sabato 8 dicembre 2018

La vita prende, la vita dona, di Piera Maria Chessa





La vita prende, la vita dona
di Piera Maria Chessa




Livia attraversava il parco quella sera di fine ottobre in compagnia di Scheggia, il suo cagnolino, come d’altronde faceva tutte le sere. Non c’era nessuno, soltanto il silenzio a farle compagnia. Erano le otto o poco più, il buio illuminato soltanto dai lampioni accesi. Il cagnolino le camminava al fianco tranquillo, ogni tanto si fermava per qualche istante ad odorare l’erba e la terra tra i cespugli. Lei ne seguiva lo sguardo, i movimenti, le intenzioni, e nello stesso momento assecondava i suoi pensieri. Mentre rifletteva, dal profondo silenzio che l’avvolgeva emerse una voce, un richiamo.
Buona sera, signora Livia. “. Guardò meglio, un po’ lontano da lei l’esile figura di un’ altra donna, e poco distante la sua cagnetta.
Buona sera, signora Margherita, non l’avevo vista, mi scusi”.
Si figuri, nonostante i lampioni il buio stasera è veramente fitto!”.
Si conoscevano da diverso tempo Livia e la signora Margherita, da quando avevano incominciato a frequentare quel piccolo parco dove entrambe si recavano con i loro cani, eppure, pur essendosi instaurato tra loro un rapporto amabile e talvolta anche confidenziale, continuavano a darsi del lei. Una cosa molto curiosa soprattutto per Livia, che non teneva affatto a mantenere le distanze. Lei se lo spiegava col fatto che la signora Margherita, pur essendo sempre gentile, rimaneva per carattere un po’ riservata, schiva nel manifestare i sentimenti, per questo non aveva mai pensato di proporle di darsi del tu.
Le andò incontro con piacere anche perchè non la incontrava da qualche giorno, intorno a lei giocava e scodinzolava Ambra, la sua amatissima cagnetta. Parlarono un poco.
Perchè non lo lascia libero, mi sembra che soffrano quando li teniamo al guinzaglio!”, disse la signora. “Ha ragione, ma ho paura che scappi, non sempre ubbidisce ai comandi, però voglio provare…”
Lo liberò con una certa titubanza dal guinzaglio e dalla pettorina, in un istante, con un balzo, Scheggia era già lontano. Era un piacere vederlo, la signora Margherita lo guardava incantata. “Sembra un proiettile!”, disse. “Sì, nonostante i suoi dieci anni…”, rispose lei. “Come è possibile, è veramente veloce!”, ripetè la signora, meravigliandosi non poco.
Nel frattempo camminavano tra le siepi cercando con fatica di seguire il percorso dei loro cani. Ambra ad un certo punto si fermò tra due alberi guardando con particolare attenzione verso la cima; osservava e contemporaneamente abbaiava, si fermava per un istante per poi ricominciare a girare intorno ai tronchi. A Livia e alla signora Margherita veniva da ridere, divertite nel vedere che cercava di salire, naturalmente senza riuscirvi. Capirono che sugli alberi aveva visto qualcosa. “Ci sono dei gatti, sono proprio in cima, si vedono a malapena con questo buio!”, disse infine la signora, Ambra, al contrario, vedeva bene, eccome! Riprese infatti ancora per un po’ con le sue piroette, mentre lei, non si sa neppure come, incominciò a parlare di suo marito, che purtroppo non c’era più.
Vado tre volte alla settimana a trovarlo in cimitero, mi manca molto, per fortuna un’amica, poco dopo la sua morte, mi ha regalato questa cagnetta. Io non la volevo, non mi sentivo di accudirla, ma lei ha insistito. E’ stato un bene. Ora, la sera, quando rientro dal lavoro, mi fa molta compagnia, si siede accanto a me e insieme guardiamo la televisione, poggia la testolina sulle mie ginocchia…” . “Ha fatto bene a prendersi cura di lei, signora, in questo modo allontana un po’ anche i pensieri malinconici”, aggiunse Livia.
Sì, però la nostalgia è tanta ed è difficile accettare quello che è successo…”.
