domenica 27 maggio 2012

Chi è veramente contro la mafia applica la meritocrazia e ricerca la cultura letteraria ogni giorno, chi non lo fa deve essere considerato moralmente un legittimatore della violenza e della mafia, di Sergio Sozi

                                                                     Foto da web

Chi è veramente contro la mafia applica la meritocrazia e ricerca la cultura letteraria ogni giorno, chi non lo fa deve essere considerato moralmente un legittimatore della violenza e della mafia

di Sergio Sozi





Il 23 maggio 2012 ricorre il ventesimo anniversario dell'assassinio di Giovanni Falcone. In questi giorni dobbiamo, anche, soffrire di un attentato – vile e sanguinario – contro dei poveri studenti di una scuola superiore brindisina. È quindi con profonda rabbia e indignazione che mi trovo a scrivere il presente testo: indignazione e rabbia rivolte però, si badi bene, non solamente a coloro che – privi di qualsiasi qualità morale – abbiano compiuto tali atti anticristiani, bensí a quanti nella quotidianità abbiano facilitato e facilitino tuttora l'operare di tali vili assassini con la propria condotta in seno alla società italiana – la società italiana tutta: dalle Alpi a Sicilia, passando per la Sardegna.

E parlando di ''condotta'' non vorrei ora restare sul generico, ma indicare, stigmatizzare con forza quella degli italiani che, rafforzando il disagio della popolazione, soprattutto la piú giovane, proseguano ad operare nella nostra Nazione adottando criteri di tipo clientelare, amicale e/o egoistico, o, e questo è ancor peggio, a sfruttare il lavoro di cittadini competenti sottopagandoli o facendoli lavorare ''legalmente in nero'' (è il caso dei poveri stagisti, maltrattati ovunque e neanche pagati: roba da terzo mondo). E non parlo soltanto di queste persone, ma anche di chi non voglia ancora capire che la cultura letteraria, quella ''dei libri'', deve essere il fondamento della nostra Patria e della nostra democrazia: perché costoro, legittimando l'ignoranza, legittimano direttamente la forza, l'arbitrio e la violenza dei disonesti tutti. Studiare la filosofia, la letteratura e il latino è lavorare contro la violenza e la sopraffazione, sappiatelo. È merito grande che andrebbe riconosciuto e finanziato monetariamente dal Paese tutto! Chi studia seriamente la Storia della Letteratura Italiana aiuta l'Italia, mentre gli illetterati sono dei semicittadini che fanno danni al Paese, soprattutto se pubblicano libri, soprattutto!

Un Paese fondato sull'autoreferenzialità di ogni cittadino, sulle conoscenze personali, sulla parentela, sull'ignoranza della cultura umanistica nazionale, sullo sfruttamento dei neolaureati e non sul merito e sul sapere letterario è un Paese perduto, mafioso sin dalle radici. E questa mafiosità di base si esprime poi, platealmente, in quelle organizzazioni che mettono bombe, spacciano droga e sparano ai loro oppositori.

Sta a dire che la violenza, sia quella meditata e progettata che quella che scaturisce dal disagio sociale, dalla disoccupazione, dal senso di impotenza e dalla profonda iniquità – evidenti oggi piú che mai nella nostra società – dipendono essenzialmente da una malattia che, finalmente, andrebbe estirpata: tale malattia è l'assenza di meritocrazia e di cultura letteraria nella vita quotidiana degli italiani: due bacilli coinquilini nella stessa pestilenza.

L'assenza di meritocrazia è il cancro che porta i migliori italiani ad emigrare ancora nel 2012, è la terribile molla da cui si lanciano nei vostri cuori tonnellate di frustrazione per le condizioni lavorative che dovete accettare – per di piú in occupazioni che non vi piacciono per niente! – e, anche, l'assenza di meritocrazia, ma sul versante letterario, è quella che permette agli editori a proprie spese di lucrare sugli autori che li pagano! Degli imprenditori che si fanno pagare dai dipendenti, assurdo no? Assurdo piú ancora degli stagisti sfruttati gratis o degli apprendisti laureati che lavorano anni presso studi avvocatizi o notarili senza prendere altro che microstipendi da fame, che impediscono loro di metter su famiglia o vivere da soli.

Ma perché, mi chiederà qualcuno, prendersela con gli editori a proprie spese? Giusto. Serve approfondire. In effetti io me la sto prendendo con loro non in quanto causa, ma in quanto effetto della situazione italiana attuale. Dunque vediamo, abbiate un po' di pazienza e favorite seguire l'itinerario sin dal principio: la clientelare e illetterata pazzia della nostra editoria sarà ottimamente calzante per esemplificare il resto della diffusa disfunzionalità italiana. L'Italia: un organismo amaramente e violentemente disarmonico.

