martedì 21 luglio 2015

Ferie

                                                                   Foto da web


Siamo in ferie fino alla fine di agosto.


Buone vacanze

Foto da web

Il lago di Garda. di Renzo Montagnoli

                                                                    Limonaie


Il lago di Garda
di Renzo Montagnoli


Das Land wo die zitronen blühen (la terra dove fioriscono I limoni). Così scrive Johann Wolfgang Goethe nel suo famoso libro Viaggio in Italia, un vero e proprio diario di un turista particolare che, necessitando di un periodo di svago e di riposo dopo le fatiche del suo ruolo come ministro di Weimar, decise di scendere in Italia e se le montagne del trentino, che l’accompagnarono dal Brennero fino a Rovereto, gli ricordavano quelle incontrate in Tirolo, quando giunse a Torbole fu per lui come un’illuminazione, uno stupore che traspare netto nelle pagine che tanti alunni tedeschi studiano a scuola, poiché questo libro per loro è un po’ quello che è per noi I promessi sposi. Così anche si spiega perché le sponde del lago di Garda siano da sempre affollate da tanti tedeschi, che in pratica se ne sono impossessati. Ma questo specchio d’acqua, che è il più grande lago italiano e assai probabilmente il più bello in Europa, ha sempre costituito una particolare attrattiva fin dall’epoca romana, ed è lì che il grande poeta Catullo aveva una residenza, forse, come indicato senza certezze, sulla punta della penisola di Sirmione. In epoche più recenti è stata l’ultima dimora, a Gardone, di Gabriele D’Annunzio e, per un breve periodo, vi soggiornò, a Villa Feltrinelli di Gargnano, anche Benito Mussolini. Pure Carducci ne rimase estasiato, tanto da scrivere l’ode “Da Desenzano” e un po’ prima di lui ci fu un altro visitatore famoso, Stendhal, che ebbe a definirlo il più bel paesaggio del mondo.
Mi sembra quindi che scrivere di questa meraviglia sia più che naturale, ma io di certo non sono un narratore famoso come Goethe o come Stendhal, e allora mi limito a percorrere le sue sponde, in un moto che più che circolare, è ellittico, partendo da dove il bacino lacustre ha termine, vale a dire dalla cittadina di Peschiera.
Ritengo opportuno, tuttavia, fornire dapprima alcune notizie geografiche.  Esteso per circa 370 Kmq il lago di Garda o Benaco è in posizione parallela al fiume Adige, da cui è diviso dal massiccio del Baldo. La sua origine è conseguente alla fine del periodo glaciale; l’innalzamento delle temperature sciolse i ghiacci e restò l’acqua, fermata naturalmente dai rilievi morenici a sud, frutto della attività erosiva del ghiacciaio. La sua profondità, proprio per questo motivo, è considerevole, visto che la massima è di m. 346. È alimentato da un immissario, il Sarca, che scende dai ghiacci dell’Adamello, e ha un emissario, il Mincio, che dopo aver iniziato il suo cammino a Peschiera, procede rapido e con cascate fino a Goito, per allargarsi sino a formare tre piccoli laghi a Mantova, e infine adagiarsi nella campagna (è il fiume di cui parla Virgilio) per poi terminare il suo percorso nel Po a Governolo.
                                                   Peschiera

Iniziamo il nostro giro, appunto da Peschiera, ridente cittadina, con un bel porto e le fortificazioni di epoca austriaca (faceva parte del famoso quadrilatero); se teniamo il lago a sinistra, cioè procediamo in senso antiorario, incontriamo subito tutta una serie di ameni paesini, d’estate sempre affollati di turisti. Questa sponda è quella veronese e all’inizio è caratterizzata da un andamento collinare con i terreni ricchi di ulivi e di viti (è lì che si produce il famoso vino Bardolino) e Bardolino è appunto uno di questi centri rivieraschi. Ma prima di arrivarvi troviamo Lazise, con il suo nucleo più antico di chiara impronta medievale. Da vedere senz’altro lo stupendo lungolago che tanto assomiglia a Piazza San Marco di Venezia, una passeggiata del tutto appagante, con squarci da sogno.
Ma è già tempo di andare ed eccoci a Bardolino, con un bellissimo centro storico e con le antiche e pregevoli chiese di San Zeno e di San Severo.
                                                 Garda

