martedì 14 novembre 2017

Lendinara, l’Atene del Polesine, di Renzo Montagnoli




Lendinara, l’Atene del Polesine
di Renzo Montagnoli




Il Polesine è una zona che corrisponde all’incirca alla provincia di Rovigo, racchiusa fra due grandi corsi d’acqua, il Po e l’Adige. Benché presenti note caratteristiche di interesse, soprattutto per quanto concerne le architetture di non suoi pochi centri, è scarsamente conosciuto, nel senso che non attira la moltitudine di turisti che invece affluiscono nella confinante provincia di Ferrara. Quali siano i motivi di questo suo quasi isolamento non sono del tutto noti, ma certo il fatto d’essere considerato una terra paludosa, soggetta più di altre alle alluvioni del Po, contribuisce non poco a renderlo poco appetibile, anche se le bonifiche che sono state fatte hanno risanato gran parte del territorio, in cui ancora esiste il flagello delle zanzare, anche se, a differenza di un passato non molto lontano, la malaria appare definitivamente debellata. Eppure, come ho dianzi scritto, motivi per una visita non mancano, perché ci sono dei paesi che hanno un loro riflesso culturale per nulla disprezzabile e uno di questi è Lendinara.
Distante 16 chilometri dal capoluogo di provincia Rovigo conta all’incirca 12.000 abitanti ed è divisa in due dal fiume Adigetto. Fin dal XVIII secolo gode dell’appellativo di Atene del Polesine per i tesori artistici che la caratterizzano. Ed è di questi che conviene parlare, tralasciando volutamente le attività produttive che, se pur di non rilevanti dimensioni, sono tuttavia presenti.
Sull’ampia e bella piazza centrale, dove svetta una colonna con in cima il Leone di San Marco (questo un tempo era territorio della Serenissima) si affacciano il Palazzo Comunale, eretto dagli Estensi nel XIV secolo e ora sede del Municipio (all’interno è possibile ammirare nella sala canoziana una grata monacale lignea a intaglio e traforo, risalente al 1447, e realizzata in stile gotico dai famosi fratelli lendinaresi Lorenzo e Cristoforo Canozi) e la Torre dell’orologio, un tempo uno degli ingressi del borgo, successivamente trasformata in torre campanaria e dotata di orologio solo nel XVII secolo. 




Peraltro Lendinara è ricca di testimonianze architettoniche come il Palazzo Pretorio, uno dei più antichi del polesine, il bel palazzo Ca’ Dolfin – Marchiori, eretto nel XVI secolo su progetto di Vincenzo Scamozzi, allievo del Palladio, i palazzi Malmignati-Boldrin (prima metà del XVI secolo), Cattaneo (pure XVI secolo), Malmignati (sorge sulla riva destra dell’Adigetto e risale al XVIII secolo), Perolari-Malmignati (si affaccia anch’esso sulla riva destra dell’Adigetto ed è stato edificato nel XVI secolo), il Teatro Ballarin, eretto nel XV secolo dagli Estensi con lo scopo di farne un magazzino di granaglie, trasformato in teatro solo nel XIX secolo.


Queste sono le architetture civili di maggior risalto, ma non mancano quelle religiose e fra queste mi corre l’obbligo di dire due parole sul Santuario della Beata Vergine del Pilastrello, santuario mariano che fu edificato nel 1576 a seguito di numerosi eventi miracolosi avvenuti negli anni precedenti del secolo stesso, legati all’acqua di una fonte con grandi poteri taumaturgici e che poi venne anche deviata all’interno della chiesa, dove si trovano numerosi affreschi e tele e fra queste un pregiato lavoro di Jacopo e Domenico Robusti, rispettivamente padre e figlio, di cui il più noto è il primo, senz’altro più conosciuto con l’appellativo di Tintoretto.


Il duomo di Lendinara è la Chiesa di Santa Sofia, costruita nel lontano 1070, ma successivamente ampliata più volte; a fianco si erge la torre campanaria, realizzata fra il 1797 e il 1857, che, con i suoi 92,5 metri è una delle più alte d’Italia.


Pregevole è poi la Chiesa di Santa Maria e Sant’Anna, edificata nel 1433 e che all’interno presenta un’interessante tela di Andrea Vicentino.


Esistono poi altri edifici religiosi, a mio avviso, validi, ma di minor interesse e sui quali pertanto non mi soffermo.


