. Una volta arrivati alla meta alloggiavamo nel modesto appartamento preso in affitto in un paesino che aveva ancora le stalle attaccate alle case e con la scena, che ho sempre negli occhi, di due sorelle zitelle e molto anziane, vestite dimessamente, che portavano due mucche a bere alla fontana della piazza. Non è che ci fossero molte possibilità di muoversi, mancando di un automezzo, e allora o si stava tutto il giorno in un giardinetto in riva a uno dei Sarca, oppure si andava a piedi in Val di Genova alle Cascate Nardis, o nel bosco a funghi. Memorabile poi, nel corso di una villeggiatura, era la giornata a Madonna di Campiglio (ci si arrivava con l’autobus) e poi, meraviglia delle meraviglie, l’utilizzo di un mezzo di risalita a fune, come la seggiovia che portava al Monte Spinale o la funivia che arrivava sul Grostè, a toccare le basi dei picchi dolomitici del Gruppo del Brenta. Di occasioni di divertimento non ce n’erano, quindi mancavano sale da ballo, sale giochi per i bambini, il cinema era quello parrocchiale, ma solo a Pinzolo, che era ed è ancora il più importante paese della valle. Con il buio, che calava piuttosto presto, a parte la cena, non c’erano altre possibilità conviviali, se non una partita a carte e in prossimità poi degli inizi degli anni ‘60 il bar del paese con il televisore e il seguitissimo “Lascia o raddoppia?”. Occorrerà arrivare più o meno intorno al 1968 perché a Pinzolo venisse aperta una sala da ballo, il mitico “Ciclamino” fatto di luci soffuse e con un disc jokey che cercava di animare le serate. In pratica la vera vita si svolgeva di giorno, con le escursioni o a media quota, alla piana del Bedole, ai piedi dell’Adamello, o ad alta quota, ai 5 laghi o meglio ancora alle Dolomiti di Brenta con i non facili sentieri Orsi e delle Bocchette, camminate che affaticavano non poco e che alla sera invogliavano a coricarsi presto e non certo a cercare altri svaghi, peraltro, come detto, piuttosto limitati. Lì si facevano amicizie, lì mi sono innamorato la prima volta di una ragazzina del paese, rimediando un occhio nero per un pugno che mi diede uno spasimante locale, insomma posso dire che la Val Rendena è entrata come una valanga nella mia vita. Dopo questa occasione di memorie ritengo opportuno evidenziare i motivi per cui vale la pena di andarci a fare almeno una visita. E’ sempre stata una valle agricola fino agli anni del boom economico, fatta di una agricoltura povera, di sussistenza e quindi se si spera di trovare monumenti, opere architettoniche e anche opere d’arte di pregio non si potrà che restare delusi. 





In verità, per chi è appassionato di pittura, c’è qualche cosa di interessante da vedere: Simone il Baschenis ( circa 1495 – 1555) era un pittore bergamasco itinerante e nel suo percorso risalì la Val Rendena, fermandosi a Javrè, a Pinzolo e a Carisolo; infatti nel primo paese dipinse una Crocifissione nella parrocchiale di Santa Maria Assunta, ma le opere più pregevoli furono realizzate nelle altre due località; in particolare stupenda è la Danza Macabra, soggetto ricorrente dell’artista, dipinta sulla facciata della Chiesa di San Vigilio a Pinzolo, nonché quella che ha impreziosito la Chiesa di Santo Stefano a Carisolo, edificio religioso che vanta all’interno un altro affresco dello stesso autore, la Leggenda di Carlo Magno (fra l’altro questa chiesetta e l’annesso piccolo cimitero, posti a strapiombo su una roccia, sono stupendi). Gli altri paesi della valle, a parte chiese piuttosto antiche, non presentano bellezze artistiche di notevole interesse, fatta eccezione per i centri storici che in alcuni casi risalgono al XIV secolo. Pertanto l’attrazione o meglio le attrazioni sono paesaggistiche e, occorre dirlo, queste sì di notevole importanza, capaci di affascinare sia il villeggiante sedentario sia quello che ama camminare. Dalle comode passeggiate agli itinerari impegnativi, o addirittura alle arrampicate, c’è di che soddisfare tutti i gusti e le aspettative. 



Al riguardo, il solo fatto che siano vicine delle montagne come l’Adamello, con i suoi ghiacciai, o le Dolomiti di Brenta, con le loro vette aguzze, danno un’idea delle possibilità offerte al turista. Non c’è bisogno di essere dei Messner per andare per esempio in Val di Genova alla piana del Bedole, a cui si può arrivare anche in auto, su una strada asfaltata fino alle cascate del Nardis e poi solo su carrozzabile e a traffico limitato; dal Bedole partono i sentieri che salgono all’Adamello, ma lungo il percorso non si può restare indifferenti al corso tumultuoso del Sarca e, soprattutto, è consigliato fare una deviazione per ammirare, nel bosco, la magica cascate del Lares. 



Sempre abbastanza vicine sono le cascate di Vallesinella, nei pressi di Madonna di Campiglio, ma anche restando nella valle itinerari soddisfacenti non mancano, come la salita al Doss del Sabion, la montagna che sovrasta Pinzolo, o a piedi o con una telecabina, per arrivare poi al mitico Rifugio Xii Apostoli, da cui si gode una splendida vista sul ghiacciaio della Presanella ed è il punto di partenza di itinerari ben più impegnativi.