Ancora pochi chilometri e si arriva a Garda, la cittadina da cui prende il nome il lago. La passeggiata lungo lo specchio d’acqua è un’altra delle meraviglie che non possono, né devono sfuggire al visitatore, ma anche addentrarsi nel centro storico è un’esperienza senz’altro appagante, perché sembra di tornare indietro nel tempo di diversi secoli.
                                             Punta di San Vigilio

Indi, si riprende il viaggio con meta Torri del Benaco, non senza aver fatto prima una sosta alla stupenda e idilliaca Punta di San Vigilio.
A Torri si deve visitare la zona del porto con il castello scaligero della fine del ‘300 e la serra dei limoni rimasta immutata da quando fu costruita dai francescani nel XIV secolo.
                                               Malcesine

E’ già tempo però di avviarsi per raggiungere Malcesine, passando da Brenzone, noto anche per le belle chiese delle sue frazioni.
Malcesine presenta la caratteristica di essere un paese non in piano, ma che degrada verso il lago lungo le iniziali propaggini del Baldo su cui si può salire grazie a una funivia a due tronchi, di cui il secondo è a cabine rotanti in modo da poter godere il magnifico panorama del Garda. Anche qui c’è un bel centro storico con il Castello Scaligero e il Palazzo dei Capitani.
Dopo aver percorso alcune gallerie, ci avviamo verso l’estremità nord del lago e lì troviamo Torbole del cui passato è rimasto ben poco. 
                                                                      Riva

Piegando ora ad ovest si incontra Riva, ricca del suo glorioso trascorso sotto la Serenissima, con i porticati medievali, la torre, il bastione che alto domina la città, un centro ricco di fiori e giardini, con un’immancabile affascinante passeggiata lungo il lago. A pochissimi chilometri meritano di essere viste le cascate del Varone, che si trovano in grotta, un vero e proprio spettacolo della natura.
E’ giunto il momento di intraprendere il ritorno lungo la strada gardesana occidentale, caratterizzata da numerose gallerie (causa le pareti montuose strapiombanti), alcune delle quali moderne e altre più obsolete, più strette, da percorrere quindi con attenzione.
                                                  Limone

Il primo grosso centro abitato che si incontra è Limone, il cui nome va a pennello con le numerose colture del benefico frutto; anche qui bel lungolago e un centro storico, meno antico degli altri, ma comunque interessante. 
                                              Tremosine

Ripartiti, merita una deviazione, lungo una strada tortuosa in salita, a Tremosine, che è una vera e propria balconata sul lago, infatti caratterizzata dalla famosa Terrazza del Brivido, sospesa a 350 metri sul Garda, con una vista unica, ma con un certo brivido appunto che provano anche quelli che non soffrono di vertigini.
Si ritorna a valle, per così dire, e dopo un po’ troviamo Campione, con le sue belle spiaggette. Ancora pochi chilometri e una deviazione, consigliata, con bella strada in salita porta a un altro balcone, quello di Tignale, paese che consente delle belle escursioni nel parco naturale in cui è inserito.
                                               Gargnano

Scendiamo nuovamente e la prossima tappa è Gargnano, con le sue belle limonaie, il suo ben conservato centro storico e una passeggiata sul lago, in parte sospesa; da lì a Toscolano Maderno il passo è breve e può essere utile sapere che in questo paese c’è un lido ampio e attrezzato come una spiaggia romagnola.
Poi i centri rivieraschi si susseguono, senza che a volte sia possibile accorgersi di essere passati dall’uno all’altro: fra questi spiccano Gardone e Salò, entrambi ricchi di ville ottocentesche immerse in parchi ubertosi ed entrambo noto, il primo per il Vittoriale (la villa museo di D’Annunzio),  il secondo per aver ospitato, durante la seconda guerra mondiale, la Repubblica di Salò. 
                                           Salò e il suo golfo

Porticcioli, cale e calette punteggiano la costa, caratterizzata dal grande golfo di Salò; i paesini sono quasi appiccicati (Moniga, Padenghe) e infine si arriva a Desenzano, forse il centro rivierasco più grande del lago, con la cinquecentesca piazza Malvezzi e tutta una serie di vie ricche di storia e di negozi. 
                                               Sirmione

