venerdì 10 febbraio 2012

La fabula bella, di Carlo Bordoni



La fabula bella
Una lettura sociologica
dei Promessi Sposi
di Carlo Bordoni
Presentazione di Enrico Ghidetti
Edizioni Solfanelli
Saggistica
Collana Micromegas
Pagg. 88
ISBN 978-88-7497-744-4
Prezzo € 8,00


Fu vera gloria?


Questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai. “ Questo dice in tono perentorio uno dei bravi di don Rodrigo al pavido Don Abbondio.
La frase è arcinota, tanto che non è stato difficile farla riemergere dal labirinto della mia memoria, anche perché, quando fu letta e commentata a scuola dall’insegnante, mi venne il sospetto che, per quanto il Manzoni fosse andato a risciacquare i panni in Arno,
avesse finito per delineare come autentica lingua italiana, e quindi da essere da tutti utilizzata, quel parlare proprio dei toscani che, nel caso specifico, si estrinseca nell’elisione della i davanti alla h del verbo.
In questo senso le comuni riletture de I promessi sposi sono effettuate o con lo scopo di evidenziare l’aspetto linguistico, oppure di privilegiare quello storico, e, meno frequentemente, con accorta equidistanza, entrambi.
Resta il fatto che mai romanzo italiano ebbe una diffusione come questo e che, per quanto non possa essere considerato popolare, chi più chi meno ne ha avuto sentore, se non altro per il fatto della sua obbligatorietà come testo scolastico.
Però, questa vicenda di un amore ostacolato nella sua realizzazione formale, di questo matrimonio tanto desiderato, ma che per qualcuno non si ha da fare, può essere letta anche in chiave sociologica ed è quel che ha fatto Carlo Bordoni con questo libro che, pur nella sua brevità, riesce a svolgere i propositi in modo esauriente e, cosa non da poco, facilmente comprensibile.
Quel che è particolare è rappresentato dall’occasione che ha indotto l’autore a porre mano a questo lavoro, vale a dire la riduzione televisiva del 1990 del regista Salvatore Nocita, frutto quindi di un mezzo, quello televisivo, capace di porgersi con fini didattici, ma che indubbiamente nasconde, per le potenzialità insite nello stesso, i pericoli di un assoggettamento dello spettatore, di un condizionamento della mente che di per sé finisce con il costituire l’oggetto di altre analisi sociologiche.
Di per sé l’opera è stata esaminata prescindendo dalla qualità intrinseca e considerandola alla stregua di un normale romanzo di consumo e astraendo così dal suo rilevante valore, nonché ignorando la corposa documentazione critica che seguì la sua uscita e che continua ancor oggi.
Il risultato di queste scelte, di quest’occhio attento più alle implicazioni sociologiche che al contesto letterario, è sbalorditivo, perché appare un romanzo totalmente nuovo, senza che con questo il giudizio sulla sua valenza venga sminuito, anche se, a ben guardare, risulta, sia pur di poco, ridimensionato.
Quella di Bordoni è una rilettura, insomma, fuori dai canoni e che evidenzia la trascurabile personalità dei due protagonisti principali, Lucia ligia al senso del suo onore femminile, abbastanza scialba, e Renzo, quasi un sempliciotto pronto a inalberarsi di fronte a un ostacolo, ma lesto a rimettere il capo sotto le ali.
Assume invece un rilievo particolare la figura di Gertrude, la monaca di Monza, esistita veramente e non quindi frutto di fantasia, la cui presenza nell’opera manzoniana può sembrare eccessiva in funzione della struttura e della trama della narrazione. Anche in questo caso avevo colto da studente l’anomalia, in un romanzo quasi matematico dall’apparire alla lunga freddo. Che il Manzoni avesse avuto pietà della triste vicenda di questa donna costretta per volere paterno in convento dove si risvegliò poi una passione, normale in altri luoghi, invereconda fra le mura di una casa di Dio? Molto probabilmente non fu così, perché l’autore, nel dare risalto agli aspetti negativi di una donna che in pratica cercò di ribellarsi alla sua condizione, intese invece in tal modo, e in contrapposizione, esaltare la fermezza di propositi di Lucia Mondella, però secondo un concetto di donna vista nei ristretti limiti di una mentalità che la considerava una costola dell’uomo.   
Personalmente riconosco meriti al romanzo che tuttavia presenta luci e ombre, e non sempre le prime sono tali da far dimenticare le seconde, ma d’altra parte l’aria paternalistica di cui il testo è impregnato risente della posizione sociale dell’autore, un conservatore pio, pietoso anche, ma non di certo disposto a cambiare l’ordine gerarchico dell’umanità.
Ecco, il Manzoni cattolico, ligio alla conservazione, emerge  in modo chiaro e non è difficile ipotizzare che l’uso del testo nelle scuole non fosse solo finalizzato allo studio della lingua italiana, ma costituisse un esempio-monito di ciò che le classi meno privilegiate dell’epoca dovessero aspettarsi, in una invariabilità dello status quo a tutto beneficio di chi deteneva il potere.
Bordoni riesce a cogliere nei personaggi le sfumature generalmente ignorate nella didattica e li rende meno astratti e più veritieri, così come anche alcuni opportuni rilievi circa l’inquadramento del periodo storico nell’opera manzoniana riportano il romanzo a una maggiore aderenza a realtà prima un po’ offuscate dalla fantasia.
Insomma, senza che per questo I promessi sposi diventino un’opera da gettare – e credo che non pochi studenti lo desidererebbero – quel che esce da La fabula bella è una più razionale valutazione di un romanzo dalle indubitabili qualità, ma non il capolavoro assoluto, giudizio che in epoca scolastica ci è stato surrettiziamente imposto. 
Il libro di Bordoni è quindi senz’altro da leggere, magari con accanto un’edizione dei Promessi sposi.