C’è poi qualche cosa che non è esattamente identificabile, ma che è frutto di un insieme di opere d’arte, di natura (l’Adigetto ha un suo particolare carisma), di gente, di negozi, di ciottolati, che fanno respirare un’aria d’altri tempi, quella magica atmosfera che si incontra in tanti borghi italiani e che è la chiave del loro successo. Sì, credo proprio che l’appellativo di Atene del Polesine sia meritato e che quindi una visita sia raccomandata. Io ci sono stato alcune volte, in occasione della premiazione di un concorso letterario, ideato e ben organizzato da Gloria Venturini, L’arcobaleno della vita, diventato ormai un classico, con la partecipazione di poeti e narratori non solo italiani.
Come arrivare a questa piccola, ma splendida realtà?
Se si usa l’automobile ci sono la Superstrada Transpolesana, una strada regionale e l’autostrada A13 (BO-PD), con uscita a Rovigo.; con il treno c’è la linea Verona – Rovigo, con fermata alla Stazione di Lendinara.
Per il dormire e il mangiare, per maggior completezza e brevità, rimando a questo link del comune di Lendinara:






Autunno, di Danila Oppio





Autunno
di Danila Oppio




S’alza presto all’alba la leggera bruma
Che al suo apparire tutt’intorno s’abbruna.
Il pallido sole, al far del giorno appare,
e la densa foschia solleva e scompare.


Le foglie ingiallite dalla lieve brezza
Ondeggiano tremule alla sua carezza.
E il rosseggiare del pruno e dell’acacia
Sono timide bimbe, che sole bacia.


Verso sera, cade una sottile pioggia
da nuvole strizzate che il cielo sfoggia
tali fossero bianchi panni da sciacquare
la terra potranno così dissetare.


Castagne e marroni rosolati al forno
Sono deliziosi doni in questo giorno
d’autunno, e bei grappoli d’uva dorati
dal dolce gusto soddisfano i palati.


Rinnova la natura a ogni stagione
E offre quel che produce e con ragione
Coi primi freddi bisogna ben mangiare
Alle calorie non si può rinunciare.


Benvenuto autunno, con le calde sciarpe
per riparare la gola, e calzar le scarpe
più pesanti per tenere i piedi al caldo
a fronteggiare il primo freddo spavaldo.

La musica di sottofondo:




Il giardino di Monet, di Maria Attanasio




Il giardino di Monet
di Maria Attanasio



Vorrei portarti nel giardino di Monet
solo per farti respirare l’aria limpida di neve,
per lasciarti vivere lì a stagione
mese dopo mese, ricominciare seguendo il seme
che diventa fiore, aspettando la gazza
e il suo richiamo da ladra,
guardando i cerchi sull’acqua tra le ninfee
e morire così, perché alla fine si deve.


La musica di sottofondo:

La luce, di Renzo Montagnoli




La luce
di Renzo Montagnoli




Una luce che non vedi
se non come un tenue chiarore
il caldo seno di una mamma
mani femminili nei capelli
gioie che quasi non rammenti
il dolore di troppe dipartite
fra memorie e oblii non voluti
si dipana una vita
ed è ancora una luce
che ti accompagna
un barlume che lento
si spegne
sfuggendo a ogni logica.


Da La pietà


La musica di sottofondo:












Ti cerco, di Tinti Baldini




Ti cerco
di Tinti Baldini




Ti cerco
tra le canne del nostro lago
tra le foglie del tasso in giardino
tra i nidi di rondinini
tra le canzoni sullo spartito
Nei mucchi di foto
ormai ingiallite
tra Mozart e Bach
tra le mie rughe
e i capelli bianchi
negli occhi color the
dei nostri piccoli amori
ma non sempre ti trovo
se non velato e sopito
amore mio

La musica di sottofondo:






Butcher’s Crossing, di John Williams





Butcher’s Crossing
di John Williams
Traduzione di Stefano Tummolini
Fazi Editore
Narrativa romanzo
Pagg. 360
ISBN 9788864112817
Prezzo Euro 17,50