Andiamo avanti, si passa Rivoltella e, prima di arrivare nuovamente a Peschiera è d’obbligo una deviazione per Sirmione e la sua penisola. Il castello scaligero, le grotte di Catullo, il lungolago, le viuzze antiche fanno di questo centro, a mio parere, il più bello del lago e, in assoluto, uno dei più bei borghi d’Italia. Quindi, è impossibile rinunciare a una sua visita.
Ecco il Garda in poche succinte parole, ma si potrebbe scrivere ancora molto, dei tramonti che inteneriscono il cuore, delle albe dorate, delle sue acque cristalline, dei venti che soffiano, a volte forte, incrociandosi nello specchio d’acqua davanti a riva, dei profumi dei fiori, dei buoni piatti che si possono gustare insieme a vini di eccellenza, quali il Bardolino e il Lugana.   Ma non ci sono parole che possano sostituire la visione diretta di uno spettacolo come quello offerto da questo giustamente famoso lago.
L’intero percorso è lungo 160 Km. e può anche essere fatto in una giornata, a patto di non sostare in ogni centro abitato, perché vi è anche da tener conto del traffico, piuttosto intenso, e dei frequenti attraversamenti degli abitati, che limitano di molto la velocità.
Per quanto ovvio, un giorno è appena sufficiente per farsi un’idea e per far venire la voglia di tornarci; per una visita più completa è necessaria almeno una settimana, perché, oltre ai centri rivieraschi, il retroterra presenta attrattive di grande rilievo. Infatti, nel basso lago, dietro a Desenzano, Sirmione e Peschiera ci sono le colline moreniche, dolci, ricche di vigneti, di borghi incantevoli (Castellaro Lagusello e Borghetto)  e di storiche località del nostro risorgimento (Solferino, San Martino e Custoza); sempre nel basso lago, vicino a Bardolino poi ci sono i famosi parchi tematici per grandi e picciniGardaland e Movieland, nonché lo zoo e parco zoo di Pastrengo. Nel medio lago, sulla sponda orientale c’è appunto il monte Baldo, con numerose passeggiate naturalistiche; sulla parte occidentale, invece, si può salire, per una strada un po’ stretta, in Valvestino, dove c’è l’omonimo lago creato grazie a una diga, una zona in qui la quiete è pressoché assoluta. Nell’alto lago, bacino preferito da chi pratica la vela e il windsurf per la presenza di numerosi venti che soffiano in diverse direzioni, alle spalle di Riva del Garda è possibile arrivare al passo del Ballino e al grazioso laghetto di Tenno, oppure risalire la montagna incombente su un percorso tortuoso, ma con magnifici scorci sul Garda, per arrivare all’amena Val di Ledro (in alternativa esiste un tragitto più veloce, caratterizzato da una lunghissima galleria).
Un altro modo per visitare il Garda è di avvalersi del ben organizzato sistema di navigazione, con corse di linea regolari su battelli di grande capienza, ma necessariamente poco veloci, e su aliscafi. E’ un’esperienza, questa, che merita, poiché la vista della costa al largo è quanto mai suggestiva.
Per arrivare al lago, se si viene dal Nord (per intenderci dal Brennero) c’è l’ottima autostrada A22, con uscite specifiche a Rovereto Sud e Affi; per chi viene dal sud va bene la stessa autostrada con le medesime uscite. Chi proviene da Ovest troverà comoda l’autostrada Brescia – Verona – Padova, con uscite a Desenzano, Sirmione e Peschiera (stessa cosa per chi viene da est).
Problemi di alloggio non ve ne sono, tranne nei periodi di maggior afflusso, poiché sono moltissimi gli alberghi; la stessa cosa dicasi per i ristornati.
Di seguito comunque riporto i link di siti che possono essere utili:






Nota: le fotografie a corredo sono state reperite sul web








Il fiume di Eraclito, di Adriana Pedicini



Il fiume di Eraclito
di Adriana Pedicini
Illustrazioni di Anna Perrone
Mnamon Edizioni
Poesia
Pagg. 72
ISBN 9788869490231
Prezzo (solo e.book) € 3,00