Allora. Cosa produce in Italia questa anomalia europea delle migliaia di libri pubblicati, ogni anno, a spese degli autori (i quali in Europa generalmente vengono pagati)? Principalmente due fattori:

1) La convinzione, in chiunque scriva per diletto, di essere comunque meritevole di pubblicazione.

2) La mancanza di meritocrazia nelle scelte operate dagli editori seri – grandi, medi o piccoli, ma soprattutto i grandi, si sa.

Vediamo insieme i due punti. Il primo punto recita: ognuno si sente meritevole di pubblicazione anche se non legge i testi importanti (per noi storicamente sono quelli medievali: San Francesco, i Siciliani, gli Stilnovisti, Dante, e i prosatori: Boccaccio, eccetera), ignora la Storia della Letteratura e non conosce la grafia, la punteggiatura, la grammatica e la sintassi della lingua letteraria... scrive addirittura poesia spezzando periodi colloquiali o prosastici – ovvero mandando a capo proposizioni o pezzi di proposizioni fa ''poesia'', roba da idioti completi, da poeti della domenica. I prosatori invece si ispirano al montaggio e alle trame cinematografiche, ci dànno giú velocemente e credono di essere ''geni'' come gente da poco quale Coelho, King, l'ultimo Eco, o Zafon. Ecco, costoro, gli scrittorucoli che hanno in testa mettiamo Zafon, sanno che i grandi editori li potranno accettare solo se essi si saranno dimostrati sufficientemente ignoranti della letteratura italiana, sufficientemente ''moderni'' ovvero capaci di prendere le simpatie del pubblico del momento, della moda del momento, della americanata in voga qui ed ora. Cinema e poi cinema, dico, maledizione! Questo è ciò che chiedono i grandi editori! I grandi editori cercano solo il personaggio di moda: che sia di moda perché attore, presentatore televisivo, regista o emulo dello scrittore famoso all'estero, questo non importa... l'importante per gli editori che contano – e che pagano bene gli autori – è che ci sia qualcosa di ''attuale'' in uno scrittore, per poterlo promuovere. E questo è fattore deprimente per gli autori che cerchino di essere professionali: la professionalità di un autore vuol dire essere se stessi, fortemente se stessi, ma obbligatoriamente approfondendo tutto quanto riguardi la letteratura, dalla grammatica alla critica, dalla punteggiatura alla filosofia, dalla metrica alla retorica, la stilistica, la storia letteraria. Il lavoro e la vita in osmosi intima. Il lavoro è lavoro, non scampagnata, gita fuori porta, emulazione, trastullo. Scrivere o è un impegno assiduo o è roba da villeggianti grafomani, non esiste via di mezzo. In realtà, la vita è cosa da approfondire con la letteratura e la letteratura è cosa da approfondire con la vita. E per fare tutto ciò serve tanto tempo, mica solo le domeniche pomeriggio, ed è indispensabile non solo essere originali in senso estetico, ma soprattutto esser capaci di scavare in profondità dentro se stessi: guadagnarsi la propria cittadinanza europea con l'approfondimento delle nostre radici culturali italiano-europee, ovvero leggendo e studiando la letteratura italiana. Invece? Invece in Italia tutto è conoscenza dell'editor, dell'editorone, della moda, ed è cena al ristorante, giro giusto, ammanicamento, convenienza da poveretti senza onore e dignità. Cosa meschina, il successo in Italia, perché non nasce quasi mai dal merito unito alla fatica e all'originalità, dalla lettura, ma dalla congiura di difetti e depravazioni – ed è anche furbizia da poco, ché la furbizia non è una qualità ma una necessità barbarica, animalesca, resa necessaria da un popolo arretrato culturalmente che legge poco e legge robaccia: quella che i grandi gruppi editoriali acquistano in blocco dall'estero e fanno tradurre certi di avere le trentamila copie vendute già in mano.

Dunque, per grazia ricevuta dai colossi editoriali, ecco spadroneggiare ovunque gli editori a proprie spese (veri amplificatori per l'ego dei villeggianti grafomani italici). Questa editoria inutile e negriera sarebbe invece da vietare per legge: pubblichi a proprie spese? Allora ti devi dichiarare ''tipografo'', che la parola ''editore'' è cosa seria, spettante a chi investa del proprio capitale, mica a miserelli come te che il capitale se lo fanno dare dagli scrittori!

