mercoledì 20 maggio 2015

Grande Guerra - II

                                                                  Foto da web

Soldati
di Giuseppe Ungaretti


Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie.

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                                                                    Foto da we


A futura memoria
di Renzo Montagnoli


E' passato ormai tanto tempo, quasi un secolo, e quei nomi incisi nella lapide sul frontale della chiesa del villaggio, a futura memoria di chi è caduto per la patria, non sono altro che lettere sconosciute ai più.
Vado spesso in quel dolce paese di montagna, ai piedi delle Dolomiti, sia per il clima mite che per il paesaggio di una bellezza indescrivibile ed un giro per le strade a curiosare la merce esposta nelle vetrine ormai è divenuto un obbligo. Il borgo, cent'anni fa invero di modeste dimensioni, si è notevolmente ampliato in forza del crescente afflusso turistico, ma le caratteristiche dei suoi abitanti sono rimaste immutate ed ancor oggi la domenica non è difficile vedere qualche coppia avviarsi alla messa nel tradizionale costume tirolese.
La chiesa, con retrostante cimitero, è nella piazza del paese e le riservo sempre una visita, per la sua innata austerità; non manco di soffermarmi davanti alla lapide e leggi oggi e leggi domani quei trenta nomi ivi impressi hanno finito per rimanermi nella mente, in particolare uno: Alfred Meister.
Perché questa preferenza? Perché è morto l'ultimo giorno della prima guerra mondiale all'età di ventidue anni.
Ho chiesto in giro se aveva ancora dei parenti, anche alla lontana, ma tutti hanno scosso il capo; poi un giorno, mentre sedevo su una panchina della piazza, ho visto il parroco uscire dalla chiesa e mi è balenata un'idea. L'ho avvicinato e accennando alla lapide gli ho chiesto se qualcuno sapeva di questo Meister. E' rimasto un attimo assorto, poi mi ha pregato di seguirlo in canonica, dove ha frugato fra libroni vecchi e polverosi, trovandone alla fine uno. L'ha consultato a lungo, poi con un sorriso di compiacimento mi ha detto che ero fortunato, e nello stesso tempo sfortunato, perché Meister era un trovatello e che quindi già all'epoca non aveva parenti.
Proprio per questo i suoi effetti personali erano stati inviati alla parrocchia e probabilmente si dovevano trovare lì. Avrebbe provveduto a cercarli e poi si sarebbe fatto vivo con me.
Uscii in verità un po' disilluso, sia perché temevo che il parroco sarebbe riuscito a trovarli, sia perché non mi aspettavo nulla di interessante nella visione di quelle poche cose.
Ed invece mi sbagliavo, perché già il giorno successivo il sacerdote si mise in contatto con me e potei così aprire una piccola cassetta polverosa, dove fra poveri indumenti trovai un libricino che, esaminato, si sarebbe rivelato per un diario di incredibile interesse.
Molte pagine riportavano eventi comuni, o comunque di scarsa importanza, ma alcune furono un'autentica rivelazione che mi permisero di conoscere Alfred Meister, benché non l'avessi mai visto e ne ignorassi le sembianze.
Fu un lavoro difficile, e per la calligrafia minuta, e per la diversità della lingua, ma alla fine ogni sforzo fu ampiamente ricompensato.
In particolare, alla pagina 10 Meister scriveva “ Non so se gli italiani sono così cattivi come li descrive il tenente, ma di una cosa sono sicuro: questa guerra fa paura a loro come a noi. Prima di ogni attacco non pochi disertano e ci chiedono di essere fatti prigionieri; non ignorano che non possiamo dar loro da mangiare, perché non ne abbiamo neppure per noi, eppure preferiscono la morte per fame all'orrore della guerra; li chiamano disertori, ma hanno più coraggio di chi resta al suo posto, anche se forse è il solo coraggio che viene dalla disperazione.”
Alla pagina 35 “Oggi è morto Fritz, il mio più caro amico; era accanto a me nella trincea e stavamo parlando, quando si è sentito un colpo di fucile; è scivolato a terra senza un grido, un lamento, mentre un rivolo di sangue gli usciva dalla fronte; è da tre anni che faccio questa guerra e di amici ne sono rimasti pochi; Fritz era l'ultimo. A che serve un sentimento come l'amicizia, a sopportare meglio i patimenti della guerra o a disperarsi quando uno di noi se ne va?”
Pagina 47 “Domani dovremo attaccare il nemico; non l'ha detto nessuno, ma hanno fatto una distribuzione straordinaria di grappa; sempre così quando ci si deve preparare a morire; l'alcool ottenebra i sensi, toglie ogni volontà.”
Pagina 48 “Abbiamo attaccato, siamo stati respinti, siamo ritornati all'assalto e ci hanno ricacciato indietro. Abbiamo avuto perdite pesantissime: siamo rimasti in quindici di un'intera compagnia. Anche gli italiani hanno avuto molti morti; questa è una guerra che viene vinta solo da chi ha più soldati da gettare allo sbaraglio e chi trionferà rischia di far più facilmente la conta dei sopravvissuti che non quella dei morti.”
Pagina 61 “ La vita in trincea è un inferno tale che non mi importa più di vivere o di morire, anzi quasi invidio chi mi ha già lasciato ed ha quindi posto fine alle sofferenze.”
Pagina 65 “ E' settembre e la guerra è già persa; tutti lo sanno, anche se nessuno lo dice; che senso ha continuare.”
Pagina 71 “Sono arrivate le nebbie di ottobre e con queste la certezza della sconfitta; migliaia di morti per niente e chi è rimasto vivo e sopravviverà non sarà più lo stesso, perché l'orrore è entrato in noi; siamo ormai nient'altro che dei morti viventi.”
Pagina 92 “E' il 3 novembre e si è sparsa la voce che domani vi sarà l'armistizio; non mi importa che questo macello finisca; dalla vita non ho avuto niente, nessun affetto; gli anni in cui speravo di poter conoscere l'amore mi sono stati sottratti da questa guerra; sono diventato vecchio prima del tempo e la vita per me non ha più senso.”
Pagina 93, riporta poche righe e si interrompe nel mezzo di una frase “Oggi finirà; è un'umida giornata di novembre, uguale a tante altre. Non so che farò dopo, se ci potrà essere un dopo, ma….”
Allegata agli effetti personali ed al diario c'era una lettera del Ministero della Guerra ove si diceva, fra l'altro “Il soldato Alfred Meister è deceduto il 4 novembre 1918 sul fronte meridionale, colpito dal proiettile di un cecchino.”.
Non avrei potuto conoscere meglio Alfred Meister, neppure se fossi sempre stato accanto a lui.