A piedi, e solo a piedi invece, si può salire da Carisolo sulla Cima Lancia, da dove la visuale spazia dall’Adamello al Gruppo del Brenta, oppure, sempre con i propri piedi, si può raggiungere l’eremo di San Martino, con magnifica vista sulla valle. Riguardo a quest’ultimo percorso pongo l’accento sul fatto che sembra facile, ma non lo è e in particolare non è indicato per chi soffre di vertigini e per che chi è convinto che si tratti di una scampagnata. In particolare, l’ultimo tratto, molto accidentato e a strapiombo, richiede nervi e piedi saldi, come anche testimoniato da alcune disgrazie che lì sono accadute (a ogni buon conto c’è una fune metallica a cui assicurarsi).



Altri itinerari di sicuro gradimento e senza particolari difficoltà sono i percorsi della Val Ceresina da Vigo Rendena e della Val di San Valentino da Javrè, ai masi Valastun da Pinzolo, alla cava di quarzo da Giustino, alla cascata di Masanèl da Bocenago, alla Ruina Plan da li funtani da Caderzone, ai masi del Vastùn da Strembo, alla Val di Borzago da Spiazzo e al monte Campolo ancora da Carisolo. Non mancano, ovviamente, le piste ciclabili e anche i percorsi per mountain bike. Altro motivo di attrazione è costituito dalle terme: a Caderzone c’è un impianto termale in cui si curano affezioni cardio-vascolari, dermatologiche, patologie dell’apparato respiratorio e osteoarticolari, inoltre c’è un nuovissimo centro wellness dotato di sauna, bagno turco, docce aromatiche, piscina con idromassaggio, grotta del sale e percorso Kneipp.



Per gli amanti degli sport invernali, a parte il comprensorio sciistico di Madonna di Campiglio e Marilleva, assai famoso, c’è il Doss del Sabion a Pinzolo con piste di diversa difficoltà e per gli amanti degli sci stretti c’è un anello per il fondo di 5 Km. a Carisolo, di cui 1,5 Km con illuminazione notturna e fra l’altro con neve programmata.


Insomma, sarà perché la val Rendena mi ha ospitato in gioventù, per cui il ricordo è assai vivo, ma sta di fatto che è un posto che merita ampiamente di essere visitato. Certo, con il progresso soprattutto economico qualcosa è cambiato e la gente, comunque sempre ospitale, è meno spontanea, il cemento ha eroso parte della natura, le strade corrono ovunque, ma consola che al tramonto, con i suoi riflessi rossastri, la Cima Tosa, che con i suoi 3.173 metri è il picco più alto del Gruppo del Brenta, è sempre lì e sembra vegliare sulla valle e i valligiani, muta testimone di un tempo che passa per tutti, ma non per lei.


Come arrivare
Le vie di accesso sono tre:
1) dalla Val di Sole, passato il passo di Campo Carlo Magno e transitando per Madonna di Campiglio;
2) dal lago d’Idro, strada tortuosa e molto trafficata, passando per Tione;
3) da Trento o da Riva del Garda fino a Ponte Arche, poi per quella che un tempo era la strada delle Sarche, l’orrido di cui ho parlato, sostituito per fortuna da lunghe e comode gallerie.


Dove soggiornare
Le offerte sono tante e preferisco rimandarvi al sito in cui è presente l’elenco:


NOTA: tutte le fotografie sono state reperite sul web




MondoBlog del 21 luglio 2018





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lunedì 18 giugno 2018

Virgilio e le Georgiche, di Renzo Montagnoli







Virgilio e le Georgiche
di Renzo Montagnoli


 
E’ il 39 a.C. quando Virgilio termina le Bucoliche, la sua opera prima, frutto unicamente di un desiderio spontaneo di parlare di un mondo legato a quella natura delle sue terre di cui conserva sempre in cuore la memoria. Questo lavoro ha un immediato successo, probabilmente anche assai superiore alle più rosee attese del suo autore. La perfezione stilistica, quasi maniacale, il tema trattato sono elementi di tale rilevanza che ben presto le Bucoliche saranno adottate come libro di testo.
Il periodo non è quieto e dopo la morte di Cesare le lotte intestine per il potere sono fratricide e sanguinose, benché il trattato di Brindisi, del 40 a.C, fra Ottaviano e Antonio facesse sperare in un periodo di pace. Dal 39 al 36 Sesto Pompeo combatte una guerriglia, con incursioni piratesche, contro il regime dei triumviri, in una situazione d’incertezza acuita dalle continue pressioni dei Germani sul Reno.
E’ quindi un’epoca ancora infelice, dominata dall’incertezza, dal progressivo depauperamento delle attività economiche, che, notoriamente, per prosperare hanno bisogno di un periodo di stabilità. I primi segni di un’inversione di tendenza si hanno nel 35 a. C. ,quando Lepido, deposto il titolo di triumviro, lascia di fatto a Ottaviano l’influenza su tutto l’occidente, mentre Antonio, dopo l’infausta spedizione contro i parti, si ritira in Egitto. Occorreranno però altri 4 anni di guerre per arrivare nel 31 a.C. alla famosa battaglia di Azio, che vede la definitiva affermazione di Ottaviano, ormai solo al potere.
E il nostro Virgilio che fa in questi anni?
Proprio nel 39 a. C. entra in rapporto a Roma con il circolo culturale che fa capo a Mecenate e poiché questi è un sostenitore di Ottaviano Virgilio ha la possibilità di conoscere il futuro imperatore.
Quell’anno presenta un’altra particolarità, addirittura rivoluzionaria per l’epoca, poiché Asinio Pollione, amico del nostro poeta, a cui aveva dedicato ben tre Egloghe, apre nell’atrio del tempio della Libertà la prima biblioteca pubblica romana. E’ un segno importante, il desiderio che la cultura non sia esclusivamente classista e solo un personaggio autorevole e indipendente come Pollione poteva darlo, politico tanto influente che, benché sostenitore di Antonio, dopo la sconfitta di questi non ebbe a temere conseguenze.
L’entrare nelle grazie di Mecenate, consigliere di Augusto, ricco di famiglia e liberale, aperto alle arti e alle idee, è indubbiamente un colpo di fortuna per Virgilio, anche se vi è da dire che l’incontro non è senz’altro fortuito, ma stimolato, quasi imposto dall’anfitrione che ama circondarsi dei migliori artisti del momento, tanto che alla sua tavola siedono anche Orazio e Properzio. Diciamo pure che in casa di questo nobile di origine etrusca si coltiva la cultura ai massimi livelli e quindi l’autore delle Bucoliche non poteva, né doveva essere assente, anzi su di lui Mecenate ha dei disegni precisi. Consapevole delle elevate qualità del poeta mantovano ha deciso di sfruttarle a beneficio di quel concetto di stato, possente ed eterno, per il quale lui e Ottaviano si stanno da tempo  attivando.
Le guerre civili, l’incertezza dei tempi hanno provocato contraccolpi seri sull’economia e in particolar modo una disaffezione per l’agricoltura, determinante, allora come ora, per il benessere e l’equilibrio dello stato. I campi spesso sono abbandonati o mal coltivati, frequentemente le terre date ai veterani in compenso del loro servizio risultano poco sfruttate, proprio per l’inattitudine dei loro nuovi proprietari. Occorre quindi porre rimedio, richiamare i Romani alla dedizione alla terra, insegnare loro a trarne il massimo profitto, ma le parole espresse a voce hanno poco effetto, e allora occorre qualche cosa di scritto, ma grandioso, che sappia unire la parte didattica a quella letteraria in una fusione perfetta. Chi, meglio di Virgilio, figlio di un agiato proprietario terriero, così legato al suo ambiente agricolo da cantarlo nelle Bucoliche, può quindi riuscire nell’impresa?
Mecenate gliene parla, probabilmente lo stimola anche sotto il profilo delle sue memorie, gli promette gloria, onori e denari.
Virgilio accetta alla condizione di non porre limiti di tempo e di lasciargli una certa indipendenza nella stesura, in modo che l’opera non sia solo didascalica, ma anche letteraria.
Mecenate non ha obiezioni, perché è esattamente quello che spera.
E’ l’anno 37 a. C. e il nuovo lavoro terrà impegnato Virgilio per ben sette anni, trascorsi per lo più a Napoli, città che adora.
E’ un periodo di lavoro diviso sostanzialmente in due fasi, la prima potremmo definire di ricerca delle conoscenze indispensabili per l’attività didattica (come si coltiva, quando si semina, come combattere i parassiti, ecc. ) e la seconda di stesura vera e propria, dove deve emergere, ed emergerà, il genio dell’autore.
Nel 29 a. C. la nuova opera che ha come titolo Georgiche (dal greco georgéin, cioè lavorare la campagna), è finalmente terminata e Virgilio le legge ad Ottaviano, che di ritorno dall’Oriente, ha fatto sosta ad Atella, in Campania. E’ possibile solo immaginare lo stato emotivo dell’autore, in piedi o seduto davanti al vincitore assoluto (Ottaviano, tornato a Roma, celebrerà uno splendido trionfo), mentre legge ad uno ad uno i 2.183 esametri che compongono i 4 libri del nuovo poema. Virgilio è sempre stato, per natura, abbastanza taciturno, uno di quelli che sembra far fatica a parlare, ma qui forse la cosa è diversa, qui si tratta infine di declamare il risultato del suo lungo lavoro.
E’ più che logico supporre che Ottaviano abbia gradito molto l’opera, tanto che lo stesso anno Virgilio inizia a comporre l’Eneide, il poema che lo impegnerà fino alla morte, ma questa è altra storia e senza disconoscere nulla a quel testo fondamentale per la cultura romana e mondiale, al punto che ancor oggi lo si studia, ritorniamo alle Georgiche.
Ho scritto prima che si tratta di 4 libri per complessivi 2.183 esametri, forma metrica che ben si adatta a un poema epico-didascalicoquale è appunto quello di cui si sta dissertando.
Ognuno dei quattro volumi tratta un’attività specifica del contadino; i quattro libri sono divisi in due coppie, dedicate, rispettivamente, alla coltivazione e all’allevamento. Nell’ambito della prima coppia, il primo volume tratta del lavoro dei campi, mentre il secondo della coltivazione delle piante, con particolare attenzione per quelle tipiche della zona mediterranea, come la vite e l’ulivo; nella seconda coppia l’allevamento del bestiame più grosso, o nobile, cioè dei bovini e degli equini è distinto da quello del bestiame “minuto”, quali le api, alle quali è dedicato interamente il quarto volume. Strutturalmente, come impostazione, ogni libro inizia con un prologo  e termina con una favola mitologica o con l’esposizione di un fatto storico.
Benché la finalità dell’opera sia didascalica, Virgilio riesce a creare un capolavoro di pura poesia e di rara bellezza.
Inoltre, è doveroso riconoscere che un lavoro puramente didattico, se pur valido, non avrebbe potuto conferire al poema il senso ideologico che gli è proprio. Ecco quindi l’importanza dei proemi e dei brani finali di ciascun libro, nonché delle digressioni talmente ben armonizzate nella struttura da apparire quasi naturali, insomma tutt’altro che digressioni. 
Le Georgiche sono dedicate a Mecenate, e non avrebbe potuto essere altrimenti, visto che il protettore ne era l’ispiratore e che aveva caldeggiato, probabilmente ricorrendo anche a lusinghe, l’intero lavoro; del resto, lo stesso Virgilio non nasconde la circostanza tanto che terzo libro fa un cenno agli  haud mollia iussa, vale a dire le ripetute insistenze del nobile di origine etrusca, peraltro assai prodigo con i letterati che stimava, ma che portavano anche acqua al suo mulino di consigliere prima di Ottaviano, e poi di ministro dello stesso.
E’ curioso notare che vi furono due edizioni dell’opera, la prima appunto nel 29 a.C e l’altra dopo il 26 a.C, in cui Virgilio sostituì con la favola di Orfeo e Euridice l’elogio per il poeta Gallo, che si era tolto la vita in Egitto dopo aver perso i favori di Ottaviano. Quella giunta fino a noi è appunto la seconda ed è di questa pertanto che di seguito parleremo.
Come si è detto l’opera consta di quattro libri; di seguito ne parlo.
 