C’era una volta il West






John Williams ha la straordinaria capacità di stupire il lettore, con una prosa, tanto dissimile nel suo sviluppo, quanto uguale nei suoi intenti; in ogni suo romanzo parla dell’essere umano, nella sua naturale incompletezza e nel senso che cerca di dare alla sua esistenza. Che sia l’anonimo insegnante Stoner, o l’uomo più potente del mondo, l’imperatore Augusto, in ogni caso ci troviamo di fronte a esseri che vengono dall’oscurità per brillare nella migliore delle ipotesi per qualche istante e che infine ritornano nell’oscurità. Tutto è fatuo, nulla è durevole, la caducità ci è propria e possiamo solo vivere di sogni che il più delle volte finiscono con il trasformarsi in incubi, come accade a Schneider, a Miller, a Hoge, a McDonald, quattro dei personaggi di Butcher’s Crossing, spalle del protagonista Will Andrews, un giovane di buona famiglia, che lascia l’università e che si spinge all’ovest alla ricerca del suo destino. Approderà a Butcher’s Crossing, questo misero villaggio polveroso, e parteciperà al sogno collettivo di abbattere una mandria gigantesca di bisonti. Partono in quattro (Schneider, Miller, Hoge e Andrews) e tornano in tre, dopo che il loro sogno si è trasformato in incubo per ritrovarsi di nuovo in quella fogna di paese, sconfitti tutti, anche McDonald, tranne Andrews che considera l’esperienza una tappa del suo continuo pellegrinaggio. Il mercato delle pelli di bisonte è crollato, la ferrovia che doveva passare per il villaggio transiterà a una cinquantina di chilometri dallo stesso, tutto appare finito e superato, in una luce crepuscolare che incornicia gli ultimi giorni di un’epoca e di un’epopea. C’era una volta il West, terre libere, selvagge, battute dal vento e dal sole, calpestate da mandrie di bisonti e dagli stivali di uomini pronti a giocarsi tutto per alimentare un sogno, c’era, ma tutto sta cambiando e così anche quel mondo, che più non ritornerà.
Romanzo caratterizzato da una vena malinconica e pessimista, Butcher’s Crossing si chiude in modo enigmatico, con il giovane Andrews che riprende il suo cammino, senza sapere dove andrà, anche se in cuor suo sa che sta procedendo alla ricerca di se stesso. Opera dai ritmi lenti, anche dove forse dovrebbero essere accelerati, come nel caso della carica dei bisonti, si fa apprezzare anche per la grande abilità con cui l’autore è riuscito a ricreare l’ambiente e l’atmosfera, al punto che le pagine poco a poco si fanno immagini in movimento, tanto che si ha netta la sensazione di essere presenti nella valle solitaria dei bisonti, sotto la neve che cade impietosa, fra quegli uomini che invano cercano di dare un senso alla loro vita, alle spalle di Miller che implacabile con il suo fucile stende i grossi mammiferi, in preda a un’ansia corrosiva che lo fa assomigliare al capitano Achab di Moby Dick. Ma forse è inutile cercare di dare un senso alla nostra vita, perché tutto è già stato scritto nel libro del destino, anche che quegli uomini sono le ombre ormai di un mondo che scompare.
Imperdibile.


John Williams (Clarksville, 1922 – Fayetteville, 1994)
Romanziere, poeta e accademico statunitense, dopo la Seconda guerra mondiale, alla quale prende parte in qualità di sergente dell’aeronautica in India e in Birmania, studia all’Università di Denver. In questo perdio pubblica i suoi primi lavori: il romanzo Nothing But the Night (1948) e il libro di poesie The Broken Landscape (1949), che sarà seguito nel 1965 da una seconda raccolta: The Necessary Lie. Nel 1954 ottiene il dottorato di ricerca in letteratura inglese all’Università del Missouri e, nel 1955, torna all’Università di Denver come docente di scrittura creativa. Nel 1960 pubblica il suo secondo romanzo Butcher’s Crossing, seguito nel 1965 dal celebrato Stoner. ha curato le antologie English Renaissance Poetry (1963). Ha fondato e diretto fino al 1970 la rivista «University of Denver Quarterly». Muore nel 1994, lasciando incompiuto il suo quinto romanzo, The Sleep of Reason.