           
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Il prestito
di Mario Malgieri

Antonio Carbonari era un uomo del sud, di quella parte della Calabria dove la Sila degrada verso lo Ionio tra boschi ed improvvise pianure, concedendo una terra fertile ma dura, sassosa e disseminata di balze rocciose. Lontano, ma sempre presente, il mare, generoso solo per coloro che sono disposti a rischiarne i capricci e le furie improvvise. 
Antonio, dopo la laurea in medicina, aveva fatto il medico condotto con passione e dedizione, ottenendo stima e gratitudine ma non denaro, del quale fortunatamente non aveva un gran bisogno, né una propria famiglia che viceversa avrebbe gradito farsi ma per la quale non aveva avuto il tempo di provvedere. Così lo scoppio della guerra, nel Maggio del 1915, trovò il trentacinquenne Antonio ancora scapolo, libero da responsabilità famigliari e deciso a dare il suo contributo. Si era presentato volontario, lui che avrebbe avuto diritto all’esenzione senza che alcuna ombra potesse sfiorare il suo onore. Aveva informato con semplicità sua madre ed i suoi pazienti che né la Patria né l’odio per qualche nemico lo spingeva lontano da loro, ma solo il suo senso del servizio. Sapeva che suo padre, troppo presto, come si diceva allora,  passato a miglior vita, lo avrebbe approvato, dotato com’era di un forte senso dell’ onore e del dovere.
Da quasi due anni il capitano medico Carbonari  si dedicava con la solita passione e dedizione ad un ospedale da campo, che si spostava di frequente seguendo l’ andamento del fronte. In quel Giugno del 1917 si trovava nei pressi della Malga Mandriele, sull’ altopiano di Asiago proprio a ridosso dell’Ortigara, quindi nelle immediate retrovie del teatro di battaglie tanto apportatrici di morte quanto sostanzialmente inutili.
- Dottore, questa volta lo ha addirittura messo in versi!
L’infermiera entrò nella tenda che fungeva da studio e camera da letto del dottore. Sventolava un foglio di quaderno sgualcito, sul quale si vedeva una scrittura a matita dai caratteri grandi e tremolanti, con molte cancellature. 
- Di cosa state parlando signorina?  Chi ha messo in versi cosai?.
La voce del dottore era stanca e leggermente irritata. La notte era stata un incubo e la giornata si annunciava altrettanto pesante. L’infermiera era entrata vociando proprio mentre lui era riuscito a chiudere gli occhi in un tentativo di prendere sonno
- Scusatemi dottore, ma parlo del soldato semplice Obialero, quel ragazzo amputato alla gamba sinistra sei giorni fa, il 13 mi pare. Il suo incubo ricorrente, lo ha messo in versi, ha scritto una poesia!
Il dottor Carbonari sospirò, prese in mano il foglio, alzò la luce della lampada a petrolio che spargeva un chiarore giallastro, poi si mise sul naso gli occhialini che teneva sempre appesi al collo assieme allo stetoscopio e cominciò a leggere a voce alta.