Livia conosceva qualcosa della sua storia, non molto, in verità, solo qualche breve riferimento emerso durante le loro conversazioni. Margherita era una donna sulla sessantina, semplice nel modo di vestire ma non trascurata, non l’aveva mai vista truccata, non rinunciava tuttavia a un po’ di rossetto sulle labbra. Doveva essere stata una bella donna, e lo era ancora, nonostante il suo atteggiamento un po’ rassegnato, malinconico. Si illuminava invece accanto alla sua cagnolina, alla quale si dedicava totalmente. Aveva due figli, ma ormai adulti e con famiglia, che vivevano fuori, tutto il suo tempo libero era perciò per la sua adorata Ambra.
“…quello che è successo”, aveva detto, ma Livia non sapeva che cosa in realtà fosse accaduto.
La signor Margherita glielo raccontò in breve.
E’ stato un attimo, signora, stava bene, poi, in pochi istanti se n’è andato, lasciandomi soltanto un sorriso, il suo ultimo saluto.”
Livia non sapeva proprio che dire, non era preparata a confidenze così dolorose. Oltretutto non c’era tra loro una frequentazione assidua, per cui si meravigliò molto che la signora gliene avesse parlato. Avrebbe voluta aiutarla, trovare le parole giuste in quel momento, poche ma sincere. Non amava la retorica, le cose dette tanto per dire o per uscire da una situazione non semplice. Disse quello che pensava in quel preciso istante.
Signora Margherita, non mi riesce di dirle niente che possa esserle di aiuto, non voglio banalizzare questa sua difficile esperienza con parole che sarebbero comunque inappropriate, vorrei solo abbracciarla, posso farlo?”
La signora la guardò con uno sguardo lungo, riconoscente, troppo abituata ormai alle tante parole vuote, di cortesia e, quando andava bene, di pietà, che si esaurivano nel giro di pochi istanti, giusto il tempo di un frettoloso incontro per strada.
Certo che può, Livia, il suo abbraccio vale molto di più delle innumerevoli parole di circostanza, tutte quelle che mi è capitato di sentire in questi lunghi sei anni, giusto quelli della mia Ambra”, disse infatti, guardando la cagnetta che la osservava adorante. Poi aggiunse: “Che altro posso fare ormai se non dedicarmi a lei, ho quasi sessant’anni, i figli sono lontani, non ho nipoti…”.
Livia l’abbracciò comprensiva, come può fare una sorella o un’amica molto cara, poi le disse:
Mi scusi, se mi permetto, spero di non sembrarle invadente, certamente non si può dimenticare mai un marito o un compagno che è stato al nostro fianco per anni, col quale si sono condivisi i momenti più importanti, ma lei magari dovrebbe uscire un po’ di più, incominciare a frequentare amiche e nuovi amici, dedicarsi ad interessi che le riempiano la vita, che la gratifichino, mai dare nulla per scontato, è vero che la vita ci ruba tanto, ma qualche volta ci fa anche dei regali preziosi. Noi donne forse dovremmo incominciare a volerci più bene, iniziando dalle piccole cose e lasciando spazi aperti anche ad altre possibilità.”.
Poi aggiunse quasi pentita: ” Mi scusi, il dispiacere per ciò che mi ha confidato mi ha spinto forse troppo avanti, mi sono permessa di parlarle come potrei fare con una sorella, davvero mi perdoni”.
La signora stette un istante in silenzio, poi disse:
Lei, Livia, non deve scusarsi, sono io che la ringrazio per la spontaneità e la sincerità con la quale mi ha parlato, ampliando il mio sguardo su cose che finora avevo considerato ormai chiuse, fuori dalla mia vita odierna. In tutti questi anni ho solo pensato di vivere, di dover vivere esclusivamente nel ricordo di mio marito, della nostra vita insieme, una vita lunga, perché ci siamo incontrati quando eravamo due ragazzini. In questo momento, dopo aver parlato con lei, mi chiedo se davvero anche lui vorrebbe che io continuassi a vivere in questo modo, chiusa in me stessa, lasciando che la vita vada avanti così, spegnendomi ogni giorno un poco. Credo di trovare in me la sua risposta. Grazie dunque, spero di rivederla presto. Un’ultima cosa, posso darle del tu, possiamo darci del tu? Mi piacerebbe poterla considerare mia amica, non solo una buona conoscente.”
Livia, molto sorpresa, disse semplicemente: “Ne sarei felice, grazie, al prossimo incontro allora!”.