L’amaro destino dell’uomo


L’uomo non nasce mai solo, ma con il concorso della madre; muore sempre, invece, solo, solo anche se attorniato dagli affetti più cari, perché la dipartita non può essere che un evento del tutto personale. Se nei primi anni di vita non ha la consapevolezza del suo destino e ha fretta di crescere, di procedere nel tempo, con il trascorrere degli anni ogni tanto gli appare il ricordo di quella spada di Damocle che pende sul suo capo dal momento in cui è stato generato e quando l’età, con i primi acciacchi, manifesta tutto il suo declino, è più facile che sopravvenga il timore della morte, che i tanti segni, soprattutto fisici, danno in avvicinamento. E allora tanto più avvertiamo la miseria di un’esistenza in cui più sono i misteri delle conoscenze, durante la quale non c’è mai spazio per una concreta prospettiva futura.  È in quel momento, nella presa di coscienza del nostro effimero tempo, che vorremmo una risposta a tante domande, ma soprattutto a quella: perché la vita ha un termine e come sarà il dopo? Ovvio che non sempre avremo delle risposte, soprattutto per questo quesito fondamentale, ma è anche vero che è l’occasione per interrogarci, per trasporre magari in versi la nostra intima inquietudine, proprio come ha fatto Adriana Pedicini con questa silloge intitolata Il fiume di Eraclito, uscita di recente, ma, ahimè, non in cartaceo, ma come e-book. Dico ahimé poiché credo che il profumo della carta, lo scorrere dei fogli siano un elemento insostituibile e che costituiscano non tanto un corollario, ma la giusta base di partenza per leggere e gustare un’opera. Comunque, trattandosi di una silloge, composta da un certo numero di poesie, la lettura risulta meno disagevole visto che é indubbiamente meno faticosa di quella di un romanzo in formato elettronico.
Già il titolo mi ha incuriosito e allora ho pescato nella memoria, cercando di focalizzare l’opera di questo filosofo presocratico, per sua natura piuttosto criptico e mi è venuta in mente la correlazione fra il suo pensiero e il fiume. In buona sostanza, e questo lo sappiamo tramite Platone, Eraclito avrebbe detto:”  
che tutto si muove e nulla sta fermo" e poi confrontando gli esseri alla corrente di un fiume, avrebbe aggiunto che "non potresti entrare due volte nello stesso fiume" Che cosa significa? L’uomo non può fare la stessa esperienza due volte, poiché ogni entità, nella sua fittizia dimensione reale, è soggetta alla legge inderogabile del continuo mutamento. E pertanto non c’è alternativa alla morte e non è possibile che un essere vivente, venuto a mancare, abbia l’opportunità di morire ancora, perché ciò presupporrebbe una rinascita che per esperienza millenaria non si è mai verificata.
Credo, pertanto, che il titolo sia abbastanza esaustivo dello spirito che ha animato le poesie della silloge, ma se la vita in queste condizioni può essere un’astratta e anche a volte reale sofferenza, proprio perché essa è una sola e irripetibile si deve viverla, cogliere le infinte occasioni e opportunità che può dare, al fine, in ciò parafrasando questa volta i versi di una mia poesia, di poter dire al termine che ogni minuto è stato degno di essere vissuto.  Ma ciò non significa gioia di esistere, bensì di accettare consapevolmente il dolore di esistere, che può essere anche uno sprone per addentrarsi nel terreno nebuloso, ma gratificante della metafisica, cercando oltre il sipario dell’ignoto. Sì, la morte si sconta vivendo, diceva Sciascia, ma è anche vero che è un prezzo che tutti sono disposti a pagare.
Le liriche, raccolte, permeate dello stile intimistico di cui ci ha abituato la Pedicini, pur nelle variegate espressioni, riflettono questa sofferenza interiore, che pur tuttavia, stemperata dalla ricerca di conoscenza, si tramutano in note di carezzevole malinconia. Ed è proprio questa capacità di smussare, di filtrare solitudini e ancestrali angosce, che consentono di comprendere e godere i versi che in pacato ritmo, quasi un adagio, scorrono, come il fiume di Eraclito, davanti ai nostri occhi.
Da leggere, mi sembra ovvio.