Lassù all’ ’Agnella non fu  battaglia
col  nemico crudele ed odiato.
Fu’n macello, assurdo e spietato.
Un Dio abbietto la folgore scaglia

e le menti ottunde. Tuona la mitraglia,
urla’l tenente - avanti, soldato
se ti fermi sarai fucilato-
Io correvo tra sangue e sterpaglia

ma venni colpito, caddi tra sterpi,
occhi aperti sul cielo fumoso.
Vidi  Morte e le dissi -mi scerpi-

Lei si volse a guardami negli occhi
Non vuoto teschio, un volto annoso
e dolente, -oh voi, uomini sciocchi

troppe vite falciai, or m’arresto
la tua or ti rendo, ma torno presto -

Il dottore aveva sempre amato la letteratura ed era un uomo dalle molte e svariate letture
 - Guarda guarda - disse con un certo interesse - un sonetto caudato. Il soldatino sa di poesia! C’è persino una citazione di Dante, con quel “mi scerpi”, Inferno, canto tredicesimo mi sembra. Certo, un poco scolastico, il ritmo difetta, ma insomma, il ragazzo deve avere studiato -
L’infermiera  era rimasta in silenzio e sembrava commossa.
-Dottore, il ragazzo studiava al liceo, a Torino, me lo ha detto lui ieri. Mi ha anche confidato che per venire a combattere falsificò la firma di suo padre. Quando si presentò volontario non aveva ancora compiuto i diciotto anni. Li ha fatti il mese scorso.
- Ah si, uno del ’99, uno di quei poveri ragazzini idealisti - il dottore scosse il capo - ma cosa c’è di preoccupante, oltre alla metrica incerta di questo sonetto?
L’infermiera sembrava offesa dall’indifferenza del dottore.
- Non vedete? Non fa che parlare della morte. Dice che verrà presto a prenderlo, che la sua vita è solo in prestito. Lo dice a tutti quelli che gli stanno vicino. Il morale degli altri pazienti ne risente. Signor dottore, cosa possiamo fare?
Il dottore alzò le spalle in un gesto di impotenza,  congedando l’infermiera con un cenno stanco della mano.
- Andate, ci sono molti altri ragazzi che hanno bisogno di voi, queste sono sciocchezze, comunque ci penserò.
Uscita l’infermiera, il dottore riprese il foglietto e batté le nocche su un verso. Pensava ad alta voce, come gli capitava sempre più spesso.
- “Un macello assurdo”, figuriamoci. Sì, mi hanno raccontato della battaglia al colle dell’ Agnella. E’ stato un massacro davvero, in poche ore abbiamo perso quasi cinquemila uomini, ma non sono cose che si possono scrivere, magari nelle lettere a casa. Poi l’ufficiale cui allude, quello che minaccia di fucilazione chi si ferma, dev’essere quel tenente Calvi, del battaglione Bassano. Era lui al comando durante l’assalto al colle. Poveraccio, lo hanno portato qui che era già morto, una palla nel cuore. Aveva  la medaglia di bronzo e pare che ora lo abbiano proposto per quella d’oro. Un vero eroe.  Ed ecco la Morte, la Morte che si impietosisce e gli lascia qualche giorno ancora da vivere. E perchè avrebbe dovuto? Perché lui e non un altro povero ragazzo….
Il  dottore appallottolò il foglio di quaderno e lo buttò in un angolo saturo di cartacce, bende usate e bottigliette vuote.
- Se dovesse capitare tra le mani di qualche ufficialetto zelante e carogna, il mio povero soldatino potrebbe finire addirittura alla Corte Marziale, disfattismo, mancanza di rispetto verso un ufficiale…roba da fucilazione. Io lo salvo, beh diciamo che ho aiutato Dio a salvarlo, e qualcuno me lo ammazza. Neanche a parlarne. Però  l’infermiera ha ragione, per il morale degli altri può diventare un problema. Sarà opportuno che ci parli un poco io, con il soldatino.
Il dottore si mise a frugare tra le carte sparse sul rozzo tavolo di legno, alla ricerca dei pochi appunti che aveva avuto il tempo di scrivere. Si ricordava bene di quel ragazzo, ma voleva essere certo dei fatti. Qualcosa di abbastanza singolare era effettivamente accaduto. Quando due barellieri avevano portato quel soldato regnava una confusione tremenda. Il suo ospedale, come altri piccoli ospedali da campo nei dintorni, era traboccante di feriti e moribondi. C’era una pausa nella battaglia furibonda sull’Ortigara e, come tante altre volte, non c’erano state ne vittorie ne sconfitte, solo posizioni prese, poi riperse, poi prese e abbandonate per l’impossibilità di difenderle. Il tutto a prezzo di migliaia di vite italiane, austriache, ungheresi, tedesche. Il dottore aveva guardato la ferita del soldato che non dava segni di vita: La gamba destra era stata quasi strappata al di sopra del ginocchio. La vena femorale tranciata aveva causato un’imponente emorragia che tuttavia, per qualche ragione, si era arrestata. Probabilmente perchè il cuore aveva smesso di pompare. Calcolando che dovevano essere passate ore dal momento del ferimento a quando i portaferiti erano riusciti a scendere a valle, quel soldato non poteva essere vivo. Comunque per scrupolo professionale lo aveva auscultato con lo stetoscopio mentre gli controllava le pupille. Incredibilmente c’erano ancora dei segni vitali. Aveva dato ordine di mettere immediatamente il poveretto sul tavolo operatorio, poi aveva fatto del suo meglio, completando l’inevitabile amputazione, suturando e ripulendo. Quindi aveva affidato il ragazzo a Dio ed alla fibra incredibilmente forte della quale aveva dato prova.