Renzo Montagnoli


Canne al vento, di Grazia Deledda




Canne al vento – Grazia Deledda – Garzanti Libri – Pagg. XXVIII – 215 – ISBN 9788811365518 - Euro 9,00


Siamo canne, e la sorte è il vento”


Non so se “Canne al vento” possa essere considerato il capolavoro assoluto di Grazia Deledda - come la particolare fama di quest’opera induce facilmente a pensare - dal momento che, tra romanzi e novelle, finora ho letto purtroppo soltanto una minima parte della a dir poco vasta produzione letteraria della scrittrice nuorese. Obiettivamente, il romanzo non manca di nulla che gli neghi l’etichetta appunto di capolavoro né, mi sento di dire, sfigura tra le opere dei nostri più grandi autori di fine Ottocento e primo Novecento.
Se “La madre” mi aveva indignata per il finale con il quale si conclude, se “Cosima” mi aveva incantata per lo “strano senso di sogno” che a tratti lo pervade, “Canne al vento” mi lascia ora un senso di inquietudine e smarrimento difficile da spiegare. Eppure anche qui ci sarebbe da indignarsi (per il giovane e scapestrato Giacinto che, a causa del suo comportamento, si sarebbe meritato di essere rispedito dall’isola al continente a suon di calci nel sedere; per donna Noemi che, al fine di fuggire dai sentimenti e dalla rovina economica, si rassegna infine a sposare chi non avrebbe mai voluto), anche qui ci sarebbe da incantarsi (davanti alle immagini di terra e cielo che si fondono in poetiche cornici dell’anima)… Ma l’incanto e l’indignazione del lettore sono sopraffatti da un intenso pathos che non viene meno neppure nelle ultime pagine, dal peso del destino che appare ineluttabile e contro cui è impossibile lottare, dal fruscio del vento che serpeggia indifferente nel canneto.
Siamo canne, sentenzia la penna deleddiana per bocca del vecchio servo Efix, e la nostra sorte è il vento: è l’essenza del romanzo, il messaggio cardine attorno a cui si svolge la vicenda narrata. Mi ha riportato alla mente l’immagine del giunco di Blaise Pascal: “L’uomo non è che un giunco, il più debole della natura”, quindi soggetto a tutte le intemperie dell’esistenza, caduco per sua propria condizione. Solo che, aggiunge il filosofo francese, “è un giunco pensante” e ciò implica un margine di meriti (e demeriti) personali sulla strada sia pur segnata del nostro destino. Del resto, lo stesso Efix, quando decide di recarsi al mulino per parlare con Giacinto, non pensa e agisce di conseguenza per cercare di risolvere una situazione in apparenza già decretata dalla sorte? E, sempre lui, non sceglie forse di ritornare al paese dalle sue nobildonne decadute, sebbene il suo destino gravato dal fardello di un’antica colpa non l’abbia guidato nel frattempo sulla via della penitenza tramutandolo in un mendicante errabondo?
“Canne al vento” non si limita però a questo: pubblicato nel 1913, esso è anche un romanzo che, tra fatalismo e rassegnazione, tabù e colpe da espiare usque ad mortem, fotografa la realtà sociale dell’epoca attraverso i colori inquieti dell’incontro-scontro tra vecchio che ristagna e imputridisce e nuovo che erompe e avanza con energica vitalità, magari facendosi largo a gomitate. È la novella società dei poveri arricchiti, mercanti e usurai come il Milese e Kallina, mentre ciò che resta dell’antica nobiltà di sangue si gioca a carte la propria dignità o si arrocca sdegnoso in palazzi che cadono a pezzi di giorno in giorno, proprio come le dame Pintor ridotte ormai a praticare ignominioso commercio di verdure pressoché di nascosto; persino il matrimonio di un servo figlio di servi con un rampollo sia pur squattrinato della ex aristocrazia terriera è una palese rottura delle antiche e silenti consuetudini che imponevano a ciascuno di stare se non con i propri pari.
Una lettura che fa male e molto riflettere. E questo perché il senso della vita, che sia dentro o fuori delle pagine di un romanzo, continua a essere il più grande mistero che non ci è dato comprendere.


