mercoledì 21 marzo 2012

Il segreto di Caterina Carmon, di Renzo Montagnoli

                                                         Foto da web

Il segreto di Caterina Carmon

di Renzo Montagnoli



Aprì le imposte e una folata d’aria fredda s’insinuò rapida nella cella, ma Suor Benedetta non vi fece caso, anzi ne gioì, le sembrò quasi un lenimento per quel calore che le andava su e giù, che come una serpe partiva dal pube e si irradiava, come i tentacoli della Medusa, in ogni parte del suo corpo.
Guardò fuori il cielo stellato, straordinariamente limpido in quella notte di rigido inverno, con la neve che era caduta anche durante il giorno e che aveva ammantato tutti i dintorni, disegnando un paesaggio irreale di straordinaria bellezza.
Si mise a pregare, perché avvertiva la pesantezza delle palpebre, l’imminente sonno che le avrebbe portato forse per l’ultima volta quel sogno.
Accadeva ormai da anni, da quel lontano 10 febbraio del 1867.

Anche allora faceva freddo e c’era la neve, ma lei, novizia, aveva il desiderio di assaporare il piacere di una piccola passeggiata nel giardino del chiostro, di sentire sotto i piedi il crepitio di quel manto bianco che tutto copriva, tranne il roseto.
Si addentrò in quel candore, che il sole faceva luccicare, e si fermò assorta a guardare il lavoro di Domenico, il giardiniere, che potava le rose.
Erano mani forti, di un uomo abile, benché giovane, e con precisione e rapidità le forbici recidevano i rami vecchi per preparare la pianta a una nuova vita.
- Buongiorno, Domenico.
- Buongiorno, Sorella.
Era un bel ragazzo il giardiniere, dai lineamenti forse un po’ forti, ma con due occhi neri che sprizzavano vitalità.
- Sono belle queste rose.
- Sì, sono molto belle, ma adesso le sistemiamo e a primavera saranno stupende.
E nel dire così, inavvertitamente, la mano dell’uomo sfiorò una spina e subito un rivolo di sangue si allargò, scivolò lungo il palmo e arrossò la neve.
Suor Benedetta si precipitò immediatamente e appoggiò le labbra con forza sulla ferita, mescolando la sua saliva a quella linfa vitale.
- Che fa sorella? No, si fermi…
Staccò la bocca, si pulì le labbra con il fazzoletto, che porse subito all’uomo.
- Ecco, si fasci. L’ho fatto per l’infezione, perché la saliva fa bene, evita che possa venire.
Poi corse via, alla sua cella.
Avvertiva ancora nella bocca il sapore dolciastro di quel sangue e si accorse con sgomento che le sue labbra avevano come un tremito, un’ irrefrenabile sensazione di voluttà.
Rimase turbata tutto il giorno, evitando di tornare in giardino, si sforzò invano di non pensare all’accaduto rifugiandosi in una preghiera intensa che ripeteva a voce sempre più alta quasi volesse soffocare quello che la sua mente sentiva dentro.
Poi venne la notte e con essa sperò che il sonno avrebbe cancellato la sensazione di un giorno che, anziché scemare con il trascorrere del tempo, si andava radicando sempre di più.
Alla fine si addormentò, mentre nel buio fissava la bianca parete di fronte, adornata solo di un povero Cristo in croce.
Fu un sonno agitato, un dimenarsi continuo nel letto alla ricerca di una posizione ideale, e in questo lavorio proprio di un dormiveglia ebbe il sogno.
La parete bianca iniziò a muoversi, come una vela gonfiata dal vento, e il crocefisso avanzò verso di lei, lentamente, ma senza indugio e a ogni passo ingrandiva, al punto che quando arrivò in fondo al letto era della grandezza di un uomo.
Benedetta guardava con occhi sgomenti quel povero Gesù che piegava il capo, ora da una parte, ora dall’altra, che si lamentava, con il sangue che colava dalle ferite e che gocciolava sui suoi piedi, tanto che li ritrasse impaurita.
Quello che però era ancor più incredibile era il viso del crocefisso: non più il volto magro, dai lineamenti delicati del Nazareno, ma le mascelle forti, il mento quasi aguzzo del giardiniere.
- Aiutami, Benedetta, ferma questo sangue.
E lei avvicinò le labbra prima alla ferita dei piedi, poi si rivolse a quella nel costato e infine a quelle nelle mani.
Ma il sangue scendeva come un torrente e allora lei sì alzò in piedi, abbracciò stretto l’uomo, aderì con tutta la forza del suo corpo, affinché il cotone dell’abito, premuto sui tagli sbrecciati, arrestasse quello stillicidio di vita.
Fu tutto inutile e si accorse ben presto che l’infelice era ormai entrato in agonia. Urlò allora disperata e quel grido, dentro di sé, la svegliò.
Si guardò intorno: il crocefisso era là sulla parete e questa piattamente la guardava.
Non era stato che un sogno e quasi si rallegrò, ma guardando le sue vesti si accorse di una macchia rossastra che aleggiava proprio sul pube.
Credette di morire, urlò, accorsero le monache e ci volle il suo tempo per calmarla e per spiegarle che a lei, novizia di 14 anni, erano venute le prime mestruazioni.
Del sogno comunque non raccontò nulla, timorosa di svelare un segreto o comunque di aver immaginato qualche cosa di immorale.
Si ripromise di parlarne dopo aver preso i voti, con l’inconscia paura che fosse di ostacolo alla sua vita monastica.
E invece finì con il non rivelarlo mai, nemmeno durante la confessione, perché argomentò a se stessa che un fatto evanescente come un sogno era unicamente suo, il solo contatto con la realtà che esisteva fuori da quelle mura.