Fosse stato l’intervento divino, la fortuna o appunto il fisico robusto, nei giorni seguenti il ragazzo aveva fatto enormi progressi. Il rischio della cancrena era scongiurato, la ferita era sana e asciutta, la febbre scomparsa. Poi il soldato si era  risvegliato e da quel momento erano iniziati ad arrivare i rapporti allarmati dell’infermiera. 
Il ragazzo continuava a migliorare fisicamente. Sembrava avviato ad una rapida e insperata guarigione, seppure, come ovvio, le conseguenze di quel ferimento sarebbero rimaste nella sua vita per sempre. Ma intristiva, parlava sempre del suo incontro con la Morte, dell’ avere in prestito ogni ora che stava vivendo e che presto, molto presto, la Morte sarebbe tornata a pretendere indietro ciò che gli aveva prestato. Fino alla poesia di quel pomeriggio. Il dottore decise che la mattina dopo, prima ancora del consueto giro tra i pazienti, avrebbe parlato col ragazzo.
L’indomani, alle sei precise, il dottore era al capezzale del soldato. Lo osservò per qualche minuto. Dormiva di un sonno inquieto, ogni tanto atteggiava le labbra come per urlare, poi si quietava, ma le mani erano contratte, le braccia rigide, il volto sudato. Il dottore lo scosse dolcemente e lo svegliò. - Buongiorno, soldato, come ti senti oggi? -
-Molto meglio dottore, grazie - rispose educatamente. Ma lo sguardo era quello di una preda inseguita da un carnivoro
-Allora, soldato, devi finirla di spaventare i tuoi compagni con queste storie sulla morte. Certo, puoi dire che l’hai vista in faccia, ma è solo una figura retorica, hai avuto un trauma tremendo. Per la verità non capisco come tu sia sopravvissuto. Ma sei vivo e sei fuori pericolo, domani ti spedisco ad un vero ospedale, a  Milano, lontano da questo inferno -
Il ragazzo ascoltava senza replicare, lo sguardo perso nel vuoto. Poi riprese a parlare con un tono piano, incolore.
-Vedete signore, io ero lì con la gamba a pezzi e la vita che mi stava uscendo dalle vene, lo sentivo che stavo per morire. Mi sono messo a piangere. Ma non per il dolore, quello non c’era più, e nemmeno per la paura. Piangevo perché ero andato via di casa senza chiedere il permesso di mio padre per arruolarmi, ero in pratica fuggito senza salutare né lui né mia madre. Io sono figlio unico, loro mi adoravano ed io li ho ripagati scappando come un ladro.  Ecco, non volevo morire così, volevo almeno scrivere ai miei genitori, chiedere perdono, salutarli. Poi l’ho vista. Era una vecchia, alta, vestita di nero. Mi si è inginocchiata vicino. Era bella, un volto fiero, degli occhi penetranti ma  con un’ espressione stanca, dolce e severa insieme. Mi ha accarezzato la fronte e mi ha detto che quel giorno ne aveva dovuto raccogliere già troppi di ragazzi come me. Aveva ascoltato il mio animo e mi avrebbe dato qualche giorno ancora, per poter dire addio ai miei cari, ma poi sarebbe tornata, doveva tornare. Ho sentito ancora la sua mano su di me, poi…poi mi sono svegliato qui.
- Basta! Smetti di dire sciocchezze!- Il dottore era veramente irritato - tra un paio di mesi, forse anche prima, tornerai a casa. Per te la guerra è finita. Potrai riprendere i tuoi studi, magari diventerai un letterato, forse un poeta…sembra che un pò di stoffa tu l’ abbia, vero?.
Finalmente ci fu un guizzo negli occhi del ragazzo
-Grazie per tutto quello che avete fatto per me, dottore, sì, è vero, volevo fare il giornalista, mi preparavo, studiavo greco e latino, studiavo la storia…ma non credo che diventerò qualsiasi cosa, non ne avrò il tempo. Però una cosa l’ho scritta.
Il ragazzo tirò fuori un foglio piegato.
-Qui c’è la lettera per i miei genitori. Gli spiego tutto e chiedo il loro perdono. L’indirizzo è scritto sul retro. Promettetemi di spedirla voi, ve ne prego, è l’unica ragione per la quale sono ancora vivo.
-Ascolta, soldato. Tu hai avuto una grande fortuna, per quello che mi riguarda potrai arrivare a cent’anni, se la smetti di dire corbellerie.  Fallo per te, o almeno per i tuoi compagni qui vicino: smetti di parlare di morte, smetti per sempre. L’hai scampata bella, devi pensare al futuro. Ora vado a metterti in lista per il trasferimento di domani.  Ripeto, basta parlare di morte, è un ordine, sono stato chiaro?.
Sul volto del ragazzo si dipinse un’ espressione di tale disperazione e delusione che il dottore quasi si pentì di quello che aveva detto. La mano del soldato era ancora lì, tesa con la lettera in mano, come ad implorare.
- Va bene, te la spedisco io questa lettera, ma ne aggiungerò una di mio pugno ai tuoi genitori per rassicurarli, dirò loro che l’unico tuo problema, oltre naturalmente alla perdita della gamba, è questa ossessione, ma che col tempo ti passerà. Dammela.
Senza più voltarsi, il dottore se ne andò, mettendo il foglio nella tasca del camice.