Servirebbe, eh sí e presto, una legge che spazzasse via questa marmaglia di furbastri che campano coi soldi degli illetterati pseudo-scrittori, una legge che obbligasse chi non paga gli autori a fare il tipografo e solo il tipografo, ché questo in effetti gli editori a proprie spese sono. Io inoltre stabilirei un approfondito e tosto esame di cultura letteraria anche per chi volesse fare l'editore ''serio'' o volesse lavorarci insieme, cosí sfoltiremmo anche lí tutti quei mezzemaniche di editor irraggiungibili che si applicano solo ai testi di autori ben raccomandati dai dirigenti o da chi per loro ''ai piani alti'' dei castelli grandeditoriali.



Fin qui sull'aspetto letterario della faccenda ''mafia = assenza di merito nella vita italiana''. Ma il merito è concetto ben piú esteso. Il merito è parte della nostra vita profonda, ovverosia è l'aspetto piú importante del nostro esistere e relazionarci col prossimo. Il merito combacia con l'onestà:  l'onestà di dare a chi sa fare le cose la giusta stima, l'adeguata remunerazione ed anche il giusto successo, senza esagerazioni divistiche ma anche senza sfruttamento.

Chi dà a qualcuno un posto di lavoro senza che questi abbia dei meriti oggettivi è un irresponsabile totale e un affossatore dell'Italia quanto chi si sposa senza amare il proprio coniuge è un affossatore della famiglia. E per farsi un idea della scala valoriale necessaria ad elaborare una gerarchia di merito occorre avere dei punti fermi sostanzialmente filosofici (e la filosofia in fondo è tutto: filosofica è la vera letteratura, filosofico è il lavoro sociale, la politica, l'azienda, l'amore, oppure tutto ciò, se non cade nella superficialità egoistica, è religioso, e la religione è niente senza la filosofia come la filosofia è niente senza la religione. Infine va detto che niente di tutto ciò è qualcosa senza l'amore, che va oltre la filosofia e la religione ma non può esistere compiutamente senza queste due).

Occorre amare e studiare, insomma, per fare un'Italia onesta e nonviolenta, amorevole, giusta. Occorre essere amanti, filosofi e uomini di Dio... artisti... anzi ''artigiani artisti'' direi: l'artigianato di qualità (si parli di poesia o di fabbricazione di ghisa è uguale) è ciò che salva un Paese dal tracollo, sia economico che morale, sempre e dovunque. Occorre dunque creare un Paese che sia una grande Tribú Nazionale dove tutti si conoscano e lavorino insieme artigianalmente e con amore reciproco, una Tribú aperta e solidale ma salda nei princípi e basata sulla nonviolenza e la legalità a tutti i costi; un Paese dove l'arte in genere sia una cosa seria e non un circo di serie b, in cui emergono mostri, analfabeti schic e incantatori da strada e dove la gente si ''conosce'' ormai solo via Internet; dove lo Stato non sia piú affidato a quattro eroi e mille furfanti vigliacchi superstipendiati che superstipendiano consulenti esterni e manager pubblici impresentabili; dove l'onestà sia criterio ben definito fondato sull'onore personale davanti alla collettività nazionale; dove la professionalità venga incoraggiata da coloro che possono decidere della carriera altrui (i famigerati Presidentoni, Direttoroni e succedanei che ''non sono mai in ufficio'', e ''non devono render conto a nessuno'', anche se siamo noi a pagarli lí sui loro disertati uffici, come sapete bene); dove i finanziamenti per la Cultura siano il triplo dei ridicoli attuali (un quarto di quelli francesi, dicono i numeri); dove la si pianti di parlare con slogan tipo ''potere ai giovani'' o ''fuori i vecchi dai posti di responsabilità'' ma si mettano al posto giusto le persone adatte, qualsiasi età abbiano; dove non serva ostentare estraneità, costruito snobismo e sciocca superiorità per sentirsi ''qualcuno'', ma si sia se stessi in modo semplice e profondo e si stimi il prossimo come importante ''se stesso'' (magari spesso, anzi, migliore di noi: di me e di te che stai leggendo queste parole).

In conclusione: se noi mettessimo in pratica ogni giorno quanto detto, e molto altro che non posso ora dire per evitare di occupare troppo spazio, ben presto vivremmo molto meglio in Italia, e renderemmo veramente EUROPEO questo nostro Paese violento e ingiusto, questa Nazione senza legge con migliaia di leggi, questo insieme di persone dalla moralità indefinibile e sempre ritrattabile a seconda della convenienza personale... in breve questo Paese mafioso dove il libero arbitrio e la forza individuali o di gruppo (i partiti politici ne sono un esempio) sostituiscono la moralità condivisa e annullano il concetto di cittadinanza.