Adriana Pedicini, vive a Benevento. Già docente di lettere classiche nei Licei,scriveda tempo, ma solo con la pensione ha iniziato a dare concretamente visibilità alla sua scrittura. Ha pubblicato una raccolta di racconti I luoghi della memoria, A. Sacco editore 2011, (1° Premio nel Concorso Internazionale di Narrativa Taormina 2010) e una silloge di poesie, Noemàtia, Lineeinfinite edizioni 2012. Tra esse figura la poesia Mare Monstrum,I° premio al Premio internazionale di poesia Otto milioni 2013, assegnato dal Comune diTorrenova (Me). Ha anche curato Da Europa all’Europa (Ilmiolibro.it 2010), dispense didattiche sul teatro antico e sull’origine della civiltà occidentale, attraverso il mito di Europa e gli archetipi del pensiero, del diritto, dell’arte, della letteratura. È presente con poesie e racconti su varie antologie anche on-line. Collabora con diversi blog e siti letterari. Inoltre ha pubblicato la silloge Sazia di Luce (Il Foglio Letterario, 2013).l Per contatti: adripedi@virgilio.it


Renzo Montagnoli





MondoBlog del 21 luglio 2015

Le segnalazioni odierne:

lunedì 29 giugno 2015

Grande Guerra - III

                                                                       Foto da web


Veglia
(Cima Quattro il 23 dicembre 1915)
di Giuseppe Ungaretti


Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita
Foto da web

Notte in trincea

di Renzo Montagnoli


È ora un momento di quiete
e tacciono le armi
dopo i fragori del giorno.
È notte e gelo
nel fango della trincea.
Forte
con l’aria fresca
che scende dai monti
é il lezzo dei cadaveri,
insepolti
e monito nella terra di nessuno.
Sono lì a ricordare
di quanto la vita sia breve,
con i loro occhi sbarrati,
con il viso sconvolto dal dolore.
Si scorgono per un attimo
alla luce dei razzi
che salgono in cielo
un cielo di pietra
impassibile a tanto orrore.
Ma nel buio ritrovo me stesso
rivedo giorni diversi
di gioia ormai sconosciuta
sento che se non sono mai stato
come qui così vicino alla morte
ritorna impetuoso
il desiderio di vivere
di assopirmi in notti stellate
di risvegliarmi in un’alba di pace.