Laura Vargiu


La luna e i falò, di Cesare Pavese



La luna e i falò – Cesare Pavese - Einaudi – Pagg. 246 – ISBN 9788806219383 - Euro 12,00




Sono tornato: tutto è cambiato, tutto è uguale




Pavese, uomo delle Langhe, racconta nel suo secondo romanzo, edito nel 1950, il ritorno di un uomo delle Langhe, il ritorno di un girovago bastardo che cerca ancora la sua identità. È la storia di Anguilla, nato e cresciuto nelle Langhe e io narrante di questo testo. La sua identità è costruita sul suo vissuto, lui sa solo di essere stato un bimbo senza famiglia, allevato poi da contadini in cambio di un sussidio, per proseguire la sua crescita, dopo la morte del padre adottivo, come garzone presso un’altra cascina. Ha dunque una storia e si è gradualmente creato un’identità, torna dall’America, deluso e amareggiato, sperando di ritrovare ciò che il suo ricordo ha cristallizzato. Ma la vita è fugace, pur essendo nelle Langhe tutto uguale, alla fine niente è uguale. Le persone, i luoghi, gli eventi sono altri. È terminata la guerra e la terra restituisce ancora i cadaveri dei tedeschi sepolti, su nelle colline. La lotta partigiana ha segnato territorio e persone, la fame ancora di più. Per alcuni lui non è più il bastardo da prendere in giro, qualcuno nemmeno si ricorda più di lui ed egli vive un senso di infinito sconforto nel mancato riallineamento del ricordo con la realtà. Lui ricorda tutto: la cascina Gaminella, la Mora, le sue tre padroncine delle quali narrerà l’infausto destino. Perfino Nuto, il suo caro amico, è diverso. Sparita l’aura mitica, è uomo fatto , non più il ragazzo grande mitizzato dal più piccolo. Tutto delude e incupisce nella terra della luna e dei falò, nei luoghi dove ancora le credenze popolari hanno diritto di esistere anche se qualcuno le taccia di superstizione. Avvicinandosi il momento di lasciare la probabile terra natia (neanche di questo ha in fondo certezza), Anguilla può solo rimettersi al suo destino, quello che per lo meno gli permette di aiutare Cinto, il piccolo nuovo Anguilla confinato nella disgrazia della sua misera vita. È un romanzo diretto, crudo, reale che riassume la poetica dell’autore: componimento di certa matrice autobiografica a esprimere angoscia esistenziale e il difficile “mestiere di vivere”.


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MondoBlog del 14 novembre 2017

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mercoledì 11 ottobre 2017

Amo così tanto il mare, di Carla De Angelis




Amo così tanto il mare
di Carla De Angelis






Amo così tanto il mare
che vedrei azzurra anche la morte
se mi cogliesse mentre nuoto
verso l’altra sponda


da Mi fido del mare (Fara, 2017)

La colonna sonora, celeberrima:



Autunno, di Mariangela De Togni






Autunno
di Mariangela De Togni




Alte cime guardano
con occhi di neve e sole,
ancora alte nella loro brevità
di cielo e arrese,
alla lentezza profumata
dell’autunno.


Da Frammenti di sale (Fara Editore, 2013)

La colonna sonora è ad hoc:




E poi è il silenzio, di Renzo Montagnoli





E poi è il silenzio
di Renzo Montagnoli




Nel caldo del giorno
l’aria immota
il cielo vetrificato
s’alza sommesso
un suono lontano.


Un’unica nota
un la che vibra assai piano
ma poco a poco
nel sole che scende
e lascia il posto alla sera


s’accompagna a un brusio
di insetti notturni
un coro smorzato
di bocche ben chiuse.
Ha un tono costante
quell’unica nota


ora potente
in crescendo di forza
è un canto d’addio
al giorno passato
che si spegne nell’eco
di quell’unico suono.


E poi è il silenzio
le luci ormai spente
la gente che dorme
il buio che in punta di piedi
avvolge ogni cosa.


E’ notte ormai fonda
ognuno riposa
ma lavora la mente
è giunto il momento
per infine sognare.




Da Lungo il cammino


La colonna sonora non poteva che essere questa:




La mia terra, di Vincenzo D’Alessio





La mia terra
di Vincenzo D’Alessio




La mia terra ha capelli
spettinati di donna acerba
faggete colme di aquiloni
siepi al sole.


Acqua che spira da caverne
pendici di castagni neri
noccioli avvinti al laccio
della luna. Fanciulla pura


che spia l’infinito, grave
di rocce sui crinali
secolare nelle chiese
di campagna. Ti amo


quando spremi
i succhi di settembre
come la sorte che segni
nella pace clandestina.