Ma non definitela rivoluzione, per favore: è solo il coraggio di migliorarsi. Il coraggio che non abbiamo e che dovrebbe sostituire l'eroismo dei Falcone, dei Borsellino e dei tanti poliziotti che si fanno trucidare per colpa nostra.




11 commenti:

  1. Resto a disposizione per discutere con chiunque lo voglia, civilmente e rispettosamente, fare in questo blog.

    Un ringraziamento di cuore al caro Renzo

    Sergio Sozi

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  2. Capisco il momento di crisi economica, comprendo i problemi del terremoto, ma proprio a nessuno interessa quest'articolo? Vogliamo lasciare a disposizione Sozi inutilmente?

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  3. Sergio Sozi non è nuovo a queste considerazioni... che sono, credo, condivisibili.
    Padre Pio usava dire che se ciascuno di noi - genitore, insegnante, giornalista, uomo politico, artigiano... non importa - facesse il proprio dovere, già questa sarebbe una terra di paradiso.
    Purtroppo questo non avviene ed ecco gli sfaceli che ognuno di noi si ritrova davanti agli occhi.
    L'editoria APS è un aspetto del problema: quando si vive in un paese in cui l'incultura e l'ignoranza sono elette a sistema, di cosa stupirsi?
    Io spero ancora nella scuola, negli individui...
    Ieri sera in LUCARELLI RACCONTA stringeva il cuore vedere le vite di cittadini - magistrati, avvocati, finanzieri, poliziotti... - morti solo per aver fatto il proprio dovere.
    Bisogna lottare per la giustizia, la verità e la bellezza.
    Solo questo, consci che si può essere sconfitti.
    Le idee camminaneranno sulle gambe di altri.

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  4. Già, se ognuno facesse il proprio dovere e mi sento di affermare che la maggior parte degli italiani lo fa. Tuttavia, ciò è vanificato dal comportamento della minoranza e in particolare di larga parte della nostra classe politica. Il problema, quindi, è di far sì che chi non lo fa, faccia il proprio dovere. E in ciò è importantissimo l'esempio, che deve venire dall'alto, da chi ci rappresenta. Purtroppo le cose stanno come stanno e credo che l'unica possibilità sia in un ricambio dei nostri parlamentari che, ovviamente, si opporebbero. Non ci resta quindi che fare terra bruciata intorno a loro, che dovranno pagare per le loro malefatte, e non una semplice condanna da scontare ai domiciliari, ma una che sia d'esempio. Per chi non ha mai lavorato e ha sempre rubato un bel po' di anni di lavori forzati sarebbe l'ideale.

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  5. Articolo indubbiamente condivisibile, parole sante, direi!
    Ma, pur a malincuore, (e mi si perdoni la franchezza) lo sento anche un tantino utopico se rapportato all’eterogeneità e imperfezione congenita degli esseri umani (la storia ce lo ricorda continuamente).
    L’importanza della cultura è certo di primaria importanza nella società . Ma è poi sempre lasciato all’individuo, (alla sua coscienza e al suo cuore) il buon uso della stessa.
    Qui ci sarebbero da scrivere fiumi di parole, ma purtroppo me ne manca il tempo, per cui dico come Maria Lucia Riccioli che comunque non bisognerebbe mai stancarsi di lottare per la GIUSTIZIA, LA VERITA’, LA BELLEZZA e aggiungo anche LA PACE.
    Ci vuole CORAGGIO (e uno se non ce l’ha non se lo può dare....), ma, per fortuna, abbiamo avuto degli esempi grandiosi (valgono più delle parole) che vivranno per sempre indelebili nei cuori e nelle menti delle persone che aspirano ad un mondo migliore, quel mondo nel quale (chissà!) la sana utopia forse un giorno potrà trasformarsi in gratificante realtà.
    Cordialmente
    Giovanna Giordani