Libro I
 
 
In premessa troviamo una dedica all’ispiratore, a Mecenate, ma poi si parla subito del lavoro dei campi, riguardo al quale c’è già una doverosa precisazione, una digressione è possibile anche chiamarla, che entra di diritto a far parte del senso ideologico ed è quando scrive che al lavoro gli uomini sono obbligati da una dura legge imposta da Giove e che prima di lui invece regnava l’età dell’oro.
 
Prima di Giove non v’erano agricoltori a lavorare la terra,
e neanche si poteva segnare i confini dei campi e spartirli;
tutti gli acquisti erano in comune, la terra da sé donava,
senza richiesta, con grande liberalità, tutti i prodotti.
Egli aggiunse il pericoloso veleno ai tetri serpenti,
e volle che i lupi predassero, che il mare si agitasse,
e scosse il miele dalle foglie e nascose il fuoco
e fermò il vino che fluiva sparso in ruscelli,
affinché il bisogno sperimentando a poco a poco esprimesse
le varie arti e cercasse la pianta del frumento nei solchi
e facesse scoccare il fuoco nascosto nelle vene della selce.
.
E’ certamente una dura realtà il lavoro, ma non è imposto da un uomo agli altri uomini, bensì da Giove, cioè da un Dio, affinché gli uomini acquisiscano il talento per ottenere ciò che prima avevano senza fatica. In poche righe si fonde la necessitò del lavoro con la nobiltà dello stesso, perché imposto da una divinità e perché gratificante per chi lo compie in quanto frutto delle sue capacita, insomma un segno distintivo che nobilita lo sforzo quotidiano. Vi è da rilevare che l’opera è destinata soprattutto ai proprietari terrieri per tradizione e che quindi la loro fatica è da intendersi più come organizzazione dell’impresa che come materialità del lavoro, in tali casi destinato agli schiavi. Ciò non toglie tuttavia che benefici di questo spirito ideologico anche il militare reduce da tante guerre e che si è visto assegnare, come buonuscita, un po’ di terra, che non di rado dissoda e coltiva insieme ai servi. Da questi esametri discende quindi il famoso detto che il lavoro nobilita l’uomo.
 
Nel parlare poi dei pronostici del tempo, indispensabili per le colture, approfitta Virgilio per una digressione relativa ai prodigi accaduti dopo l’assassinio di Cesare.
 
La Germania udì uno strepito d’armi in tutto il cielo,
e le vette delle Alpi tremarono di moti inattesi.
Anche un immenso grido fu udito spesso
Nei boschi silenti, e nell’oscurità della notte
Apparvero fantasmi paurosamente pallidi, e le bestie
                                                                                          (parlarono
- prodigio! – si arrestano i fiumi, la terra si apre,
e lagrima nei templi il mesto avorio e sudano i bronzi.
Sono versi di grande efficacia, di immediata presa sul lettore, perché, oltre a riuscire a ingenerargli immagini, ricreano un’atmosfera densa di esecrazione per il brutale omicidio di Cesare, quasi asceso con la sua morte alla figura divina.
A voler esser maligni, in tal modo si giustifica chi eliminò i congiurati e si gettano i prodromi per dimostrare che i vendicatori, o meglio il vendicatore, visto che era rimasto solo Ottaviano, era il degno successore del conquistatore delle Gallie, per diritto terreno e anche per scelta divina.
 
 
Libro II
 
Si tratta esclusivamente della coltura delle piante, delle loro varietà, dei lavori necessari, dei climi, dei terreni, con particolare riguardo a quelle tipicamente mediterranee come la vite e l’ulivo. All’inizio, può sembrare scontato, c’è un’invocazione a Bacco.
 
Fin qui la coltivazione dei campi e le stelle del cielo;
ora canterò te, o Bacco, e con te i virgulti
silvestri e i rampolli dell’ulivo che cresce lentamente.
 
Sono toni e versi decisamente poetici che ben introducono e predispongono alla vera e propria parte didascalica, assai ben realizzata, mai greve, anzi assai snella al punto che lettura e apprendimento diventano egualmente gradevoli. Non manca anche un accenno alla terra natia e alla perdita dei campi a vantaggio dei veterani di Filippi, più ampiamente trattata e lamentata nelle Bucoliche.
 