Quella sera il dottore aveva visite. Era passato da lui padre Giovanni Fiorani, un cappellano militare del quale era divenuto amico in quei mesi trascorsi sull’altopiano di Asiago.  Padre Fiorani era una persona di poche parole e dalla grande fede. Genovese, non si peritava di farsi scappare qualche “belin” nei momenti nei quali, diceva lui, ci voleva proprio. Anche ad un bicchiere di acquavite non sapeva dire di no. - Iddio di questi tempi è impegnato in ben altre cose, alle sciocchezze che dice e fa questo suo umile servo non ha tempo di badare - diceva al dottore quando riuscivano ad avere un poco di tempo a disposizione per scambiare quattro chiacchiere. In quelle occasioni non mancava mai una bottiglia di acquavite sul tavolino della tenda.
Il dottore aveva finito da poco di scrivere delle lettere che non avrebbe mai voluto scrivere, tranne una. Dopo la comunicazione della morte di figli o mariti, oramai le faceva tutte uguali, a memoria, aveva scritto alla famiglia Obialerodando buone notizie, se si poteva considerare buona la notizia che l’unico figlio sarebbe rimasto invalido per tutta la vita, ma era vivo e sarebbe presto tornato a casa. Poi aveva riposto la lettera assieme a quella del ragazzo. Avrebbe spedito tutto il giorno dopo, quando sarebbe arrivato da Asiago il camion della posta e dei rifornimenti.
- Giovanni, dimmi, perché Dio permette tutto questo e non ci manda per esempio un nuovo diluvio per fermarci? La mia fede è stata messa troppe volte a dura prova in questi ultimi mesi, non riesco a trovare un senso in quello che stiamo facendo; non tu o io, intendimi, ma noi come genere umano voglio dire; sopratutto non riesco a vedere la volontà di Dio dietro a questa carneficina.
Il cappellano si prese tutto il tempo di un buona tazza di acquavite sorseggiata con calma prima di rispondere
- Anche la guerra è parte del disegno di Dio. E’ nella Bibbia, nell’ Ecclesiaste:

Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante,
un tempo per uccidere e un tempo per guarire