Passò novembre, si avvicinava il Natale, stranamente Livia non aveva più incontrato Margherita, inizialmente non vi aveva pensato coinvolta com’era nei suoi impegni quotidiani, poi improvvisamente si ricordò di non averla vista ormai da parecchio tempo, e si meravigliò. Avrebbe voluto telefonarle ma si rese conto che, dopo la lunga e confidenziale conversazione degli ultimi giorni di ottobre, nessuna delle due aveva pensato di scambiarsi il numero di telefono. Pensò però che presto si sarebbero incontrate nel piccolo parco vicino.
Fu invece qualche giorno dopo che, in giro per negozi alla ricerca di doni natalizi, si trovarono inaspettatamente l’una di fronte all’altra in pieno centro cittadino. E fu con grande gioia che Livia notò subito l’evidente trasformazione della sua amica. La guardò per un istante stupefatta, sembrava ringiovanita di parecchi anni, indossava abiti sobri ma eleganti, notò persino un leggero filo di trucco sugli occhi, oltre all’immancabile rossetto. I capelli, quasi sempre raccolti, ricadevano ora liberi ai lati del viso. Era la stessa Margherita che conosceva?
Prima ancora di parlarle l’abbracciò contenta, poi le chiese come mai da qualche tempo non si erano più incontrate. Margherita le spiegò che con un gruppo di amici era stata in vacanza in montagna, aggiungendo che si era trattato di una bellissima esperienza.
Livia, sempre più sorpresa, pensò che fino a poco tempo prima mai le era capitato di parlare con lei di viaggi, tanto meno di vacanze in montagna, ma solo di mare, di lunghe giornate trascorse sulla spiaggia. Disse solo: “Felice di vederti felice, non sapevo che amassi la montagna!”.
Margherita rise di gusto nel dire:” Non lo sapevo neppure io, l’ho scoperto decidendo, da un giorno all’altro, di fare un viaggio, e siccome sono praticamente sola ho optato per un viaggio organizzato. Così ho conosciuto diverse persone, sono stata molto bene, e al rientro, con alcune di loro ho stretto rapporti di vera amicizia. Ehi, non guardarmi così! Lo so, non uscivo quasi mai, me ne stavo rintanata in casa, chiusa al mondo e a tutto ciò che mi circondava, non avevo amici, in realtà perchè non ne volevo, non avevo capito l’importanza di stare con gli altri, l’avevo dimenticato, perché con Fabio, mio marito, amici ne avevamo diversi, eccome, poi…” . Si interruppe per qualche istante, quindi aggiunse:” Forse tu non te ne sei neppure resa conto, ma quella sera, nel parco, ricordi, c’era tanto silenzio e tanto buio, lo stesso buio e lo stesso silenzio che per anni mi hanno fatto compagnia, poi…le tue parole, dette con semplicità e amicizia, e tanta discrezione. Benedette quelle tue parole, erano quelle giuste in quel momento, in pochi istanti mi hai aperto una finestra sul mondo, mi hai fatto capire che non sempre tutto è finito, che ognuno di noi ha ancora diverse possibilità, e che non bisogna sprecarle, lasciarle andare. Io credo che anche mio marito sarebbe felice vedendo me felice. Voglio ricominciare a vivere, voglio rubare anch’io alla vita i miei momenti di serenità. Davvero grazie, Livia”.
Non c’era molto da aggiungere, Margherita, come un fiume in piena, aveva già detto tutto. Livia la salutò abbracciandola e dicendole: “Allora, ai tuoi nuovi amici, con i quali, immagino,organizzerai nuovi viaggi, escursioni e tanto altro, vuoi aggiungere anche me? Sappi che in queste cose io non mi tiro mai indietro!”.
Si salutarono scambiandosi i numeri di telefono.
Ed ora dedichiamoci al Natale”, pensò Livia andando via, “ai doni per gli amici, agli addobbi per il nuovo albero, all’acquisto di qualche nuova statuina per il presepe, e a qualche buona idea per la cena della vigilia. Benedetto il Natale, che porta sempre delle buone nuove. Viva Margherita e la sua nuova vita!”
Si sentiva felice per sè e la sua famiglia, ma forse ancora di più per l’amica che aveva capito quanto sia importante volersi bene.