Da allora erano passati 40 anni, tanti, nel chiuso di un convento a condurre una vita scelta più per necessità che per vocazione.
Ultima di dieci figli, e per giunta femmina, in famiglia era considerata una bocca inutile e le continue privazioni, soprattutto alimentari, non resero difficile il lavoro di convinzione dei genitori.
- Starai bene, vedrai. Là si mangia tutti i giorni e poi non si fa niente.
Queste furono le parole di suo padre; invece la madre cercò, se pur blandamente, di opporsi.
- Sì, si mangia sempre, ma là dentro non è come fuori; soprattutto tu dovrai dedicarti fino alla morte a Nostro Signore e non avrai mai il dono della carezza di un uomo.
Il padre, che già aveva deciso, si mise a ridere a queste parole e pronunciò una sentenza di cui lei avrebbe avuto perenne memoria:
- Ho deciso così e basta! Ma che vuoi che possa fare con noi, magra, scheletrica com’è. Trovarle marito sarebbe un’impresa, perché non ha nulla da dargli, nemmeno una lira di dote.
E così Caterina entrò in convento e lasciò la vita.

Dopo quella notte il sogno si rinnovò con cadenza mensile e ogni volta in coincidenza con l’inizio del ciclo mestruale.
Non aveva più paura e il risveglio la lasciava sì turbata, ma non gosciata, anche se le riusciva ignobile pensare che al Cristo, il suo vero sposo, ogni volta si sostituisse il giardiniere.
Questi continuava a venire al convento ogni volta che c’erano dei lavoretti da fare e in ogni caso in febbraio per la potatura del roseto.
In quelle occasioni, Suor Benedetta, non più novizia, restava nella sua cella, ma lo guardava da lontano, attraverso l’inferriata della finestra.
Lui non la poteva vedere, ma lei ne seguiva ogni mossa e fu così che si accorse dai suoi movimenti sempre più lenti che il tempo stava passando, che nonostante quelle giornate sempre uguali la vita correva per entrambi.
Ai cinquant’anni Suor Benedetta entrò nella menopausa, ma il sogno non sparì, mantenendo la stessa periodicità; scomparve invece il giardiniere, perché da quell’anno a potare le rose venne un vecchio contadino e quando lei timidamente gli chiese dove fosse l’altro, questi alzò in modo inequivocabile gli occhi al cielo.
Non ne fu sconvolta, ma avvertì la sensazione che qualche cosa di lei se ne era andato per sempre.
Non versò lacrime, perché era ormai abituata alla compagnia della sofferenza, una vita di rinuncia a cui si era piegata suo malgrado. Per tutte le sorelle, comunque, lei era Suor Benedetta, dallo sguardo fermo, ma dolce, sebbene malinconico, e nessuna però immaginava quale angoscia si celasse dietro quegli occhi che sembravano invece indulgere alla beatitudine.
In lei quella vocazione forzata era una spina nel cuore, una rinuncia che ora le pesava in modo più sottile nel rimpianto di ciò che sarebbe potuto essere se non avesse preso i voti e finiva con il ritenersi indegna dell’abito che portava, nonostante la sua fede religiosa fosse salda e ben radicata.
“Non sono né suora, né donna.”
Queste poche parole ogni tanto risuonavano nella mente e di certo accentuavano lo sconforto.

Non stava bene, da un po’ di tempo: continui malesseri, capogiri, anche qualche svenimento e la medicina ufficiale concluse che il suo stato era assai grave, raccomandando riguardo, perché di cure non ce n’erano.
Era così rapidamente deperita, invecchiando anche precocemente, una sorta di candela che andava lentamente spegnendosi.