Se ti sta più a cuore curare armenti e vitelli
o agnelli e capretti che devastano i seminati,
cercherai le balze e i lontani luoghi della feconda Taranto,
o una campagna quale perse la sventurata Mantova,
e pasceva in erbosi corsi d’acqua candidi cigni;
.
 
In questo libro tuttavia rivestono una particolare importanza ben tre digressioni, quella nel corpo della coltivazione delle piante e che è una lode dell’Italia
 
.
Ma la terra dei Medi ricchissima di vegetazione boschiva,
e il maestoso Gange e l’Ermo opaco d’oro
non gareggiano con le glorie dell’Italia,…
 
Con l’inclusione da parte di Augusto nel territorio Italico delle Gallie si ha una situazione dello stivale assai analoga all’attuale, mentre prima notoriamente a nord si arrivava al massimo alla linea Magra-Rubicone. Si può dire quindi che l’Italia è tale  da oltre duemila anni e che già allora costituiva una meraviglia tale da incantare un poeta come Virgilio, il primo di tanti, anche esteri, che vedranno nel nostro paese quasi un paradiso terrestre.
 
La seconda digressione si ha dove si parla della coltivazione della vite e sono lodi della primavera.
 
.
La primavera è propizia alle fronde, propizia alle foreste,
a primavera le terre si gonfiano e chiedono semi produttivi.
Allora l’onnipotente padre Etere  discende con fertili
piogge nel grembo della lieta sposa, e grande,
commisto al grande corpo, genera tutti i frutti.
.
 
E’ appena il caso di rilevare la metafora per la rigenerazione della terra, con il concepimento a cui interviene una divinità di origine greca, quell’Etere che altri non era se non  una divinizzazione dell’atmosfera nella sua parte più alta, in pratica dell’aria purissima che solo gli dei potevano respirare.
Particolare poi è la dinamicità della scena descritta, tale da assorbire completamente l’attenzione del lettore a cui pare di assistere a una copula fra il cielo e la terra.
 
La terza digressione è nell’ambito della parte che tratta della coltivazione delle piante di particolare interesse, quali l’ulivo e il melo, ed è costituita dalle lodi della vita agreste.
 
O troppo fortunati, se comprendono i loro beni,
gli agricoltori! ai quali lontano dalle armi discordi
la terra giustissima produce agevole vitto dal suolo.
Hanno una sicura pace, una vita ignara d’inganni,
ricca di vari beni, un riposo in ampi terreni,
grotte e vivi laghi, fresche vallate
e muggiti di buoi e dolci sonni sotto gli alberi,
 
E’ certamente una visione bucolica, di una vita semplice, ma anche quieta, regolata dall’alternarsi del giorno e della notte, nonché delle stagioni, un chiaro invito a ritornare alle terre a chi le aveva lasciate per trovare rifugio nelle opulente, ma nevrotiche città. 
 
 
Libro III
 
Vi si parla dell’allevamento del bestiame grosso, cioè dei tori, delle vacche e degli equini, nonché di quello piccolo, ma non meno importante, quali gli ovini, gli animali da cortile, ecc.
Inizia con l’invocazione alle divinità pastorali, anche perché il tema trattato è un po’ diverso da quello delle colture ed è pertanto necessario trovare un nuovo percorso per arrivare alla gloria, così che Virgilio ritornerà alla natia Mantova e al suo fiume Mincio, sulle cui rive innalzerà un tempio in onore di Ottaviano.
 
Per primo, tornando in patria, se vita mi basti,
condurrò con me le Muse, trattele dal vertice aonio;
per primo, o Mantova, ti riporterò le palme idumee
e in un verde campo edificherò un tempio di marmo
vicino alle acque, dove il grande Mincio scorre
in lente anse, orlato sulle rive da tenere canne.
Al centro sarà Cesare, signore del tempio. Ed io
vincitore per lui e insignito della porpora tiria,
sfrenerò cento quadrighe lungo il fiume.
 
Da notare il passaggio da una visione elegiaca del luogo natio, dove la semplice perfezione della natura risalta in poche misurate parole, all’impeto trionfale in onore di un Ottaviano già di fatto divinizzato. Un incontro fra sacro e profano dove la sacralità è della natura e la caducità dell’uomo in quest’atmosfera si trasforma, si sublima nella figura del futuro imperatore. 
 
Anche in questo libro esistono delle digressioni, quella sull’amore
 
.
Ma certo si distingue tra tutti il furore delle cavalle:
Venere stessa ne istigò l’animo, il giorno che le quadrighe
potniadi divorarono a morsi le membra di Glauco.
Amore le guida oltre il Gargano, oltre il risonante
Ascanio, superano monti, attraversano fiumi.
 
Sono versi di notevole forza tesi a dimostrare che nulla può fermare l’amore, soprattutto in queste cavalle che fecero a pezzi un Glauco che impediva loro l’accoppiamento nel timore che potessero perdere velocità e agilità. Quindi, l’aspetto sessuale è proprio della natura e non può essere negato è quel che sembra dirci Virgilio.  
 