Da 
La valigia del meridionale e altri viaggi (Fara Editore, 2012)


La colonna sonora:






C’era una volta un re, di Marina Pasqualini






C’era una volta un re
di Marina Pasqualini




C’era una volta un re, che aveva vissuto la sua vita nell’agiatezza, ma aveva anche conosciuto periodi di povertà, prima di diventare re. Aveva conosciuto la prigione, ma non quella con le sbarre di ferro, bensì di un tipo ancora più doloroso, che era fatta con i limiti della sua mente. E poi la libertà, che ora gli esplodeva nel petto. Questo re aveva conosciuto tutto e il contrario di tutto, ed un bel giorno, affacciato alla finestra del suo palazzo, si fece una domanda, che lo lasciò interdetto: “Ma io cosa desidero davvero, e soprattutto, ho ancora desideri?”. Allora scavò nella sua mente e nel suo cuore, ma non ne trovò. Era come se un cerchio, alle sue spalle, si fosse chiuso, e lui non sapesse che farsene del tempo che si presentava al suo cospetto e che esigeva di essere vissuto al meglio. Rimase ore a contemplare il cielo, gli alberi, i fili d’erba e gli uccelli che volavano ignari dei suoi pensieri, dei suoi interrogativi. Temette che, se non avesse trovato una risposta, la sua vita futura avrebbe potuto snocciolarsi ed avvolgersi su se stessa, senza un vero scopo, senza sale e senza entusiasmo. Non era né triste né felice. Esisteva e basta, in quei lunghi momenti in cui si chiedeva: “Se mi chiedessero di esprimere ora un desiderio, anche il più improbabile, non saprei che dire” E questa cosa gli sembrava davvero molto grave. Ma niente, il tempo passava, quello strano giorno che aveva tutta l’aria di una resa dei conti, di un inventario, e nessuna ipotesi gli si affacciava alla mente. Poi, all’improvviso, si accorse che sì, un desiderio ce l’aveva, ed era quello di desiderare. Si vestì allora con abiti dimessi, liquidò le guardie, e si diresse fra la sua gente. Era giorno di mercato, i colori, i suoni e i profumi erano accesi, e parlavano di vita. E si mise ad osservare…C’erano i venditori che a squarciagola chiamavano probabili clienti, desiderando vendere loro le loro mercanzie. C’erano dei poveri che desideravano ricevere elemosine. C’erano bambini che per il solo fatto di esserlo, bambini, erano già felici. E il re si ritrovò a sorridere, contagiato da tale e tanta semplicità. Come invidiava i suoi sudditi, in quel momento, avrebbe quasi voluto essere uno di loro, per essere pervaso dal fuoco del desiderio, che in lui pareva ormai spento. A sera, il re dovette tornare nel suo palazzo, i suoi doveri lo reclamavano. Ma quella notte non chiuse occhio o, se lo fece per brevi momenti, sognò il mercato con le sue luci e il suo vociare, e si vide là in mezzo, uno dei tanti. Passarono i giorni ma il re non potè mai scordare le sensazioni provate in mezzo alla sua gente semplice. Si immaginò il resto della sua vita in mezzo agli agi, ai suoi cortigiani ben vestiti, alle sue suppellettili d’oro. Si chiese se mai qualcuno lo avesse amato e rispettato per il solo fatto di essere lui, e non un re da temere e osannare. Ma questo non avrebbe mai potuto saperlo, se lì fosse rimasto. Scrisse una lettera, quella notte, ove annunciò di voler abdicare, raccolse pochi abiti e pochi denari, e lasciò il palazzo reale. La sua vita senza desideri gli stava ormai stretta, e sentiva che era priva di senso. Lo aspettava un futuro incerto, ma nel preciso istante in cui si incamminava verso la sua nuova vita, sentì come uno sfarfallio d’ali in pectore: il fuoco nel camino del suo cuore si stava riattizzando e la sua età sembrò non avere età. Lo attendeva la leggerezza dell’imprevisto. E divenne finalmente re, sovrano della sua vita.