Da La pietà




                Foto da web

La corsa
di Renzo Montagnoli


Siamo cresciuti insieme, abbiamo giocato insieme, come quattro fratelli, anche se non lo siamo, ma soprattutto abbiamo corso insieme.
Qualche anno di scuola, giusto per imparare che se non hai soldi non potrai mai andare avanti, e poi a lavorare a tempo pieno nei campi, dall’alba al tramonto a spigolare, a raccogliere la frutta, a spandere il letame.
Ore di fatiche, sotto il sole, nel vento, nell’umidità d’autunno, la schiena dolorante, e tutto per una miseria, per quei pochi centesimi dati subito in casa, affinché si potesse comprare qualche cosa, sempre poca, per calmare i morsi della fame.
Ma la domenica no, non si lavora, e allora tutti insieme a correre sull’argine, a chi arriva primo. Il premio? L’ammirazione degli sconfitti e questi siamo sempre noi tre, io Giacomo Pavesi, detto Giacumin, Alfredo Restelli, detto Fredin e Luigi Asta, chiamato Luisin. 
Leprot, cioè Eugenio Scolti, ha sempre avuto due gambe da corsa, che in un corpo magro, ma tutti lo abbiamo, perché lo stomaco brontola sempre,  fanno la differenza.
Non ha mai perso una corsa e ho sempre in mente le sue falcate rapide, i suoi piedi nudi che sembrano mordere il terreno; è grande Leprot, ma a vederlo adesso con indosso una divisa militare di almeno una taglia in più sembra uno spaventapasseri.
Si accorge che lo guardo e sorride impacciato.
Non è che a vestiario siamo messi molto meglio, ma per chi ha avuto vestiti di seconda o terza mano questa è la prima volta che assaporiamo il piacere di un abito nuovo. Sì, è grigioverde, il taglio è abbozzato, ma è nuovo e, soprattutto, è nostro.
Che ci facciamo in questa trincea?
E’ in corso da tempo una grande guerra contro l’Austria, sembra per riprenderci territori che però non mi risultano siano mai stati nostri.
Siamo nell’agosto del 1917, sul fronte dell’Isonzo. Per le troppe vittime è stata chiamata prima del tempo la nostra classe, il 1898, quella di ferro cantano i coscritti, ma tutte sono di ferro, mentre le vite sono di latta. Una visita al distretto, un proforma perché tutti sono buoni come carne da macello, la vestizione, tre giorni di marcia ed ecco preparati a dovere i rincalzi.
Siamo arrivati oggi, senza aver mai sparato un colpo di fucile, e già domani ci sarà un attacco. Se tutto va bene, dopodomani festeggerò il mio diciannovesimo compleanno. Sì, sono nato il 20 di agosto e la mamma è morta nel darmi alla luce. Mi hanno detto che era bella e ci credo, perché chi non ha la mamma si immagina sempre che sia un angelo.
Leprot ha mamma e papà e otto fratelli, di cui tre in guerra; Luisin non ha più il papà, morto in miniera in Francia, ed è figlio unico. Forse sarebbe riuscito a evitare il militare, ma noi siamo tutta la sua vita e non ha fatto niente perché ci separassero.
Fredin è il più fortunato, perché ha mamma e papà e un solo fratello, ma ha anche la morosa, che sposerà a guerra finita.
- Animo, ragazzi. Domani avrete il battesimo del fuoco. Mi raccomando, saltate fuori dalle trincee e correte come il vento. Se avrete fortuna, arriverete a guardare negli occhi i crucchi e per il primo che mette piede nei camminamenti austriaci il colonnello ha promesso cinque giorni di licenza.
Chi parla così è il sergente Batossi, che mi sembra un buon uomo, ma che adesso fissa la punta delle sue scarpe, come se provasse vergogna a raccontarci una panzanata del genere.
- Beh, nessuno ha da chiedere qualcosa? Meglio, meglio…
Io vorrei chiedergli perché rischiare la vita, per chi, per cosa, ma è inutile, perché quelle sono domande che anche lui rivolge solo a se stesso.
E’ quasi l’alba di questa notte insonne e fra poco inizierà la preparazione dell’artiglieria, e poi, poi toccherà a noi.
Prima voglio abbracciare i miei amici, perché potrebbe essere l’ultima volta, l’ultima corsa.


                              .-.-.-.-

Il frastuono è assordante e dai colpi sparati si stenta a credere che qualche nemico sia rimasto vivo. Nemico, nemico non mi va, son poveri diavoli come noi, con le stesse paure, con le stesse miserie alle spalle.
Ecco, il fuoco rallenta, il tiro si allunga, si sentono dei colpi di fischietto, io e i miei amici ci guardiamo negli occhi: c’è solo la stessa paura.
Il sergente sale in cima alla trincea, un grido, un Avanti Savoia e anch’io mi arrampico, arrivo in cima, salto i reticolati e comincio a correre come il vento. Saranno sì e no quattrocento metri, un’eternità.
Leprot, Luisin e Fredin mi sono dietro, ai lati, sono per ora il più veloce, sparano, grandinano colpi, Fredin si porta le mani alla testa e ruzzola al suolo, la sua morosa dovrà mettersi lo scialle nero, anziché il velo da sposa. Correre, correre fra buche, detriti, corpi insepolti, Luisin che sembra incespicare, cerca di riprendere e poi stramazza, a sua madre dopo il padre non resteranno nemmeno gli occhi per piangere.
I reticolati nemici si avvicinano, tirano bombe a mano, ma sono veloce. Leprot recupera, si è quasi affiancato, ma ecco che allarga le braccia, quasi fa un balzo in aria e ricade senza vita. Questa corsa la vinco io, ma che conta senza di loro, che senso ha continuare una vita ormai inutile.
Ta ta ta c’è una mitragliatrice che mi ha inquadrato ta ta ta vedo quasi la fiamma rossastra che esce dalla canna, sembra un drago che vuole ghermirmi.
Ta ta ta non sento più la fatica, e non è come se corressi sulla terra, ma se volassi; guardo in alto, il cielo è azzurro, tranne una nuvoletta che si avvicina, e c’è un bel sole, un giorno d’agosto come tanti altri.