Dalla raccolta inedita Sguardi di donne”


Natale, improvvisamente, di Marina Pasqualini




Natale, improvvisamente
di Marina Pasqualini




Non aveva potuto rientrare a casa, per Natale. Non aveva maturato ferie sufficienti, nella ditta dove lavorava, in un paese straniero, da soli pochi mesi. Era ormai la Vigilia. Aveva sentito i suoi cari, quasi ogni giorno, per allontanare quella sottile nostalgia che sembrava aumentare, con l’arrivo delle Feste. “Non importa” aveva pensato “Ci vedremo in primavera!” E invece, quella sera, si era accorto che importava, eccome, non tornare a casa per la festa più importante dell’anno. Credenti o non credenti, erano tutti attratti dalla sua magia. Vietato restare soli.
Salutò i colleghi. Molti di loro partivano, altri restavano, come lui.
Le strade erano ovviamente affollate. I ritardatari stavano facendo gli ultimi acquisti e stava iniziando a nevicare. Entrò in un supermercato per acquistare qualcosa di buono da mangiare. Ma caviale e champagne sarebbero impalliditi di fronte a un panino con la mortadella consumato con un amico vero, o, meglio, con la sua famiglia.
Cercò di farsene una ragione. Si convinse che non era la fine del mondo passare il primo Natale della sua vita in perfetta solitudine. Si concesse un regalo, e acquistò anche un piccolo abete, già addobbato, con tanto di stella cometa. Ma la cosa pareva peggiorare il suo senso di solitudine.
Salì nella sua stanza, che condivideva con un collega che era partito, il giorno prima. E quindi, invece di rallegrarsi del maggior spazio a sua disposizione, come avrebbe fatto in qualsiasi altro momento dell’anno, la cosa lo rattristò ulteriormente, se possibile.
Dopo una doccia, si infilò un comodo pigiama e si apprestò a cucinare. Era la sera della Vigilia, nonché il compleanno di suo padre. Rammentò come quella ricorrenza fosse stata sempre festeggiata in famiglia, con tutti i suoi fratelli e le relative compagne. Cercò di scacciare quel pensiero, che aggiungeva una insidiosa malinconia al suo già precario stato d’animo.
Mise un po' di musica ed alzò il volume, quasi a stordirsi. Stappò una bottiglia di vino e si apprestò a brindare a quella solitudine, che pareva essere la sua compagna, per quella sera.
Non sentì subito il campanello. Ma poi avvertì un suono diverso tra le note, ed abbassò il volume. Chi poteva essere a quell’ora?
Guardò nello spioncino della porta, temendo quasi si trattasse di uno scherzo.
E poi spalancò gli occhi, la porta e il suo cuore: erano tutti lì, sul pianerottolo! I suoi cari erano venuti a fargli una sorpresa!
Il piccolo appartamento si riempì di baci e di abbracci, di pacchi e di valigie. Il cuore del ragazzo mise le ali e volò alto, mentre un tacito ringraziamento saliva verso il cielo.
Sarebbe stato, lo sapeva, il Natale più bello della sua vita!