Con la veletta sugli occhi, di massimolegnani





Con la veletta sugli occhi
di massimolegnani




Amavo in lei il furore e il distacco nel piacere, i gusti raffinati, la smania di tormentarsi l’anima e quell’acquietarsi improvviso in un equilibrio raro. Amavo il suo infuocarsi in una partigianeria smaccata, lo scegliere d’impulso il lato su cui stare e quel suo starci poi con convinzione fino al prossimo tormento dello spirito. Amavo l’eleganza dei suoi gesti erotici, le serissime invenzioni dell’istinto, e soprattutto amavo il suo pudore nascosto sotto una sfrontatezza in crosta. Amavo il modo strano del suo amore e la sua rabbia quando ero troppo tiepido. 
Sì, amavo in lei tutto ciò che mi era differente, l’incolmabile distanza dal mio mondo: io, previdente e prevedibile, non facevo un passo che non fosse ponderato, lei che se la guardavi camminare accanto a te, non potevi indovinare il passo successivo. 
Lei una specie di ossimoro, io una frase correttamente piatta. 
Come poteva durare? Ma soprattutto come era potuta cominciare? 
Ancora mi stupisco. 
Quella sera, nel caos di una festa a casa di amici comuni, l’avevo persa quasi subito di vista. La ritrovai in terrazza che beveva vino bianco al buio. Era vestita in modo eccentrico. Per rompere il ghiaccio feci una battuta, quegli scarponcini di vernice nera su una gonna lunga e vaporosa erano un contrasto davvero eccessivo. Lei senza voltarsi mi sibilò un Piantala secco e definitivo. Non mi offesi e per puntiglio restai lì al suo fianco senza ribattere. Mi appoggiai anch’io alla balaustra e per un tempo lungo ci spartimmo il silenzio e lo sguardo sperso sulle luci delle macchine che lontane risalivano la valle. 
Quando finalmente i nostri occhi s’incrociarono, in un soffio caldo mi disse Portami via di qua. Ce la filammo mano nella mano, scendendo le scale a balzelloni, improvvisamente allegri. 
Si fece loquace nel nostro peregrinare insoddisfatti da un luogo all’altro. L’ascoltavo volentieri raccontarmi, seduti in un locale di quart’ordine, la delusione dell’esame d’italiano alla maturità, come fosse accaduto ieri e non vent’anni prima, e poi spiegarmi la posizione delle stelle mentre eravamo sdraiati sull’erba a San Michele. Tentai di baciarla ma lei mi disse un no tranquillo, riprendendo a parlarmi di Sirio e Orione. Rinunciai ad altre iniziative e mi adeguai al ritmo della notte scandito dalle sue parole e dai suoi silenzi. 
Però non mi sorpresi quando mi disse “Andiamo a casa mia, come fosse l’unica cosa logica da fare. 
Eravamo già nudi, quando lei si staccò da me e sparì in un’altra stanza. Riapparve poco dopo con un cappello in testa dalla foggia antiquata, di quelli minuti e tondi come una ciambella che qualcuno ancora usa ai matrimoni. 
Nuda, con il cappello in testa, poteva sembrare ridicola, ma io non risi. Intuivo una serietà speciale in quell’incedere solenne. Senza parlare risalì dai miei piedi come fosse fiume il mio corpo e lei il salmone che ritorna. 
A cavalcioni su di me abbassò lentamente la veletta sul viso. 
Perchè? le chiesi dispiaciuto.
Mi rispose con dolcezza: I miei occhi, la mia bocca, troppa timidezza, non reggerebbero il tuo sguardo. 
E mi amò in un silenzio rotto unicamente dai miei gemiti stupiti.