                                      .-.-.-.-

Avrebbe compiuto gli anni il giorno dopo.




Un anno sull’Altipiano
di Emilio Lussu
Editore Einaudi
Narrativa romanzo storico
ISBN
Pagg. 210
ISBN 9788806219178
Prezzo: € 10,50



Considerato da molti, e non a torto, come un romanzo che nulla ha da invidiare a “Niente di nuovo sul fronte occidentale “ di Erich Maria Remarque, differisce da questo sia per l’ambientazione (là il fronte franco-germanico, qua quello italo-austriaco), sia per la diversa struttura narrativa (più romanzo quello diRemarque, pur se basato su esperienze personali, più diario quello di Lussu).
Premetto che è un bel romanzo, anche se secondo me inferiore a quello del tedesco, laddove la guerra appare come una mostruosità quasi insita nell’uomo, mentre nel testo di Lussu, pur mostrando l’orrore di un conflitto, è più marcato il riferimento a certe decisioni, ad alcuni personaggi (vedasi il generale Leone) che sembrano imprimere con il loro comportamento un andamento sanguinoso alle tante piccole battaglie o scaramucce.
Questo dipende anche dall’andamento quasi diaristico della scrittura, frutto dell’esperienza diretta dell’autore sull’Altipiano di Asiago dall’estate 1916 alla successiva del 1917.
In buona sostanza, nel romanzo di Remarque ci si indigna subito per la guerra, mentre in questo si viene esacerbati dalle azioni stolte di certi comandanti e solo di conseguenza si arriva a comprendere l’assurdità di un conflitto.
Comunque in queste pagine c’è tutto il dramma di una gioventù che in divisa ha servito il paese nella grande guerra:
la vita di trincea, i comandanti fuori di testa, gli ordini sbagliati, l’artiglieria italiana che regolarmente spara sulle nostre linee, gli assalti senza alcuna utilità, le ore di ozio e la paura delle azioni.
Il tutto viene descritto con tono distaccato, quasi che l’io narrante, il tenente Emilio Lussu fosse un semplice spettatore. Infatti, non c’è bisogno di commenti o chiarimenti, perché la realtà parla da sola.
Considerato anche lo stile non greve, anzi dinamico, non sarebbe male, anzi sarebbe bene che fosse presente nei programmi scolastici.


Emilio Lussu nasce ad Armungia, in provincia di Cagliari, il 4 dicembre 1890 e muore a Roma il 5 marzo 1975. Laureato in Giurisprudenza, fu un acceso interventista nel primo conflitto mondiale, anche se poi dovette ampiamente ricredersi. Antifascista, e per questo perseguitato, dopo il 1945 si occupò di politica, orbitando sempre nell’ambito della sinistra. Un anno sull’Altipiano, il romanzo per cui è giustamente famoso, è stato scritto nel 1938 ed è stato oggetto nel 1970 di una fortunata riduzione cinematografica, a opera di Francesco Rosi, dal titolo “Uomini contro”. 

Recensione di Renzo Montagnoli




La paura
di Gabriel  Chevallier
Traduzione di Leopoldo Carra
Adelphi Edizioni
Narrativa romanzo
Collana Biblioteca Adelphi
Pagg. 327
ISBN 9788845925672
Prezzo € 20,00

Cui prodest?