Caro Antonio, Dio tra tutti i doni che ci ha fatto, ci ha anche dato la libertà. La libertà di scegliere tra Lui, il Bene, ed il Demonio, cioè il male. Ecco, direi che in questi tempi gli uomini stanno seguendo più il Demonio che Dio. E per il Demonio, questo è un tempo per uccidere. Bada, il Demonio esiste davvero, ha un corpo e vive tra noi.
Il dottore ascoltava con attenzione, tormentando con una mano il suo pizzetto nero, come era solito fare quando pensava.
- Il Demonio esiste? Quindi anche gli  Angeli e la Morte, esistono dunque tutti, non sono solamente la personificazione delle nostre buone pulsioni e delle nostre paure?-
- Il Demonio e gli Angeli certamente si, in molti hanno visto l’uno e gli altri. La Morte, ecco, non saprei, no, penso di no, la Morte come essere fisico forse non esiste.
- Vedi Giovanni, uno dei miei feriti sostiene di avere visto la Morte in persona -
Il dottore riassunse la vicenda di Obialero al cappellano che lo ascoltò con estrema attenzione. Alla fine don Fiorani appariva pensieroso.
- Sai Antonio, noi non lo possiamo escludere. Ti ho detto che io sarei portato a dire “no”, però, pensandoci, se esistono gli Angeli, ed ognuno di loro ha una sua funzione nelle sfere celesti, allora può essere che la Morte sia null’altro che un angelo con un suo compito particolare.  Credo comunque che potremmo stare a parlarne tutta la notte ma non giungeremmo ad alcuna conclusione. Ora ti devo lasciare, ho il caporale che mi aspetta fuori  con l’automobile per riportarmi nei miei appartamenti….eh, dovresti venire a trovarmi qualche volta nel mio buco a Gallio, così forse non ti lamenteresti della tua bella tenda. Buona notte Antonio, che Dio ti benedica.
Una piccola benedizione effettivamente sembrò arrivare, la mattina dopo. Il vento da nord-est era rinfrescato ed aveva portato con sé una  pioggia sottile ed insistente. Già un centinaio di metri più in alto dell’ospedale le nubi erano nebbia fitta per chi si trovava nelle trincee sul monte. Di fatto nulla di importante poteva accadere in quelle condizioni, se non qualche scaramuccia di pattuglie, mentre la visibiltà scarsissima rendeva inutili i tiri d’artiglieria, cheinfatti si limitava a degli isolati tiri d’obice sparati a casaccio, più per tenere il nemico in apprensione  che per fare veramente dei danni.
L’autocarro 15-ter era fermo nel fango che nel colore rossastro rivelava la sostanza che oramai permeava il terreno all’interno e nelle vicinanze dell’ospedale: sangue.  I barellieri caricarono i feriti da trasferire a Thiene da dove un treno avrebbe completato il lungo trasferimento verso un ospedale di Milano. Il soldato Obialero venne fatto salire per ultimo, poi il telone con una grossa croce rossa venne chiuso alla meglio dall’autista. Il malandato veicolo si avviò ed in pochi minuti sparì scoppiettando giù per la pista fangosa.
Sulla stessa pista, dopo un paio d’ore, un altro autocarro risalì faticosamente sino all’ ospedale. Portava i  rifornimenti e la posta. Il dottore uscì della tenda ed andò incontro al camion. Ne scese un sergente che si avvicinò al dottore, affondando nel fango.
- Buon giorno dottore - disse accennando appena al saluto -  ho cattive notizie, purtroppo -
- Cosa è successo, sergente?
 Il sergente trovò finalmente una piccola zona pietrosa dove fermarsi senza affondare in quella melma rossastra.
 - Sapete,  il camion dei vostri feriti, quello che è partito da qui un due ore fa?
Il viso del dottore si fece pallido.
- Era arrivato a pochi distanza da Gallio, ma un colpo da 305 mal diretto, non si sa neppure se fosse nostro o degli austriaci, gli è esploso dietro, a pochi metri. Sulle prime sembrava che fossero tutti salvi, poi abbiamo trovato un poveraccio con una scheggia dritta nel cuore. Pensate, tutti gli altri senza un graffio, lui morto stecchito.
Un presentimento colpì il dottore come un pugno.
- Chi è la vittima?- chiese con un filo di voce.
- Ho qui la sua piastrina, vediamo, ah sì, soldato semplice Vittorio Obialero. Il sergente porse la piastrina sporca di sangue al dottore, che la prese, impietrito. Ma il sergente non aveva finito il suo racconto.
- E’ stata una vera fatalità. Hanno colpito il camion solo perché si era fermato. Una donna, una vecchia, forse una vedova, forse una contadina di qui, così dice il caporale autista, certo è che era tutta vestita di nero, ha gridato di fermarsi perché voleva regalare un fiore ai feriti. Quello si è impietosito e si è fermato. Proprio allora è arrivato il colpo. Pensate dottore, la povera vecchia doveva essere proprio dove è caduto il proiettile, di lei nel cratere dell’ esplosione non si è trovato più niente, come se non fosse mai esistita.
Il dottore pregò il sergente di attenderlo, aveva bisogno essere portato a Gallio. Sotto la pioggia si diresse alla sua tenda, prese dal cassetto la lettera che aveva scritto la sera prima per i genitori del soldato. La rilesse, quindi la strappò con rabbia. Mise la piastrina assieme a tutte le altre poi indossò la mantellina, prese la bottiglia della grappa ed uscì. Aveva bisogno di parlare con Don Fiorani, forse insieme avrebbero capito. E se no, era la volta che si sarebbero ubriacati.