 
E quella sulla peste degli animali nel Norico
 
Il turbine che s’avventa sul mare portando tempesta non
                                                                                  (è fitto
come le numerose malattie degli animali. I morbi
non assalgono i corpi singolarmente, ma gli interi pascoli
                                                                                                 (estivi
ad un tratto, e il gregge, la sua speranza, e tutta la razza
                                                                                           (dal ceppo.
Bene lo sa chi vede le aeree Alpi e i castelli
sulle alture del Norico e i campi della iapide Timavo,
anche oggi dopo tanto tempo regni deserti
di pastori, e balze vuote in lungo e in largo.
 
Ci si riferisce grosso modo al territorio dell’odierna Austria e dell’Istria, funestato nei tempi remoti da un’epidemia di peste animale, talmente violenta da far sì che anche anni dopo greggi di pecore e bovini fossero in pratica inesistenti.
 
Libro IV
 
Dei quattro questo secondo me è il più bello, oltre a essere il più complesso per il significato metaforico che dà voce al messaggio politico e ideologico dell’opera.
Inizia con l’apostrofe a Mecenate
 
Proseguendo, dirò del dono celeste dell’aereo miele.
Volgi lo sguardo, Mecenate, anche su questa parte.
Ti canterò mirabili spettacoli di modeste cose,
e i magnanimi capi, e, per ordine, l’indole
e le attitudini di tutta una gente, e i popoli e le battaglie.
 
A prima vista sembrerebbe trattarsi di un poema evocativo di gesta gloriose dei romani e invece in questo libro si parla solo dell’allevamento delle api.
Ma se per completezza e attenzione è un trattato di altissimo valore, non è difficile, esametro dopo esametro, rendersi conto che anche in questo caso siamo in presenza di una metafora, se pur grandiosa.
Questi piccoli insetti, assai laboriosi, hanno infatti una struttura societaria, caratterizzata dall’assoluta fedeltà alla propria casa e alle norme che regolano questa convivenza, ognuna di loro fa scrupolosamente il lavoro che le è stato assegnato, partecipando ali beni e alle risorse comuni, disposta anche a morire nell’interesse di tutti, manifestando sempre un’assoluta dedizione alla propria regina.
E’ certamente una visione stoica, ma tutte le caratteristiche di cui sopra si rispecchiano, in modo assolutamente fedele, nel più puro idealismo di Ottaviano.
E così il libro non è solo un tributo al prossimo imperatore, ma è anche lo stimolo affinché chi legge segua sempre l’esempio delle api.
Non a caso Virgilio ricorre a questi insetti, che sono così positivi per natura. L’uomo, essere superiore, perché allora non dovrebbe essere come loro? E’ un chiaro messaggio politico volto a ricostituire, dopo anni di guerre fratricide, una concordia nazionale intorno alla figura del nuovo soggetto, pacificatore e garante dell’unità e della prosperità di Roma.
Il fatto che questo concetto venga espresso in un poema, non direttamente, ma per via metaforica costituisce un’assoluta novità, perché inaugura il condizionamento attraverso la parola scritta, un antesignano del potere dei media che, purtroppo, possiamo verificare continuamente ai giorni nostri.
E’ indubitabile tuttavia la buona fede dell’autore che, più che imporre, desidera rendere partecipi i lettori dell’avvento di una nuova era, quella augustea, che lui ritiene la migliore in assoluto, quella più legata al concetto di stato romano derivante dall’epoca repubblicana, una comunità di cittadini intenti allo sforzo comune per il benessere reciproco.
Ma c’è anche un’altra chiave di lettura, ancora politica e un po’ filosofica, pure se gli effetti si eguagliano.
Poiché l’età dell’oro è solo un ricordo, quando addirittura non è una fantasia, il lavoro necessario per vivere e che nobilita l’uomo non può prescindere da una sua razionale organizzazione per uno scopo comune, demandata a uno solo, affinché le sue decisioni siano univoche e uguali per tutti. Costui rappresenta i cittadini e come tale è il pilastro dello stato, senza il quale ben presto tutto crollerebbe. Non è più tempo per triumviri, per decisioni frutto di mediazioni, che portano a dissidi, e quindi l’unico capo è la migliore soluzione possibile, tanto più se questi è una persona di grandi capacità e personalità come Ottaviano.
E’ indubbio che una simile finalità abbia incontrato gli entusiastici favori di Mecenate, consigliere e poi ministro del futuro imperatore; Virgilio, infatti, nella stesura dell’opera era andato addirittura oltre gli scopi per i quali essa era stata ideata, un risultato di grande rilievo, soprattutto in un momento in cui era indispensabile che i Romani ritrovassero quell’unità da tempo smarrita.
Era terminato un periodo e ora se ne doveva iniziare uno nuovo, ma era necessaria la partecipazione di tutti, sotto un’unica illuminata guida.  E questa idea era stata portata avanti nel poema con grande efficacia, non esponendola direttamente, ma attraverso una metafora di grande bellezza che non poteva non conquistare il lettore.
 
Anche qui ci sono delle digressioni, due per l’esattezza.
Virgilio vorrebbe infatti anche cantare dell’arte del giardiniere e dell’orticultore, ma è materia troppo specialistica per lui, che preferisce rinunciare, sperando che chi verrà dopo di lui possa occuparsene. Ciò nonostante, non può fare a meno di parlare, come emblema della bellezza di quest’arte, del sereno episodio del  vecchio di Còrico.
 