Carlo Bordoni è docente di “Editing e scrittura editoriale” all’Università di Pisa. Si occupa di sociologia dei processi culturali e ha insegnato nelle Università di Firenze, Milano e Napoli.
     Per Solfanelli ha pubblicato La paura il mistero l’orrore dal romanzo gotico a Stephen King (1989), La fabula bella. Una lettura sociologica dei Promessi Sposi (1991), l’antologia di racconti Cuori di tenebra (1993), La dismisura immaginata (2009) e Le scarpe di Heidegger (2010). Tra le altre sue pubblicazioni: La pratica editoriale. Testo contesto paratesto (Felici, Pisa 2010), Dal sublime ai nuovi media (Felici, Pisa 2010), L’identità perduta. Moltitudini, consumismo e crisi del lavoro (Liguori, Napoli 2010); Libera multitudo (Franco Angeli, Milano 2008); Introduzione alla sociologia dell’arte (Liguori, Napoli 2008), Società digitali (Liguori, Napoli 2007), Il testo complesso (Clueb, Bologna 2005).
     Nella narrativa ha esordito col romanzo L’ultima frontiera (Ponzoni, Milano 1965) e, negli ultimi anni, si è riproposto con Il nome del padre (Baroni, Retignano 2001), Istanbul Bound (Tabula fati, Chieti 2006) e Il cuoco di Mussolini (Bietti, Brescia 2008).
     Collabora a “Prometeo” e dirige la rivista “IF”, trimestrale dell’Insolito e del Fantastico.


Recensione di Renzo Montagnoli

2 commenti:

  1. A conferma di quanto ho letto dico solo che mentre Manzoni metteva a punto I promessi sposi, Balzac scriveva Illusioni perdute.

    franca

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  2. Ho rivisitato con molto interesse un'opera considerata essenziale nella formazione di un ragazzo, soprattutto di alcune generazioni, oggi forse un po' meno. Mi ritrovo in ciò che dici, Renzo, nel valutare l'intento didattico del Manzoni, e non solo, il suo approccio "caritatevole" verso le classi sociali meno abbienti, rimanendo tuttavia quel che in effetti era, l'appartenente ad una classe sociale privilegiata.
    Ho letto con piacere la tua recensione a un libro che, da ciò che evidenzi, ritengo sia molto interessante e moderno,considerando la valenza dell'indagine sociologica soprattutto oggi.
    Ciao.
    Piera

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