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Niente di nuovo sul fronte occidentale
di Erich Maria Remarque
Mondadori
Narrativa romanzo
Pagg. 248
ISBN 9788804492962
Prezzo: € 9,00

Il capolavoro sulla Grande Guerra

Questo romanzo mi è stato compagno fedele fin dalla gioventù ed è stato oggetto di più riletture al fine di non dimenticare il messaggio di pace che porta in modo addirittura sublime.
La guerra, questa bestialità dell’uomo, mai è stata descritta così bene come in questo testo di Erich Maria Remarque, alsaziano che l’ha vissuta direttamente sul fronte francese combattendo sotto le bandiere dell’impero tedesco.
Non c’è una riga di troppo, non si avverte mai la tentazione, in cui era pur così facile cadere, di invitare il lettore alle facili lacrime. Eppure la commozione prende mentre si scorrono le pagine, dense di episodi di una gioventù allevata con uno spirito nazionalistico che l’ha fatta aderire entusiasticamente a una guerra motivata dalla becera retorica della grandezza della patria e della legittima aspirazione di ampliarne i confini. Parole vuote riempiono le menti di questi giovani studenti, nascondendo non solo gli autentici fini di potere e di denaro di ogni guerra, ma anche la realtà della stessa.
Anni in cui si dovrebbero conoscere le gioie della  vita sono così segnati dall’orrore della morte, dalla paura di ogni giorno, dal senso di colpa che ti prende quando ferisci a morte un nemico, se poi hai occasione di conoscerlo e di vedere in lui un povero disgraziato come te, numero in una macchina infernale che tutti divora, vinti e vincitori.
Si può solo resistere se si conserva, o addirittura si crea, un gruppo affiatato di amici con cui condividere questa pena di vivere.
La fornace della guerra, però, strapperà al protagonista, ad uno ad uno, gli affetti, rendendolo sempre più indifferente alla vita fino a quando anche lui verrà ucciso.
Il romanzo è senza ombra di dubbio un autentico capolavoro che dovrebbe costituire oggetto di studio nelle scuole di ogni nazione, con dignità pari a quella dei testi di grandi classici, e con il preciso scopo di non dimenticare che la pace è uno stato di grazia.
Dubito, però, che ciò sia possibile, perché gli interessi che muovono alla guerra sono gli stessi che presiedono alla vita di ognuno durante i periodi di relativa tregua.


Erich Maria Remarque nasce il 22 giugno 1898 a Osnabruck  e muore il 25 settembre 1970 a Locarno. Benché di origini francesi non esita nel giugno del1916 a arruolarsi per partecipare alla Grande Guerra e viene subito destinato al fronte occidentale, dove viene ferito. Al termine del conflitto viene insignito dell’onorificenza della Croce di Ferro, a cui tuttavia rinuncia. Negli anni caotici diWeimar vive di lavori saltuari , fino al 1924, quando inizia l’attività di giornalista. Scrive in quegli anni “Niente di nuovo sul fronte occidentale” che, pubblicato nel 1929, ottiene subito un grande successo, tanto che Mileston ne ricava nel 1930 una versione cinematografica che forse è la migliore.
Osteggiato dai nazisti, si rifugia dapprima in Svizzera e poi negli Stati Uniti. Ritornato in Europa nel 1948, muore nel 1970 in una clinica di Locarno.
La sua produzione letteraria è piuttosto variegata e caratterizzata da opere di eccellente valore, anche se “Niente di nuovo sul fronte occidentale” può essere considerato il suo miglior romanzo.
Di notevole interesse, comunque, sono anche “Ama il prossimo tuo” del 1939, “Tre camerati” del 1936, “Arco di trionfo” del 1945, “Tempo di vivere, tempo di morire” del 1954, “L’obelisco nero” del 1956.    