E davvero se già sul finire della mia fatica non dovessi
                                                                                (raccogliere
le vele e affrettarmi a dirigere la prua a terra,
forse canterei anche la cura del coltivare i floridi orti,
i rosai di Pesto che fioriscono due volte l’anno,
come l’indivia si compiaccia di abbeverarsi ai ruscelli,
e le verdi rive godano dell’apio, e attorto fra l’erba
cresca sul ventre il cocomero;…
Infatti ricordo sotto le torri della rocca ebalia,
per dove il bruno Galeso bagna bione coltivazioni,
di aver veduto un vecchio di Corico, che possedeva
pochi iugeri di terra abbandonata, infeconda ai giovenchi,
inadatta alla pastura di armenti, inopportuna a Bacco.
Questi, tuttavia, piantando radi erbaggi fra gli sterpi,
e intorno bianchi gigli e verbene e il fragile papavero,
uguagliava nell’animo le ricchezze dei re, e tornando a casa
a tarda sera colmava la mensa di cibi non comprati.
 
Un uomo può essere felice anche con poco, quando da quel poco sappia trarre tutto quello che può dare; in buona sostanza è questo l’insegnamento che si ritrae da questa digressione, ma a voler cercare la malizia potrebbe anche significare che ognuno deve essere contento di ciò che è e di quel che ha, insomma un pensiero teso a pietrificare, rendendole immutabili, le classi sociali. 
 
La seconda digressione è la lunga favola dell’invenzione di Aristeo, che fa da cornice alla vicenda di Orfeo che discende negli Inferi al fine di richiamare in vita l’adorata sposa Euridice.
Per l’artifizio di Aristeo, vale a dire il metodo per riprodurre gli sciami delle api dai cadaveri delle bestie in putrefazione il collegamento a quanto prima scritto in ordine all’allevamento di questi insetti è puntuale e raccordato in modo del tutto preciso.
 
Ciò quando gli Zefiri cominciano a sospingere le onde,
prima che i prati risplendano di nuovi colori,
e la garrula rondine sospenda il nido alle travi.
Intanto nelle ossa disfatte ribolle l’umore intiepidito,
e animali, tutti da vedere, di straordinaria foggia,
prima privi delle zampe, poi stridenti di penne,
brulicano, e sempre più invadono la tenue aria,
finché erompono come pioggia effusa da nuvole
estive o come frecce scagliate da un arco
quando i veloci Parti si gettano nei primi scontri.
Chi, o Muse, qual dio ci forgiò una simile arte?
Di dove cominciò questa nuova esperienza degli uomini?
Il pastore Aristeo, fuggendo dalla penea Tempe,
perdute, come raccontano, le api per freddo e per fame,
si fermò afflitto alla sacra sorgente del fiume,…
 
Da rilevare, la straordinaria grazia con cui è descritta la primavera, in aperto e voluto contrasto con l’orrida scena delle carcasse d’animali, ancora una metafora della vita che segue alla morte, un lungo infinito cerchio che nei disegni del divino porta una naturale rigenerazione, un concetto diffuso all’epoca e che trova in Virgilio la sua puntuale applicazione nella memoria  delle sue origini celtiche.
Nell’ambito del lungo racconto dell’invenzione di Aristeo si innesta il mito di Orfeo ed Euridice, tanto caro agli antichi, e qui riportato per rafforzare il concetto di Anassagora, secondo il quale “Nulla si crea, tutto si trasforma, nulla si distrugge”. La morte non è che un passaggio e dai corpi inanimati nasce nuova vita.
Il tono usato nel raccontare il dolore di Orfeo per la perdita della sua Euridice raggiunge vette di sublime bellezza.
 
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Ella certo navigava ormai fredda sulla barca stigia.
Raccontano che per sette mesi continui egli pianse,
solo con se stesso, sotto un’aerea rupe presso l’onda
dello Strimone deserto, e narrava la sua storia nei gelidi
                                                                                               antri,
addolcendo le tigri e facendo muovere le querce con il
                                                                                ( canto:
come all’ombra di un pioppo un afflitto usignolo
lamenta i piccoli perduti, che un crudele aratore
spiandoli sottrasse implumi dal nido: piange
nella notte e immobile su un ramo rinnova il canto,
e per ampio spazio riempie i luoghi di mesti lamenti.
Nessun amore o nessun connubio piegò l’animo di Orfeo.
 
Sono versi che riflettono un acuto lirismo, frutto della metabolizzazione di una vicenda mitologica che l’animo sensibile di Virgilio aveva recepito nella consapevolezza che l’amore può diventare un sentimento di intenso dolore, che  quella che è la felicità dell’oggi può tramutarsi nella pena di domani. I sentimenti forti hanno sempre come contrapposizione patimenti altrettanto grandi.
 
L’opera termina in modo inusuale per Virgilio
 
Quando cantavo sulla cura dei campi e del bestiame,
e sugli alberi, mentre il grande Cesare presso il profondo
Eufrate fulmina in guerra e vittorioso dà leggi
Ai popoli consenzienti e si apre la via dell’Olimpo.
In quel tempo me Virgilio nutriva la dolce
Partenope, sereno fra opere di un’oscura quiete:
io che rappresentavo la poesia dei pastori, e, audace di
                                                                        (giovinezza,
io cantai, o Titiro, all’ombra di un ampio faggio.
 