Richiuse le imposte e si trascinò al letto, sentendosi mancare.
Respirava a fatica, le gambe e le braccia le tremavano; avvertiva una stanchezza immane e appena coricata le si abbassarono subito le palpebre.
Benché distesa, le sembrò che tutto girasse intorno come una gigantesca giostra che provocava un vortice e lei era giusto al centro.
Si affollavano i volti dei genitori, lo sguardo duro di suo padre quando le aveva imposto di prendere i voti, il volto succube di sua madre, i visi quasi senza lineamenti, tanto ormai non li vedeva da tempo, dei suoi fratelli.
Sembrava una riunione familiare, quasi un giorno, uno di quei miseri giorni, in cui ancor bambina stava nel mondo.
E tutto girava all’intorno, forse quelle bocche si aprivano, ma non uscivano suoni, mentre invece il turbine di vento ingigantiva e le sue orecchie ne erano piene, quasi devastate.
Fu allora che vide l’uomo crocefisso schiodarsi dalle assi e venire a passi leggeri verso di lei.
- Caterina, sono tornato a prenderti. Lascia tutto, vieni via con me.
Era un sussurro il suo, un suono melodioso, una musica che toglieva ogni affanno.
Lei lo guardò, riconobbe ancora una volta i lineamenti marcati del giardiniere e i suoi occhi, dolci e profondi.
Si abbandonò a lui e si sentì improvvisamente leggera mentre la prendeva fra le sue braccia e la portava con sé.

Un violino suonò, lontano, un’Ave Maria solo per lei.

Il vortice cessò di colpo.

Il corpo esanime di Suor Benedetta, al secolo Caterina Carmon, fu ritrovato l’indomani dalle sorelle.
Avrebbero poi scritto, nel diario del convento, che era morta nella grazia di Dio: stringeva al petto il crocefisso della cella e i suoi occhi, prima sempre dolci, ma malinconici, sembravano brillare.

N.B.: questo racconto, tratto da Lungo la strada, di AA.VV, edito da Historica-Il Foglio Letterario (www.ilfoglioletterario.it), viene pubblicato per gentile concessione dell’editore.


10 commenti:

  1. Ho gli occhi ancora umidi. Quanta sensibilità e delicatezza ha avuto l’autore nello scrivere questa storia! Era facile scivolare nel volgare, nello squallido, e invece Caterina Carmon, condannata alla vita monastica, né suora né donna, è un personaggio di altissimo spessore, che riesce a unire i turbamenti del proprio sesso con una grande fede. Un racconto meraviglioso e che lascia il segno.

    Agnese Addari

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  2. Corrado S. Magro21 marzo 2012 14:02

    Ogni parola, ogni commento da parte mia sarebbe superfluo davanti ad una prosa maestra che racchiude non la vita di una sola, ma di tante Caterine ospiti loro malgrado delle mura dei chiostri.

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  3. È un racconto di travolgente e calda umanità, che mi è molto piaciuto: furono molte le ragazze e i ragazzi che, per la pura miseria e senza vocazione alcuna entrarono in convento nei secoli passati. Non sarebbe stato meglio fare la servetta a vita? Scritto benissimo. Complimenti.

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  4. Un brano scritto senza enfasi, ma con un pietoso distacco, quasi una cronaca di una vicenda di per sé di grande effetto. Mi è piaciuto molto.

    Davide

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  5. Delicatezza, misura, grande sensibilità, questo io trovo nel tuo bel racconto. Una storia che si gusta lentamente, che tratta un problema di non poca importanza, che soprattutto nel passato ha giustamente lacerato l'animo di non poche donne, costrette ad intraprendere strade non scelte. Un personaggio ben tratteggiato, sembra quasi di vedere Caterina, così come, con poche pennellate, si presentano a noi personaggi secondari ma molto importanti ai fini della narrazione.
    Una storia bella, letta con grande piacere.
    Buona giornata.
    Piera

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  6. Molto, molto ben scritto. Mi fa pensare a come l'essere umano possa adattarsi alle situazioni più ingrate, a come anche le sorelle sarebbero morte nella stessa grazia di Dio, a quanto è difficile essere davvero liberi e soprattutto al fatto che l'impulso naturale alla vita e alla riproduzione vince su tutto.
    Bravissimo

    franca

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  7. Bellissimo racconto sulla condizione femminile in epoca passata (ma non c'è stato un gran miglioramento).

    Annette

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  8. Coinvolgente, appassionato, ma l'autore mantiene il giusto distacco, affinchè si crei l'autonomia dei personaggi. Una lezione di stile per un racconto assai bello.

    Alberto Navarra

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  9. Non dire mai niente tu, devo sempre scoprire tutto da solo. ;-)

    Bravo, Renzo. Ottima prosa. E se mi permetti, ti preferisco in veste di narratore che non di poeta. ;-)

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  10. Grazie a tutti, anche a Iannozzi, che non comprendo che cosa gli avrei dovuto dire...

    Renzo

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