Recensione di Renzo Montagnoli     

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Storia di Tönle
L’anno della vittoria
di Mario Rigoni Stern
Edizioni Einaudi
Pagg. 278
ISBN: 9788806177331
Pprezzo: € 10,80

Un piccolo grande uomo

Giustamente la casa editrice Einaudi ha riunito in un unico volume questi due romanzi brevi che narrano di un periodo storico che va dalla fine del 1800 all’inverno del 1919 e che sono anche accomunati dall’essere straordinariamente pacifisti, in una visione umana e spirituale del mondo che raggiunge, a tratti, dei vertici sublimi. 
Rigoni Stern racconta della sua gente, di questa popolazione cimbrica, e quindi di origine celtica, che nel tempo è rimasta ancorata ai sani principi della mutualità, del rispetto delle persone e della natura, e che, pur conducendo a quell’epoca una vita grama, è ricca di una forza interiore che, nonostante le difficoltà, la diaspora dovute alla guerra, ritorna, si ricompatta in quella che è la loro autentica patria: l’altopiano dei Sette Comuni e le proprie famiglie.
E così Tönle Bintarn è un contadino, un pastore, un contrabbandiere per necessità che per sfuggire a una condanna vaga per tutta l’Europa austro-ungarica, adattandosi a fare a qualsiasi lavoro, ma sempre con la speranza di tornare, l’unica vera forza che lo sostiene nonostante le fatiche e le privazioni. Questo piccolo grande uomo è legato inscindibilmente alla sua terra, all’alternarsi delle stagioni sia della natura che della vita. Non c’è evento che possa fermarlo, non c’è nulla che possa dissuaderlo, perché lui è ed esiste solo in funzione di quella piccola patria fra i monti.
Ritornerà, subirà i contraccolpi della Grande Guerra e della Strafenspedition, di cui sarà vittima senza che ci siano carnefici. La violenza di un conflitto non lo ferma, sempre va, sempre resiste, per poter tornare a quei luoghi a lui indissolubilmente legati e che sarà costretto a vedere distrutti, profanati dalla malvagità degli uomini.
In lui non c’è odio, ma solo tristezza e come in una storia dove c’è sempre un inizio e una fine, Tönle Bintarn sa quando tirarsi da parte e comprendere che per lui è arrivata l’ultima stagione.
L’anno della vittoria racconta invece del ritorno della comunità ai loro luoghi natii, dopo essere stati costretti a lasciare l’altopiano ed Asiago a seguito dell’attacco austriaco.
Sono pagine di intensa commozione, con donne, vecchi e bambini, che, a guerra finita, s’incamminano per raggiungere le loro vecchie case, che troveranno distrutte in uno sconvolgimento che interessa anche i prati, i boschi, le sommità dei loro monti, al punto da faticare a riconoscerli. E poi ci sono trincee, proiettili inesplosi e tanti, tanti, troppi morti insepolti.
I giorni sono difficili, senza più un tetto, senza forse un futuro, ma la comunità viene prima di tutto e poco a poco si ricompattano, si aiutano, si danno da fare, riacquistano quella dignità di uomini liberi e di popolo che la diaspora sembrava aver soffocato.
E’ gente mite, laboriosa, il cui contatto continuo con la natura è un’inderogabile necessità; non saranno molti quelli istruiti, ma tanto hanno da insegnare a tutti, noi compresi, come il simpatico vecchietto Tana che, durante un’escursione con due compaesani, si imbatte nei resti di un accampamento austriaco, al centro del quale troneggia una forca.
La sua osservazione al riguardo è di una logica ferrea ed estremamente umana: “ Da noi li fucilavano, qui li impiccavano. E invece la loro colpa era di aver avuto paura e di voler vivere.”.
E’ un pacifismo che viene dall’animo, senza retorica, come molte altre pagine di questo stupendo libro.
La storia di Tönle è un romanzo sull’uomo, sul suo innato sentimento per la terra dove è nato e vissuto, sulla nostalgia che prevale su ogni evento e che fa della battaglia per il ritorno a casa un inno al concetto di patria come luogo dei propri affetti.
L’anno della vittoria è invece un’opera corale, dove uomini come Tönle, riuniti, esaltano il concetto di comunità, di identiche radici, indissolubili, inalienabili, tali da superare ogni difficoltà purché sempre solidali, in un’unica grande famiglia per cui vale la pena di vivere e di lottare.
In entrambi i casi ci troviamo di fronte a veri e propri gioielli della letteratura italiana.  


Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921 - 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli (1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e api (1980), L’anno della vittoria (1985),Amore di confine (1986), Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico(1991), Le stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre storie (2000),L’ultima partita a carte (2002), Aspettando l’alba e altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).

Recensione di Renzo Montagnoli





2 commenti:

  1. Dei testi a dir poco coinvolgenti, tutti, dolorosi e profondi, tutti scaturiti dalla consapevolezza dell'assurdità della guerra, di tutte le guerre, capaci unicamente di distruzione, mai di una vera ricostruzione, a dispetto delle parole, di una vuota retorica, delle tante menzogne.
    Rimane una grande amarezza, perché non si impara niente neanche dalle esperienze più tragiche.
    Grazie.
    Piera

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