Viene naturale chiedersi il perché di questo epilogo autobiografico, veritiero nella parte in cui Virgilio parla di se stesso, ma falsato allorché presenta riferimenti a Cesare, che poi è Ottaviano, in quanto in quel periodo non ci furono eventi bellici, se non una spedizione di Ottaviano in Siria volta più che altro a dimostrare la potenza di Roma.
Il motivo assai probabilmente risiede nel fatto che Virgilio, proprio grazie a Ottaviano, era riuscito a ottenere, a titolo di risarcimento per le terre mantovane a suo tempo confiscate e date ai reduci di Filippi, un idoneo podere proprio in Campania nei pressi di Napoli.
C’è poi anche un senso di autocompiacimento, espresso negli ultimi quattro versi, una specie di sigillo con il quale il poeta firma l’opera, dichiarandosi, orgogliosamente, responsabile di quanto in essa contenuto. 
In un autore che già aveva acquisito grande fama con la sua opera prima appare del tutto naturale questo finale in cui, non dimentico dei favori ricevuti, tuttavia rivendica la paternità di un poema che sa già essere qualche cosa di straordinario.
 
A questo punto, ritengo doverose alcune considerazioni, non senza aver prima ricordato che Virgilio poi si dedicherà unicamente all’Eneide, sulla quale mi auguro un giorno di scrivere.
 
Ci troviamo di fronte a un’opera dalla perfezione stilistica e strutturale che ha dell’incredibile. E’ noto che Virgilio era assai meticoloso, mai contento dei suoi lavori, che continuamente limava e rivedeva, ma nelle Georgiche si toccano livelli mai poi raggiunti.
Il ricorso all’esametro, particolarmente indicato per poemi epici o didascalici qui è frutto di un’applicazione senza precedenti.
 
 …
Nec tamen, haec cum sint hominumque boumque latore
Versando terram experti, nihil improbus anser
Strymoniaeque grues at amaris intiba fibris
Officiunt aut umbra nocet, pater ipset colendi
haud facilem esse viam voluit, primusque per artem
movit agros curis acuens mortalia corda,
nec  torpere gravi passus sua regna veterno.
 
Di seguito la traduzione di Elvio Natali:
   Eppur dopo tante fatiche di uomini e buoi
nell’arare la terra, ecco allora che l’oca vorace
fa danno, lo fanno le gru della Tracia e l’amara
cicoria con le sue fibre, e se l’ombra v’aduggia.
Anche il Padre non volle che facile fosse la via
pei coloni, e per primo con arte rimosse i terreni
pungendo d’affanni nel cuore i mortali né volle
che in ozio pesante il suo regno perdesse vigore.
 
Sono versi che scorrono fluidi, senza intoppi, né un momento di stasi, ma un continuo costante ritmo che nella sua pacatezza assorbe il lettore.
L’esametro, come noto, è costituito da sei piedi dattilici (metri) e presenta la possibilità di sostituire le due sillabe brevi con una lunga. Virgilio plasma l’esametro a suo uso e consumo, come uno strumento per una narrazione lunga e complessa, dove ricorrono pacate descrizioni, ma dove vi possono anche essere fasi concitate, rese possibili dal ricorso a cesure e a pause.
Strutturalmente i quattro libri di cui è composta l’opera sono in perfetto equilibrio, anche grazie alla simmetria utilizzata, e si prestano a essere letti uno indipendentemente dall’altro, a secondo della necessità di chi vuole apprendere.
A tal riguardo vi è da considerare che la parte didattica, anche se oggi può far sorridere, è il frutto di un lungo e meticoloso lavoro di ricerca, basato su altri testi specifici. Si dà per certo che consultò il De agri cultura di Catone, il De re rustica di Marrone, le Opere e i Giorni di Esiodo e altri testi latini e greci. Inoltre si documentò chiedendo ad agricoltori e osservando la vita nei campi, in quanto lui, benché figlio di coltivatori della terra, non aveva mai messo mano a questa attività.
La vita descritta è quindi reale e non di mera fantasia come nelle Bucoliche e, benché la creatività lo abbia aiutato nelle descrizioni dei paesaggi, si avverte chiaro che questi erano stati effettivamente osservati dall’autore.
L’influsso celtico è ancora più evidente con quella visione di animali e di piante considerati del tutto simili all’uomo, con analoghi sentimenti.
Ho già scritto sopra delle finalità dell’opera che, grazie al genio di Virgilio, travalicarono i suggerimenti di Mecenate, con una visione dell’umanità certamente asservita al potere imperante, ma anche del tutto universale, una comunità coesa, laboriosa, tutta rivolta al bene comune, come le api, appunto.
E’ possibile immaginare le positive reazioni di Ottaviano quando ascoltò la lettura dei versi, incombenza che si assunsero, a turno Virgilio e Mecenate, nell’arco di ben quattro giorni.
Questo contadino mantovano, di non nobili origini, aveva realizzato l’opera perfetta, ma non solo  questo,  perché aveva compreso la vera essenza della sua politica, della sua visione del mondo. Non era un guerriero, né un retore e nemmeno un politico, ma aveva magistralmente tradotto in lettere la sua ideologia.
Chi meglio di lui avrebbe potuto immortalare Roma e dare un senso divino a quella corona che da lì a poco si sarebbe apprestato a metter sul capo?
Fu probabilmente in quell’occasione che a Virgilio fu proposto di scrivere un grande poema, una storia da restare nella storia: l’Eneide.
 
 
Fonti:
 
Publio Virgilio Marone – Georgicon – Traduzione di Elvio Natali – Maschietto & Musolino;
Publio Virgilio Marone – Georgiche – Traduzione di Luca Canali -  BUR;
Publio Virgilio Marone – Bucoliche – Traduzione di Luca Canali – BUR;
Renzo Montagnoli – Il giovane Virgilio – Arteinsieme;
Wikipedia