Un pezzo di vita, di Gavino Puggioni





Un pezzo di vita
di Gavino Puggioni




Da bambino abitavo nella mia Finagliosu, uno stazzo situato nell'entroterra fra Stintino e l'Argentiera, non distante da Porto-Torres, l'antica Turris Libisonis di epoca romana.
Quel posto era ed è stato il paradiso della mia infanzia, perduta, ahimè! e ritrovata assai dopo, in quella memoria, mia e nostra, che ha milioni di megabyte che sono ancora, scientificamente, da scoprire.
Di quel paradiso ho ricordi nitidi anche di persone che cercavano di arrivarvi, non tutte buone...molti cattivi, molti maligni, pure raccomandati, per fare i custodi di greggi o per costruire un pozzo o, alla fine, per una semplice battuta di caccia e non solo al cinghiale.
Ma io, da bambino, di queste cose non sapevo niente, credevo di vivere la terra, dentro la terra, quella vera, fatta anche di fango, quello naturale, quello che, a volte, mi sporcava irrimediabilmente le scarpine pulite che si calzavano una volta alla settimana per andare alla Messa domenicale, nella chiesa di San Costantino, a La Pedraia, distante un paio di chilometri, percorsi sempre a piedi, col sole o la pioggia, ai margini di un campo di grano o avena, subito dopo riparato da un tranquillo boschetto di ulivi, oleandri, piante di mirto e querce secolari.
E il cielo sopra, grigio, azzurro o come Lui voleva, mi diceva nonna Feffa che di tempo e di nuvole se ne intendeva, altro che Bernacca!
A qualche chilometro di distanza c'era la miniera di Canaglia, solo ferro, e dopo, ancora, adagiato verso il mare, l'antichissimo borgo dell'Argentiera, miniera di blenda e argento, adesso residuato archeo-industriale, in cerca di altra luce che spero venga a risplendere assai presto.
Ricordi? Certo e anche ricordi bambini perché tali si era in quella natura ancora incontaminata dove nonna Feffa, gli anziani e babbo, seppur giovane, erano i fari sempre accesi, per una vita, la mia, la nostra, per tante vite che si stavano aprendo alla terra, quella terra dalla quale, pochi anni più avanti, avremmo dovuto “fuggire” per colpa del...Fato avverso, oggi presente ma sempre latente.
Ho vissuto in quello stazzo gli ultimi anni di quel “fascio” di vita, non ho e non abbiamo patito la fame, la sete e la miseria di quella guerra, nemmeno persecuzioni. Semmai, tutto il contrario, in quell'oasi, e non era la sola, poiché la campagna era fertile e donava i suoi frutti, era coltivata nel rispetto delle stagioni, popolata da tanti contadini che l'amavano e la rispettavano e babbo era uno di quelli, orgoglioso del proprio lavoro e di donare ad altri quel che loro veniva piano piano a mancare.
Entrambe le miniere, quella di Canaglia e dell'Argentiera, lo venni a sapere dopo, erano obiettivi possibili per bombardamenti nemici, come d'altronde l'Asinara e il porto commerciale di Porto-Torres, e questo per togliere ricchezza che produceva, oltretutto, anche estrema miseria umana, regalata a quegli operai per lavorare ed esserne anche degni e fieri... (lasciamo perdere, per carità!..)
E allora succedeva che, da quelle miniere, due o tre volte alla settimana, forse di più, non ricordo bene, ora, partiva “l'allarme”, sibili prolungati di sirene (mai odissee!) che creavano il massimo panico fra gli adulti perché tutti si aspettavano bombardamenti a raffica, esplosioni e distruzioni di quel poco che esisteva ma che era tantissimo per noi.
L'allarme durava una trentina di minuti durante i quali babbo, mamma, nonna e tutti gli altri si andava di corsa verso una collinetta vicina, alla cui base c'era e c'è ancora una grande grotta di roccia granitica, chiamata “la curona di ri faddhi”, domus de ianas di allora, (la corona delle fate) e là, dentro, decine e decine di persone si rifugiavano, in attesa di quegli eventi tragici che grazie al cielo non sono mai avvenuti. Solo paura, terrore, spavento, anche se a noi, bambini, niente sembrava stesse accadendo se non l'incanto e la meraviglia di vedere tante persone, lì radunate, a guardarsi in faccia, chi a parlare, chi a pregare e si vedeva anche qualche rosario sgranellato da fragili dita di altre nonne assieme alla mia che l'aveva sempre in tasca del grembiule da cucina.
Qualche tartaruga si avvicinava alla grotta, girava tra di noi, non aveva paura, brucava steli verdi e teneri assieme agli amici passerotti mentre alcuni cani, Fido, Nerone, Mani Bianca, ci facevano da guardia ma non capivamo da chi.
Quando l'ultimo dei tre sibili di sirena cessava di farsi sentire, un boato di voci, un battimani all'unisono, quasi una liberazione, gli occhi puntati al cielo terso e...via!, tutti fuori da quella grotta, pacche sulle spalle, qualche abbraccio, perfino lacrime da occhi di coloro che in quella guerra avevano già perso un padre, un fratello, un amico.
E allora, noi bambini, di nuovo liberi, incontrollati in quella campagna, giù nel sentiero che portava fino a casa, fino al patio grande dove svettava il mio olmo, un gigante della natura, vecchio di oltre cent'anni, testimone di altre vite ed ora della nostra, della mia, rimasta nella sua ombra per sempre.