Piccolo racconto di Natale n. 3, di Renzo Montagnoli






Piccolo racconto di Natale n. 3
di Renzo Montagnoli




Non appena la luce era calata e la sera s’accendeva di luci stellate la neve aveva iniziato a scendere, dapprima timida, incerta e titubante, e infine piena d’ardore, copiosa e senza remore. La gente si affrettava nelle strade, le ultime compere, i regali, i simboli di un mondo senza più anima, senza più sogni.
Lui stava seduto in poltrona, la luce spenta nella stanza, la resta reclinata sulla spalliera, gli occhi semichiusi a pensare sulla sua vita, a quella solitudine a cui il destino l’aveva condannato. Da quando lei se n’era andata non c’era stata più vita, ma solo un lento trascinarsi nelle ore, passi a vuoto, uno sguardo alla sua fotografia di quando ancora era bella e il male non l’aveva divorata; giorni fatti di passi perduti, di un cieco dolore che da una rabbia soffocata poco a poco si era trasformato in sofferta rassegnazione. Il tempo passava, una stagione dopo l’altra, un inverno non più d’attesa di una primavera che, pur tornando, non riusciva più a scaldare un cuore stanco, natali sempre uguali come questo che cadeva a venti anni dalla sua morte. Volse lo sguardo alla fotografia, ma al buio non la vedeva, eppure non si risolse ad alzarsi, a premere l’interruttore, perché tutto di lei era in lui, la sua immagine, il rumore dei suoi passi lievi, la voce, quella voce argentina che tanto l’aveva incantato. E nell’oscurità della stanza lo colse il sonno, giunse in punta di piedi a chiudergli gli occhi, a rallentarne il respiro. Si abbandonò fiducioso al torpore e si accorse, con felice stupore, di dormire, ma di viaggiare in un sogno. Camminava lungo un viale di foglie morte quando di colpo apparve lontana una figura che sembrava venirgli incontro e a ogni metro che faceva le piante si aprivano come alla primavera, si coprivano di foglie verdi e lungo i bordi di quella strada era tutto uno sbocciare di bucaneve, mentre si udiva lontana una musica soave che parlava al cuore. La distanza fra le due figure diminuiva e la natura sembrava trionfare sul gelo dell’inverno; a un certo punto ebbe un balzo al cuore, un colpo secco, un tremito diffuso perché aveva riconosciuto chi gli veniva incontro. Bella, come la prima volta che l’aveva vista, lieve come il passo di una nuvola nel cielo, il suo nome quasi urlato con quella voce argentina. Si trovarono infine di fronte, lui allungò una mano, le accarezzò una guancia, lei gli sorrise, gli prese la mano se la mise sul cuore, accostò il viso al suo e, mai, mai fu così bello e intenso un bacio, lungo da togliere il respiro, poi lei si ritrasse un po’, si accostò e porse il suo braccio, facendo cenno di seguirla.
A braccetto e a lenti passi si avviarono alla fine di quel viale; a lui sembrava di volare, avvertiva forte un senso di infinita serenità e seppe che infine l’aveva ritrovata e che mai più si sarebbero separati.


La neve cadde tutta la notte e anche il giorno di Natale, qualcuno bussò alla porta, qualcuno telefonò, ma non ebbero risposta


mercoledì 14 novembre 2018

Burrasca d’autunno, di Renzo Montagnoli






Burrasca d’autunno
di Renzo Montagnoli


Burrasca d’autunno
che penetra i cuori
con il vento che soffia
la pioggia che sferza
le foglie che volano.
Al riparo del vecchio
e rugoso melograno
porgo l’orecchio al vento
che sibila, s’inarca, ulula.
Eppure qualcosa esso porta
voci confuse di stagioni passate
di grigiori autunnali.
Sono suoni disarticolati
tristezze evase dall’anima
è fatica comprendere
ciò che voglion dire.
Sono pensieri nascosti
speranze abortite
sogni irrealizzati,
sì che al placar ora del vento
odo come una nenia
un sommesso lamento
d’autunno che piange
sul suo ingrato destino
di amara stagione.

Da La pietà

è stata la pioggia, di Maria Attanasio






è stata la pioggia
di Maria Attanasio




è stata la pioggia,
un fulmine, l’incuria, la malafede.
è stato un rumore, un pazzo,
è stato che non sapete
la differenza tra il cemento e il calcestruzzo,
è stato un cedimento,
la vendetta del tempo,
è stato un aprirsi volontario di vene,
è stato magari il fato, il posto
e il momento sbagliato
è stato sentire la voce di una donna
dire nel pianto: ” si è sbriciolato”.

(Genova)


Il sentiero nel bosco, di Giovanna Giordani






Il sentiero nel bosco
di Giovanna Giordani


a Piera


Sempre invitante
il sentiero nel bosco
vecchio amico
rallegra il mio andare


Ma oggi
accanto a me
cammina una nuova amicizia
diletta
e assieme sorridiamo al sole
che dalle fronde
ci fa l’occhiolino


La pineta, di Donatella Nardin





La pineta
di Donatella Nardin




Ci chiama il clamore contorto dei pini,
rosso vibrante talvolta, è un atto
di devozione non verso ciò che si è
ma verso ciò che si vorrebbe essere


ruscella l’anima nell’abbandono
e siamo là dentro, nel gorgo
di una strana dolcezza,
spinta fuori dai rami come la crescita
disordinata del verde e nemmeno
un lembo di blu ad ombreggiare
le bianche caviglie dei tronchi.


Rifulge invece nella baldanza – come
un punto di sutura tra noi e il nulla –
l’alta visione che mare sembra
a narici colme di stelle e d’ignoto
ora che incombe tra gli alberi
la lucida sera


sì è una trepida sera l’incantata
verticalità di un’attesa.


Da Terre d’acqua (Fara, 2017)