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  6. Duro e nello stesso tempo appassionato quest'articolo di S. Sozi, tante le sue considerazioni giustamente amare.
    Riguardo alla meritocrazia nell'Italia di oggi questo termine sembra quasi una parolaccia, se davvero le si desse il giusto valore e la si supportasse con coerenza non saremmo a questo punto.
    Essere meritevoli diventa quasi un difetto, qualcosa di cui vergognarsi. Eppure la cultura, la necessità di approfondimento, il piacere della conoscenza si trasformano in un impegno lieve se la spinta viene dall'interno, dall'esigenza di progredire e migliorarsi. Credo che questa esigenza nasca molto presto e soprattutto dal contatto con chi questo piacere sa trasmetterlo perché lo prova personalmente, è una fortuna, una grande possibilità avere insegnanti capaci di farlo.
    Bisogna però dire che questo oggi nella scuola è molto difficile perché è stata derubata di tutto, di aiuti finanziari,di supporti, di stima e apprezzamento. Ma si tratta di un discorso molto lungo...
    S. Sozi parla anche degli scrittori e delle pubblicazioni a pagamento. Credo che chi spedisce dei testi, in versi o in prosa, dovrebbe aspettarsi perlomeno due righe di risposta, perché la correttezza non è mai troppa, fermo restando che il giudizio espresso possa essere positivo o negativo. Un autore non dovrebbe mai pagare perché venga pubblicato, ma poiché parliamo di meritocrazia deve anche saper accettare con serenità un giudizio severo, che deve però essere anche serio.
    Purtroppo siamo ben lontani dall'avere per il merito e la cultura quella considerazione che dimostra il grado di civiltà di un Paese.
    Grazie.
    Piera

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  7. Grazie a Maria Lucia Riccioli, Giovanna Giordani, Renzo e Piera per l'intervento e soprattutto per la condivisione, che mi sembra sia un po' di tutti voi.
    Vorrei solo precisare di non aver parlato di utopia, nell'articolo, ma di una situazione estremamente migliore che basta passare il confine a Ventimiglia per trovarla... nella Francia del 2012, dico, non in ''Alice nel Paese delle Meraviglie''.
    Possibile che, nell'epoca della ''comunicazione globale e obbligatoria'' nessuno sappia che in Francia i finanziamenti pubblici alla cultura sono il quadruplo dei nkosiostri e nessuno li ha tagliati, ripeto nel 2012, neanche Sarkozi, figurarsi Hollande?

    L'utopia vive in Terra. Applichiamola all'Italia.

    Saluti Cari

    Sergio Sozi

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  8. Corrado S. Magro16 giugno 2012 12:13

    Mi identifico al 90 % con Sergio Sozi. BRAVO. Mi viene da aggiungere che quando si supera il livello critco (chiamatelo magari break-even se volete) e i nostri "grandi" ce l'han fatto superare ormai da decenni, ritornare negli argini senza interventi forti nel campo della meritocrazia non dico sia impossibile ma estremamente difficile. La prima cosa sarebbe cancellare dalla propria visione le fasulle "idées de grandeur" che vengono trasformate in "Moloch" omnivoraci pur di dare spazio al proprio super-ego politico, economico o di qualsiasi genere esso sia. Non credo che (solo con un piccolo richiamo) Dante, Goethe o Sakaspeare quando scrissero le loro opere pensavano di renderle immortali, né che Socrate, Platone e la loro filosofia sarebbero stati attuali dopo millenni. Un altro concetto verso il quale resto molto critico è la religione. Qaule religione? E quanto bigottismo è da tollerare? Quale esempio ci hanno dato e ci danno le istituzioni che si arrogano il diritto di essere depositari di una certa verità? In nome di una fede l'uomo è da millenni capace di mandare i suoi simili al rogo o di farne bersaglio del cannone.

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  9. Egregio signor Magro,
    grazie per la condivisione e per l'intervento, del quale pero' non credo di avere colto appieno il senso - specialmente laddove si riferiva ai ''grandi''. Potrebbe esprimersi in maniera piu' estesa e, se possibile, meno criptica? Fin qui, ho capito che anche Lei e' contro l'egocentrismo dei protagonisti della vita pubblica, insomma degli uomini pubblici piu' importanti di noi comuni cittadini per il farsi della Storia, ovvero il farsi delle leggi, dell'economia, eccetera.
    Invece, sulla religione... be'... francamente le Sue critiche mi sembrano un tantino generiche e a senso unico. La religione, almeno quella cristiana diffusa in Italia, a mio avviso, oltretutto, di per se', non manda gente al rogo, semmai salva gente da droga, prostituzione, poverta', eccetera. Oggi e' cosi', mi pare.

    Rimango in attesa di Suo intervento, salutandoLa cordialmente

    Sergio Sozi

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  10. Corrado S. Magro23 giugno 2012 15:44

    Beh la storia non l'ho scritta io.

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  11. Questa sarebbe una risposta, egregio Magro?

    Sozi

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