Cui prodest? Nel caso specifico a chi giova la guerra, ed è solo una delle tante domande a cui l’autore cerca di fornire una risposta. La guerra, questa insensata lotta, quasi sempre mortale, fra uomini di diversi Stati, è quanto di peggio possa esprimere l’homo sapiens, dimostrando così di non essere poi tanto sapiens. E non mi si venga dire che è innata in tutti gli uomini, come invece recita l’infelice aforisma di Filippo Tommaso Marinetti (La guerra sta agli uomini come la maternità sta alle donne), perché è assai facile dimostrare il contrario. L’esperienza di Gabriel Chevallier, maturata nel corso della Prima Guerra Mondiale, in cui fu anche ferito, è riportata integralmente in quest’opera (La paura), ma, benché possa sembrare, e in parte lo è, un romanzo autobiografico, l’autore va ben oltre, spingendosi in una ricerca psicologica, sociologica e antropologia (un po’ come ha fatto Primo Levi con il suo bellissimo I sommersi e i salvati). Ed è così che proprio la paura viene vista in tutte le sue sfaccettature, nelle diverse occasioni e sulla base di esperienze maturate. In guerra si ha paura di essere uccisi dal fuoco nemico o anche da quello amico, si ha paura di morire in modo estremamente doloroso, si teme di finire davanti a un plotone di esecuzione non solo per diserzione, ma anche per piccole cose, che nella vita di pace sarebbero sanzionate al massimo con un’ammenda. Si ha paura anche dei gendarmi, pronti a sospingere a fucilate a un insensato attacco. E dato che questa situazione di acuto timore è sempre presente, ben presto diventa un’angoscia, una costante e devastante presenza.
E tutto questo per cosa? Perché uomini che in tempo di pace per lo più sono comparse assoggettate, impossibilitati a mutare il loro stato sociale, devono vivere nel terrore, debbono violare il proprio animo naturalmente pacifico per uccidere dei propri simili? Lo fanno per la patria, almeno ufficialmente, per vendicare un onore offeso, ma queste risposte, giustamente, non sono altro che la vuota retorica che viene inculata alle truppe con la cieca obbedienza, con il progressivo appiattimento della personalità, condizione indispensabile per poter diventare carne da macello. E allora, a chi giova? Ne beneficiano grandi gruppi industriali per arricchirsi ulteriormente, politici che sognano di restare nella storia, come anche ufficiali ambiziosi che, standosene al sicuro, vagheggiano gloria e promozioni. Di tutto ciò chi combatte e muore non vede nulla e il suo premio è solo quello di poter tornare un giorno a casa finalmente in pace, ma distrutto, sia fisicamente che spiritualmente. Sfruttati nei periodi di non belligeranza, sacrificati spesso inutilmente in una guerra, gli uomini normali, le cui ambizioni sono quelle di arrivare a fine mese con il poco salario e di condividere le gioie della famiglia, in un conflitto non devono più solo fornire la mano d’opera, bensì devono donare interamente se stessi.
Il pensiero di Chevallier può a volte anche non essere condiviso, ma resta il fatto che lui è riuscito a fornire le uniche logiche risposte a non poche domande. Soprattutto si apprezza il suo pragmatismo che rifugge da soluzioni che spesso sono meramente retoriche, così come risulta particolarmente gradita la sottile ironia che in circostanze particolari accompagna la narrazione. Ciò che soprattutto stupisce però è che riflettendo e anche cercando risposte diverse le sue appaiono le uniche plausibili, frutto quindi un’attenta e approfondita disamina dei problemi. Benchè nella produzione di questo autore l’opera più famosa e fortunata sia Clochemerie , La paura appare di rilevante interesse e valore e si può dire che costituisca un unicum nell’ambito della narrativa sulla Grande Guerra, anche se la sua valenza può essere estesa a qualsiasi conflitto.
Lo stile è piacevole, anche se non particolarmente sobrio, e la vita in trincea è descritta con mano felice; alla piacevolezza tuttavia nuoce una certa propensione a dilungarsi, una marcata verbosità e ripetitività che si accompagna alle riflessioni. Questo non è un elemento negativo  tale da inficiare l’elevato valore dell’opera, però di fatto impedisce di gridare al capolavoro, di mettere La paura sullo stesso piedistallo di Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque. È anche la sua natura ibrida, a metà fra romanzo e saggio, che finisce con l’avere il suo peso, ma ciò non toglie che ci si trovi di fronte a qualche cosa di mai letto prima e che alla fine dei conti ci si senta comunque appagati.
Da leggere, ovviamente.

  
Gabriel Chevallier (3 maggio 1895 – 6 aprile 1969) ha partecipato alla Prima guerra mondiale. Finito il conflitto svolge lavori di diverso genere e nel 1925 si dedica alla scrittura; con Clochemerle, pubblicato nel 1934 raggiunge il successo. Del 1930 è La paura, frutto delle sue esperienze di guerra sul fronte occidentale.

Recensione di Renzo Montagnoli